venerdì 6 marzo 2026

Disseminazioni: Orologio in versi – I – di Roberto Vacca. L’OROLOGIO, 6/3/2026

 Orologio in versi – I – di Roberto Vacca. L’OROLOGIO, 6/3/2026

Le macchine – grandi e piccole – sono apparse spesso nella letteratura in prosa e in versi.  Gabriele D’Annunzio  nel romanzo del 1910 “Forse che si forse che no” raccontò il grande amore del pilota Paolo Tarsis per la bellissima Isabella Inghirami. Lui guidava una decappottabile rossa che spingeva fino a parecchie decine di km/h - irresistibile – ma D’Annunzio non ne illustrava struttura, né meccanica.

Già nel 1909 F.T. Marinetti aveva pubblicato il manifesto del futurismo  “di ispirazione irrazionalistica, esaltante la guerra, avverso al femminismo, favorevole al disprezzo delle donne, alla velocità e alla violenza.” Cito:

“Un’automobile da corsa con il suo cofano adorno di  grossi tubi simili a serpenti dall’alito esplosivo …. un’automobile ruggente che sembra correre sulla mitraglia è più bella della Nike di Somatica.”

Anche i futuristi, dunque, si esprimevano in termini vaghi – poetici? – senza nemmeno provare a usare termini tecnici, né formule, né composizioni di leghe o grafici atti a definire progetti innovativi. Continuavano, dunque, la tradizione dei letterati che scrivevano i loro pensieri su macchine e su orologi senza analizzare come “fossero fatti dentro”. Cito ad esempio, il sonetto di Ciro da Pers (Udine – 1599-1663) sacerdote e cavaliere di Malta che passò nell’isola vari anni e partecipò a una spedizione contro i turchi.


“L’Orologio da Rote”  


Nobile ordigno di dentate rote
lacera il giorno e lo divide in ore,
ed ha scritto di fuor con fosche note
a chi legger le sa: Sempre si more.


Mentre il metallo concavo percuote,
voce funesta mi risuona al core;
né del fato spiegar meglio si puote
che con voce di bronzo il rio tenore.

Perch’io non speri mai riposo o pace,
questo, che sembra in un timpano e tromba,
mi sfida ognor contro all’età vorace.

E con que’ colpi onde ’l metal rimbomba,
affretta il corso al secolo fugace,
e perché s’apra, ognor picchia alla tomba.


Ciro  era poeta barocco e seguace del Marino. Il suo repertorio conteneva immagini cupe, compiangeva le condizioni umane e commentava la caducità della vita rattristandosi per il trascorrere  del tempo. Le sue meditazioni religiose sono spesso orientate sul tema della ineluttabilità della morte e del susseguente giudizio universale.

Vale, dunque, la pena di citare Ciro di Pers per le sue parole sugli orologi, anche se queste suonano fredde. Altrettanto  convenzionali  sono i versi che Ciro dedicò alle calamità  d’Italia,  sulle quali si rivolge a personaggi mitologici, come Apollo “temuto nume”. E, anche quando scrive di Nicea, immaginaria donna bellissima, non riesce a evocare alcun sentimento:


“   colei del cui bel ciglio altero

  Formasti l’arco a saettarmi il petto

  Tu mi perdona ed ella;

  le mie querule note

  non parleran d’amore  …”


Ciro sentiva più umano l’orologio che non Nicea.

martedì 10 febbraio 2026

Disseminazioni: Orologio fermo al Quirinale, di Roberto VACCA, L’OROLOGIO 10/2/2026

Orologio fermo al Quirinale, di Roberto VACCA, L’OROLOGIO  10/2/2026


Era il 27 gennaio del 1982 e a Roma pioveva. Al Quirinale, dietro la grande scrivania presidenziale, Alessandro Pertini osservava in silenzio il suo orologio da tasca. Un oggetto semplice, ma a lui caro: glielo aveva regalato suo padre quando aveva compiuto vent’anni. L’aveva tenuto con durante l’esilio, la guerra, gli anni bui e quelli della rinascita. L’orologio aveva sempre funzionato con costanza. Da qualche giorno, però, si fermava sempre alla stessa ora, le 11:17.

Pertini non era superstizioso, ma fece caso a quella regolarità. Ogni mattina, caricava la molla con precisione e ogni giorno l’orologio si fermava esattamente alle 11:17. Si rivolse allora a un vecchio orologiaio romano, che viveva e lavorava in una bottega a Trastevere, nascosta tra vicoli stretti. L’uomo osservò con cura il meccanismo. Poi disse con rispetto: “Presidente, non è rotto. Il tempo, semplice-mente, ha deciso di fermarsi lì”.

Pertini, piuttosto pensieroso, tornò al Quirinale con l’orolo-gio nella tasca del panciotto. Che significato poteva avere un tempo fermo? Era un segnale? Un monito? O solo un caso? Ma mentre gli impegni istituzionali si susseguivano, quella lancetta immobile gli martellava la mente. Ogni volta che firmava una legge o riceveva un capo di Stato o si trovava davanti alle telecamere, pensava a quel minuto sospeso nel vuoto.

Una sera, mentre camminava da solo nei giardini del Quirinale, pensò ai giorni della Resistenza. Pensò a quando il tempo era scandito non da orologi, ma da gesti. Quando le azioni avevano un peso immediato e ogni secondo poteva essere l’ultimo. “Forse il tempo vero è quello che non si misura”, mormorò. Fu allora che cominciò a notare: ogni volta che l’orologio si fermava alle 11:17, nel Paese avve-niva qualche cosa di negativo. Un giorno, una fabbrica del Sud chiuse i battenti lasciando centinaia di famiglie senza risorse. Un altro, si scoprì un nuovo scandalo di corruzione tra certi politici. Poi, un treno deragliò forse per una manutenzione inadeguata. Ogni volta, nel primo pomeriggio arrivavano le notizie esplicative di fatti avvenuti poco dopo le 11, mentre l’orologio si era fermato alle 11:17.

Erano coincidenze? O l’orologio cercava di avvertirlo? Di dire qualcosa che nessuno aveva notato? E se il tempo non si fosse fermato per caso, ma per protesta? Nel cuore di una notte insonne, Pertini prese un foglio e scrisse un messag-gio che non avrebbe mai letto in pubblico, ma che lasciò nel suo diario personale:


“Alle 11:17 il tempo ha smesso di collaborare. Non vuole più scandire i secondi di un’Italia stanca, che ha dimenticato le sue radici. Un’Italia che confonde il potere con l’arroganza, il progresso con l’indifferenza. L’orologio non si è guastato: ha semplicemente detto basta. Basta al tempo perso, ai valori svenduti, agli ideali disillusi. Forse il tempo non serve a nulla se non abbiamo il coraggio di riempirlo di senso”.


                Da quel giorno Pertini smise di portare l’orologio con sé. Lo lasciò in una piccola teca di             legno, nella sua stanza al Quirinale, con un biglietto: Il tempo non basta se non è giusto”. E             continuò a vivere i suoi giorni come aveva sempre fatto: con passione, con  onestà, con la                 forza delle idee. Ogni volta che veniva intervistato o si trovava tra i giovani, diceva:


                “Non chiedete quanto tempo resta. Chiedete che cosa possiamo fare con il tempo che                       abbiamo”.


              Il racconto dell’orologio fermo alle 11:17 divenne una leggenda tra i funzionari del                 Quirinale. Alcuni dicevano che fosse un simbolo. Altri pensavano che fosse solo una storia             inventata. Ma chi aveva conosciuto Pertini sapeva che in quella storia c’era un frammento             della sua anima: l’uomo che non ha mai lasciato che il tempo gli impo-nesse silenzi e che             ha sempre risposto con la voce della coscienza.

            Questi eventi immaginati possono ispirare diverse riflessioni. Soltanto se l’immaginazione        diventa esplicita e trova basi per individuare rischi reali da eliminare, potremo scegliere                pensatori capaci di pianificare azioni e proposte efficaci per allontanare almeno i rischi più            gravi che il mondo sta correndo.

 

martedì 12 agosto 2025

Disseminazioni: CRISTALLI TEMPORALI – di Roberto Vacca, L’OROLOGIO, 12/8/2025

 CRISTALLI  TEMPORALI – di Roberto Vacca, L’OROLOGIO, 12/8/2025

Per la scoperta della libertà asintotica Frank Wilczek aveva ricevuto il premio Nobel per la fisica nel 2004. Otto anni più tardi definì il concetto di “cristalli temporali” (time crystals) : sistemi quantistici di atomi che – a differenza dai cristalli organizzati in configurazioni spaziali periodiche – si organizzano in configurazioni temporali periodiche di particelle interagenti fra loro, il moto delle quali non produce lavoro. I qbit (usati nei computer quantistici v. oltre) possono interagire mediante un effetto quantistico noto come “entanglement” (1). Teoricamente un computer quantistico comprendente 300 qbit potrebbe effettuare in un istante un numero di operazioni inimmaginabilmente alto, riuscendo a risolvere problemi complessi che un computer classico non potrebbe risolvere affatto nemmeno in tempi molto lunghi.

I cristalli temporali sono costituiti da atomi organizzati in strati di semiconduttori e superconduttori in cui le interazioni sono persistenti e non comportano dissipazioni di energia. Sono stati realizzati cristalli temporali mediante un sistema costituito da 20 qbit.

Nei computer “classici” i valori numerici e logici vengono trasmessi e registrati in bit, che possono avere il valore 0 (zero) o 1 (uno). Nei computer quantistici i segnali vengono trasmessi e registrati in qbit, che possono avere il valore 0 (zero), 1 (uno) o la sovrapposizione simultanea di 0 e 1. 

Un qbit può essere trattato  mediante i circuiti elementari sopra citati e perfino con lo spin di un elettrone. Lo hardware dovrà raggiungere un alto livello di hi-fi, ma la probabilità di errori tenderà a essere elevata. Il software, quindi, dovrà incorporare adeguate procedure di correzione degli errori.

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(1)  L’entanglement quantistico (o correlazione quantistica) è una relazione non esprimibile nei termini della meccanica classica. Esso deriva dal principio   di sovrapposizione della meccanica quantistica per il quale due o più sistemi fisici (ad esempio 2 particelle) possono costituire sottosistemi di un sistema più ampio il cui stato quantico è rappresentato da una combinazione (o sovrapposizione) dei loro singoli stati. I sottosistemi si definiscono   “entangled” (“aggrovigliati” o “correlati”) e la misura di uno di essi determina simultaneamente anche la misura degli altri.  Lo stato di entanglement   è indipendente da una separazione spaziale dei sottosistemi, quindi l’entanglement implica contro-intuitivamente la presenza tra essi di correlazioni a distanza e il carattere non locale di tale realtà fisica.


In un computer  quantistico i trasferimenti di dati possono avvenire utilizzando cristalli temporali o mediante la procedura di trasferimento adiabatico (2) di stati quantici. Tale procedura non è influenzata da rumore, né da errori di impulsi. I due sistemi possono anche essere usati contemporaneamente.

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(2) Un sistema termodinamico soggetto a un processo adiabatico non scambia calore con l’ambiente, ma può scambiare lavoro e/o massa.