martedì 14 aprile 2026

Disseminazioni: SENECA SUL TEMPO – di Roberto Vacca, L’OROLOGIO, 14/4/2026

 Disseminazioni: SENECA SUL TEMPO – di Roberto Vacca, L’OROLOGIO, 14/4/2026 


Il filosofo  stoico Lucio Anneo Seneca (4, 65) rispondeva spesso agli amici che gli chiedevano cosa pensasse sugli argomenti più vari. Fra questi: l’ira, la brevità della vita, la  provvidenza degli dei [perché agli uomini buoni avvengono cose cattive?],come consolare chi è vecchio, malato, la costanza  mostrata dai sapienti.

Circa un anno prima della sua tragica morte scrisse a Lucilio Iunior – suo amico, letterato e governatore della Sicilia – quel che pensava sull’impiego efficiente del tempo:


“Renditi veramente padrone di te stesso, caro Lucilio, e custodisci il tuo tempo con  estrema cura. Riappropriati del tempo, invece di buttarlo via. Alcune ore ti vengono sottratte ogni giorno da occupazioni banali. Ne perdi altre per  distrazione. Però la perdita più vergognosa è quella dovuta alla negligenza. Per una parte della nostra vita facciamo il male. Per una parte maggiore del tempo non facciamo niente. Spesso facciamo cose diverse da quelle che dovremmo fare. Molti non si rendono conto di morire giorno per giorno. Vedono la morte davanti a sé come un avvenimento futuro, anche se gran parte di essa è alle nostre spalle. Ogni ora del nostro passato appartiene, invece al dominio della morte. ….La vita passa e, caro Lucilio, tutto dipende dagli altri: solo il tempo è nostro. ….Io che ti do questi consigli tengo conti esatti e so dire quanto tempo perdo, perché e come lo perdo e quali siano i miei motivi…”


Lo stoicismo di Seneca suggeriva che il filosofo doveva essere ispirato dalla natura e dalla ragione, trionfando sulle sue passioni ed effettuando frequentemente l’esame di coscienza. Seneca esercitò funzioni amministrative e di governo e anche la medicina seguendo i dettami della scuola  detta“pneumatica” che attribuiva allo  “pneuma” (o spirito) la funzione di riequilibrare le proprie azioni .

Fu maestro dell’etrusco Gaio Musonio Rufo, il quale non lasciò scritti, ma era noto per insegnare: che non è necessario fornire molte prove per un problema cha si affronta; che anche le donne dovrebbero studiare filosofia; che va cercato l’equilibrio fra la teoria e la pratica; che anche i re dovrebbero praticare la filosofia. Musonio Rufo a sua volta ebbe per allievo Epitteto, lo schiavo filosofo autore del “Manuale” in cui descrisse  gli strumenti per raggiungere la felicità.

Seneca fu preso da Agrippina come precettore del tredicenne Nerone che fu adottato dall’imperatore Claudio, alla cui morte, nel 54, divenne imperatore. Seneca continuò a consigliare Nerone per i primi cinque anni del suo impero, condotti con saggezza ed equilibrio. Gli insegnamenti di Seneca non fecero presa a lungo. I loro rapporti diradarono e Nerone preferì alla filosofia gli spettacoli e le gare sportive. Pare che galoppasse ad alta velocità lungo il Circo Massimo una biga con cinque cavalli. 

Nerone diventò sempre più dispotico e violento. Accusò sua madre Agrippina di tramare contro di lui e la fece uccidere. Molti senatori  erano avversi a Nerone. Il senatore Gaio Calpurnio Pisone nell’anno 65 organizzò una congiura per eliminarlo e prendere il suo posto. Fu scoperto e denunciato. Nerone   accusò anche Seneca di far parte della congiura e ordinò a lui e a Pisone di suicidarsi, altrimenti sarebbero stati squartati. Seneca si immerse in un bagno caldo e si tagliò le arterie. Sua moglie Pompea Paolina, si tolse la vita  con lui.


venerdì 6 marzo 2026

Disseminazioni: Orologio in versi – I – di Roberto Vacca. L’OROLOGIO, 6/3/2026

 Orologio in versi – I – di Roberto Vacca. L’OROLOGIO, 6/3/2026

Le macchine – grandi e piccole – sono apparse spesso nella letteratura in prosa e in versi.  Gabriele D’Annunzio  nel romanzo del 1910 “Forse che si forse che no” raccontò il grande amore del pilota Paolo Tarsis per la bellissima Isabella Inghirami. Lui guidava una decappottabile rossa che spingeva fino a parecchie decine di km/h - irresistibile – ma D’Annunzio non ne illustrava struttura, né meccanica.

Già nel 1909 F.T. Marinetti aveva pubblicato il manifesto del futurismo  “di ispirazione irrazionalistica, esaltante la guerra, avverso al femminismo, favorevole al disprezzo delle donne, alla velocità e alla violenza.” Cito:

“Un’automobile da corsa con il suo cofano adorno di  grossi tubi simili a serpenti dall’alito esplosivo …. un’automobile ruggente che sembra correre sulla mitraglia è più bella della Nike di Somatica.”

Anche i futuristi, dunque, si esprimevano in termini vaghi – poetici? – senza nemmeno provare a usare termini tecnici, né formule, né composizioni di leghe o grafici atti a definire progetti innovativi. Continuavano, dunque, la tradizione dei letterati che scrivevano i loro pensieri su macchine e su orologi senza analizzare come “fossero fatti dentro”. Cito ad esempio, il sonetto di Ciro da Pers (Udine – 1599-1663) sacerdote e cavaliere di Malta che passò nell’isola vari anni e partecipò a una spedizione contro i turchi.


“L’Orologio da Rote”  


Nobile ordigno di dentate rote
lacera il giorno e lo divide in ore,
ed ha scritto di fuor con fosche note
a chi legger le sa: Sempre si more.


Mentre il metallo concavo percuote,
voce funesta mi risuona al core;
né del fato spiegar meglio si puote
che con voce di bronzo il rio tenore.

Perch’io non speri mai riposo o pace,
questo, che sembra in un timpano e tromba,
mi sfida ognor contro all’età vorace.

E con que’ colpi onde ’l metal rimbomba,
affretta il corso al secolo fugace,
e perché s’apra, ognor picchia alla tomba.


Ciro  era poeta barocco e seguace del Marino. Il suo repertorio conteneva immagini cupe, compiangeva le condizioni umane e commentava la caducità della vita rattristandosi per il trascorrere  del tempo. Le sue meditazioni religiose sono spesso orientate sul tema della ineluttabilità della morte e del susseguente giudizio universale.

Vale, dunque, la pena di citare Ciro di Pers per le sue parole sugli orologi, anche se queste suonano fredde. Altrettanto  convenzionali  sono i versi che Ciro dedicò alle calamità  d’Italia,  sulle quali si rivolge a personaggi mitologici, come Apollo “temuto nume”. E, anche quando scrive di Nicea, immaginaria donna bellissima, non riesce a evocare alcun sentimento:


“   colei del cui bel ciglio altero

  Formasti l’arco a saettarmi il petto

  Tu mi perdona ed ella;

  le mie querule note

  non parleran d’amore  …”


Ciro sentiva più umano l’orologio che non Nicea.

martedì 10 febbraio 2026

Disseminazioni: Orologio fermo al Quirinale, di Roberto VACCA, L’OROLOGIO 10/2/2026

Orologio fermo al Quirinale, di Roberto VACCA, L’OROLOGIO  10/2/2026


Era il 27 gennaio del 1982 e a Roma pioveva. Al Quirinale, dietro la grande scrivania presidenziale, Alessandro Pertini osservava in silenzio il suo orologio da tasca. Un oggetto semplice, ma a lui caro: glielo aveva regalato suo padre quando aveva compiuto vent’anni. L’aveva tenuto con durante l’esilio, la guerra, gli anni bui e quelli della rinascita. L’orologio aveva sempre funzionato con costanza. Da qualche giorno, però, si fermava sempre alla stessa ora, le 11:17.

Pertini non era superstizioso, ma fece caso a quella regolarità. Ogni mattina, caricava la molla con precisione e ogni giorno l’orologio si fermava esattamente alle 11:17. Si rivolse allora a un vecchio orologiaio romano, che viveva e lavorava in una bottega a Trastevere, nascosta tra vicoli stretti. L’uomo osservò con cura il meccanismo. Poi disse con rispetto: “Presidente, non è rotto. Il tempo, semplice-mente, ha deciso di fermarsi lì”.

Pertini, piuttosto pensieroso, tornò al Quirinale con l’orolo-gio nella tasca del panciotto. Che significato poteva avere un tempo fermo? Era un segnale? Un monito? O solo un caso? Ma mentre gli impegni istituzionali si susseguivano, quella lancetta immobile gli martellava la mente. Ogni volta che firmava una legge o riceveva un capo di Stato o si trovava davanti alle telecamere, pensava a quel minuto sospeso nel vuoto.

Una sera, mentre camminava da solo nei giardini del Quirinale, pensò ai giorni della Resistenza. Pensò a quando il tempo era scandito non da orologi, ma da gesti. Quando le azioni avevano un peso immediato e ogni secondo poteva essere l’ultimo. “Forse il tempo vero è quello che non si misura”, mormorò. Fu allora che cominciò a notare: ogni volta che l’orologio si fermava alle 11:17, nel Paese avve-niva qualche cosa di negativo. Un giorno, una fabbrica del Sud chiuse i battenti lasciando centinaia di famiglie senza risorse. Un altro, si scoprì un nuovo scandalo di corruzione tra certi politici. Poi, un treno deragliò forse per una manutenzione inadeguata. Ogni volta, nel primo pomeriggio arrivavano le notizie esplicative di fatti avvenuti poco dopo le 11, mentre l’orologio si era fermato alle 11:17.

Erano coincidenze? O l’orologio cercava di avvertirlo? Di dire qualcosa che nessuno aveva notato? E se il tempo non si fosse fermato per caso, ma per protesta? Nel cuore di una notte insonne, Pertini prese un foglio e scrisse un messag-gio che non avrebbe mai letto in pubblico, ma che lasciò nel suo diario personale:


“Alle 11:17 il tempo ha smesso di collaborare. Non vuole più scandire i secondi di un’Italia stanca, che ha dimenticato le sue radici. Un’Italia che confonde il potere con l’arroganza, il progresso con l’indifferenza. L’orologio non si è guastato: ha semplicemente detto basta. Basta al tempo perso, ai valori svenduti, agli ideali disillusi. Forse il tempo non serve a nulla se non abbiamo il coraggio di riempirlo di senso”.


                Da quel giorno Pertini smise di portare l’orologio con sé. Lo lasciò in una piccola teca di             legno, nella sua stanza al Quirinale, con un biglietto: Il tempo non basta se non è giusto”. E             continuò a vivere i suoi giorni come aveva sempre fatto: con passione, con  onestà, con la                 forza delle idee. Ogni volta che veniva intervistato o si trovava tra i giovani, diceva:


                “Non chiedete quanto tempo resta. Chiedete che cosa possiamo fare con il tempo che                       abbiamo”.


              Il racconto dell’orologio fermo alle 11:17 divenne una leggenda tra i funzionari del                 Quirinale. Alcuni dicevano che fosse un simbolo. Altri pensavano che fosse solo una storia             inventata. Ma chi aveva conosciuto Pertini sapeva che in quella storia c’era un frammento             della sua anima: l’uomo che non ha mai lasciato che il tempo gli impo-nesse silenzi e che             ha sempre risposto con la voce della coscienza.

            Questi eventi immaginati possono ispirare diverse riflessioni. Soltanto se l’immaginazione        diventa esplicita e trova basi per individuare rischi reali da eliminare, potremo scegliere                pensatori capaci di pianificare azioni e proposte efficaci per allontanare almeno i rischi più            gravi che il mondo sta correndo.