sabato 13 giugno 2015

Disseminazione. Segnali – ore – parole, 27/12/2014 – Roberto Vacca – L’Orologio

Segnali – ore – parole, 27/12/2014 – Roberto Vacca – L’Orologio

Misurare il tempo con altissima precisione è utile. È vitale, però, comunicare i valori misurati in modo chiaro, rapido e sicuro. Non avrebbe senso produrre cronometri di alta qualità e poi munirli di quadranti piccolissimi, su cui lettere e numeri siano microscopici e leggibili con difficoltà. 
Il problema non si poneva certo nei primi secoli della Repubblica di Roma: il giorno era diviso in due sole parti. Se non c’erano nuvole, era facile determinare il momento in cui il sole raggiungeva il punto più alto: un incaricato dei consoli gridava il mezzogiorno in mezzo al Foro – se era nuvolo, andava a occhio. La cosa era importante perché certe azioni legali si potevano fare solo nelle ore antimeridiane. Più tardi i ricchi romani che avevano grosse clessidre abbastanza precise incaricavano uno schiavo di gridare l’ora periodicamente.
L’uso delle campane per trasmettere segnali è antichissimo. Nel Medioevo le chiese cominciarono a equipaggiare i campanili per comunicare ai fedeli l’imminenza dei riti e i funerali. Suonavano anche per dare l’allarme di incursioni, incendi, terremoti, pestilenze. Poi rintoccavano le ore del giorno e della notte e anche carillon e musiche varie. Molte chiese inglesi hanno parecchie campane accordate sulle note del pentagramma. Nel XVII secolo i campanari britannici inventarono lo sport del “change ringing” – “suonate di cambio”. Consiste nel suonare una dopo l’altra tutte le possibili permutazioni delle campane della chiesa. La tabella seguente riporta il numero di permutazioni e il tempo necessario per suonarle tutte – circa 30 al minuto. Questi lunghi esercizi numerici, però, sono irrilevanti per la misura del tempo.

Numero campane Numero permutazioni Tempo necessario
             6                                   720                      25’
             7                                5.040                2 h 45’
             8                              40.320              22 h
             9                            362.880           8 giorni



La parola latina medioevale per campana era “clocca”. Ne derivò  il francese “cloche” e la parola inglese “clock” per “orologio a muro”. In inglese si dice: “It is five  o’clock” cioè sono le 5 alla campana. Invece non si dice “5:25 o’clock”, perché originariamente le campane non segnalavano i minuti.
Sulle navi della marina britannica l’ora viene battuta con una campana: da uno a otto colpi. Il codice con cui ogni sequenza viene interpretata, però, varia durante la giornata. Una sequenza di 6 colpi – “Six Bells” – nel pomeriggio annuncia le ore 15:00, mentre a sera indica le 23:00.
In alcuni film abbiamo visto banditori che, invece di girare per la città -  come quelli veri (1) - con una tromba o un campanaccio urlando i proclami o le dichiarazioni di guerra del governo o le notizie, anche di notte gridavano dall’alto di una torre:  “Sono le quattro e tutto va bene!”
Non ci sono mai stati.
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(1) Ne descrive uno il Carducci in “Faida di Comune”;
“ … Stava presso la candela  -  tremolante nel bagliore,  -  coi colori del Comune,  -  a cavallo, un banditore. -  E suonava a più riprese  -  della tromba e urlava forte: - “Sù, sù, popolo di Pisa,  -  a la vita ed a la morte !*
700 watchmen, o guardiani che si occupavano della sicurezza delle strade. Raccoglievano gli ubriachi e chi era colto da malore. Sbrogliavano piccole emergenze, scoraggiavano ladruncoli e malfattori. Ogni tanto gridavano l’ora,  presumibilmente con scarsa precisione. Fino a un secolo fa nelle città spagnole funzioni simili erano affidate al “sereno”, che apriva e chiudeva i cancelli installati per sicurezza in certe strade.
Oggi l’ora esatta appare in margine a molti programmi televisivi. Il segnale orario viene ripetuto all’inizio dei giornali radio. Ci viene comunicata in caratteri luminosi insieme alla temperatura su display disseminati ovunque. È disponibile sui telefoni cellulari e sugli smartphone. È naturale che molti giovani non possiedano nemmeno un orologio. Invece tutti noi anziani (o vecchiacci maledetti) siamo condizionati dall’abitudine di molti decenni a guardare spesso l’orologio che abbiamo al polso. Oltre che uno strumento, è un amico. Non dà solo informazione: evoca anche ricordi e sentimenti.

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