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martedì 10 febbraio 2026

Disseminazioni: Orologio fermo al Quirinale, di Roberto VACCA, L’OROLOGIO 10/2/2026

Orologio fermo al Quirinale, di Roberto VACCA, L’OROLOGIO  10/2/2026


Era il 27 gennaio del 1982 e a Roma pioveva. Al Quirinale, dietro la grande scrivania presidenziale, Alessandro Pertini osservava in silenzio il suo orologio da tasca. Un oggetto semplice, ma a lui caro: glielo aveva regalato suo padre quando aveva compiuto vent’anni. L’aveva tenuto con durante l’esilio, la guerra, gli anni bui e quelli della rinascita. L’orologio aveva sempre funzionato con costanza. Da qualche giorno, però, si fermava sempre alla stessa ora, le 11:17.

Pertini non era superstizioso, ma fece caso a quella regolarità. Ogni mattina, caricava la molla con precisione e ogni giorno l’orologio si fermava esattamente alle 11:17. Si rivolse allora a un vecchio orologiaio romano, che viveva e lavorava in una bottega a Trastevere, nascosta tra vicoli stretti. L’uomo osservò con cura il meccanismo. Poi disse con rispetto: “Presidente, non è rotto. Il tempo, semplice-mente, ha deciso di fermarsi lì”.

Pertini, piuttosto pensieroso, tornò al Quirinale con l’orolo-gio nella tasca del panciotto. Che significato poteva avere un tempo fermo? Era un segnale? Un monito? O solo un caso? Ma mentre gli impegni istituzionali si susseguivano, quella lancetta immobile gli martellava la mente. Ogni volta che firmava una legge o riceveva un capo di Stato o si trovava davanti alle telecamere, pensava a quel minuto sospeso nel vuoto.

Una sera, mentre camminava da solo nei giardini del Quirinale, pensò ai giorni della Resistenza. Pensò a quando il tempo era scandito non da orologi, ma da gesti. Quando le azioni avevano un peso immediato e ogni secondo poteva essere l’ultimo. “Forse il tempo vero è quello che non si misura”, mormorò. Fu allora che cominciò a notare: ogni volta che l’orologio si fermava alle 11:17, nel Paese avve-niva qualche cosa di negativo. Un giorno, una fabbrica del Sud chiuse i battenti lasciando centinaia di famiglie senza risorse. Un altro, si scoprì un nuovo scandalo di corruzione tra certi politici. Poi, un treno deragliò forse per una manutenzione inadeguata. Ogni volta, nel primo pomeriggio arrivavano le notizie esplicative di fatti avvenuti poco dopo le 11, mentre l’orologio si era fermato alle 11:17.

Erano coincidenze? O l’orologio cercava di avvertirlo? Di dire qualcosa che nessuno aveva notato? E se il tempo non si fosse fermato per caso, ma per protesta? Nel cuore di una notte insonne, Pertini prese un foglio e scrisse un messag-gio che non avrebbe mai letto in pubblico, ma che lasciò nel suo diario personale:


“Alle 11:17 il tempo ha smesso di collaborare. Non vuole più scandire i secondi di un’Italia stanca, che ha dimenticato le sue radici. Un’Italia che confonde il potere con l’arroganza, il progresso con l’indifferenza. L’orologio non si è guastato: ha semplicemente detto basta. Basta al tempo perso, ai valori svenduti, agli ideali disillusi. Forse il tempo non serve a nulla se non abbiamo il coraggio di riempirlo di senso”.


                Da quel giorno Pertini smise di portare l’orologio con sé. Lo lasciò in una piccola teca di             legno, nella sua stanza al Quirinale, con un biglietto: Il tempo non basta se non è giusto”. E             continuò a vivere i suoi giorni come aveva sempre fatto: con passione, con  onestà, con la                 forza delle idee. Ogni volta che veniva intervistato o si trovava tra i giovani, diceva:


                “Non chiedete quanto tempo resta. Chiedete che cosa possiamo fare con il tempo che                       abbiamo”.


              Il racconto dell’orologio fermo alle 11:17 divenne una leggenda tra i funzionari del                 Quirinale. Alcuni dicevano che fosse un simbolo. Altri pensavano che fosse solo una storia             inventata. Ma chi aveva conosciuto Pertini sapeva che in quella storia c’era un frammento             della sua anima: l’uomo che non ha mai lasciato che il tempo gli impo-nesse silenzi e che             ha sempre risposto con la voce della coscienza.

            Questi eventi immaginati possono ispirare diverse riflessioni. Soltanto se l’immaginazione        diventa esplicita e trova basi per individuare rischi reali da eliminare, potremo scegliere                pensatori capaci di pianificare azioni e proposte efficaci per allontanare almeno i rischi più            gravi che il mondo sta correndo.

 

lunedì 7 aprile 2025

Disseminazioni: Il tempo nel Decamerone, di Roberto Vacca. L’OROLOGIO, 7/4/2025

 Il  tempo nel Decamerone,  di Roberto Vacca. L’OROLOGIO, 7/4/2025

I tempi del godimento erotico venivano raffigurati come paradisiaci da Giovanni Boccaccio nelle novelle del Decamerone. Non entrava in descrizioni dettagliate dei rapporti sessuali e impiegava spesso similitudini con bellezze naturali e artistiche o con astrazioni poetiche, I racconti, quindi, sono generici e tutt’altro che volgari. Potremmo definirli innocenti - tanto da stupirci che l’opera sia stata messa all’indice e proibita per vari secoli.

Curiosamente l’Autore dedicava molta attenzione e traeva ispirazione da tempi tragici, talora da pretesti meschini e spesso da occasioni liturgiche.  Queste ultime sono introdotte in quanto fissate nelle memorie di frati, monaci e suore che pare scandissero con i messali, i tratti, i salmi e le collette, le loro peccaminose attività sessuali spesso adulterine o condivise con giovinetti e giovinette. Questi eventi si svolgevano anche nei monasteri soprattutto nelle ore notturne mentre abati e badesse dormivano o, se venivano svegliati, invece di escogitare e imporre punizioni ai religiosi colti in fragrante, partecipavano prontamente anche loro alle attività lascive. 

Le novelle del Boccaccio non possono essere considerate come pornografiche: insistono, invece, su considerazioni letterarie, psicologiche e filosofiche. Un buon esempio è quello della Seconda novella della Quarta giornata, in cui frate Alberto diventa confessore di una sciocca Madonna Lisetta, veneziana. Il frate la convince che l’Arcangelo Gabriele si è innamorato di lei. Poi si presenta mascherato da arcangelo con aureola e ali piumate coinvolgendola in una pantomima ispirata all’Annunciazione a Maria vergine della prossima nascita di Cristo. Poi il frate cambia maschera e interpreta il ruolo di un uomo selvatico, viene scoperto, legato ed esposto in piazza allo scherno dei passanti e, infine, imprigionato fino alla morte. Lo scherzo erotico diventa una specie di cupo testo edificante. 

Nella seconda novella  della VII Giornata. La bella Peronella viene sorpresa dal marito mentre sta col suo amante Giannello che si nasconde in una botte. Peronella lo presenta al marito come acquirente della botte che sta ora esaminando. Giannello conferma l’acquisto, ma vuole che la botte venga pulita. Il marito entra lui nella botte e nel tempo in cui la pulisce gli adulteri continuano ad accoppiarsi

I tempi tragici sono quelli immaginati dai personaggi delle novelle, nell’imminenza più o meno remota della propria morte. I testi pullulano allora di preghiere, messe e penitenze. Qui i tempi della narrazione si dilatano oltre misura anche perché la fantasia del Boccaccio si manifesta nel narrare i sogni dei personaggi-

Anche i rapporti sessuali dei laici avvengono spesso con partner sposati. I tempi di attesa impiegati nel corteggiamento sono descritti come lunghe sofferenze che la speranza del successo  nella conquista riesce appena ad alleviare.

Il gusto maggiore goduto dai personaggi non è quello del rapporto amoroso, ma sembra essere quello di chi riesce a ingannare o beffare un marito sprovveduto – o consenziente.  Il successo nel rapporto fisico con la persona concupita e l’abilità nel dare e conseguire piacere sembrano trascurabili rispetto alla soddisfazione di danneggiare - “fare cornuto” - un altro individuo. 

Dopo più di sette secoli, l’umorismo del Boccaccio ci evoca appena un sorriso. I tempi dell’erotismo cedono poi il passo ai tempi dei suffragi dovuti all’anima dei defunti. Se questi sono effettuati senza un corretto pagamento ai clerici  per le cerimonie relative, le anime dei morti riappaiono  ai superstiti come fantasmi. Questi non incutono paure: la narrazione riporta eventi che avvengono al buio in ore notturne. I personaggi cadono nel sonno e i loro sogni sono popolati da morti, torture e rapporti carnali con fantasmi.

mercoledì 12 giugno 2024

Disseminazioni: Il tempo – in poesie mediocri – di Roberto Vacca. L’OROLOGIO, 12/6/2024

 Il tempo – in poesie mediocri – di Roberto Vacca. L’OROLOGIO, 12/6/2024

 

Anche i poeti più noti (e più bravi?) quando scrivono versi sul tempo, raramente producono i loro versi migliori. Forse dipende dal fatto che l’argomento è complesso e difficile come hanno riconosciuto molti autori.

Su queste pagine ho riportato (e tradotto) in passato alcune delle versificazioni che mi erano piaciute di più su: memorie, gestione del tempo, ferite che arreca, sentimenti che evoca, orologi. Avevo trascritto e commentato versi di Dante Alighieri, Giuseppe Gioachino Belli, Charles Baudelaire, Giosuè Carducci, Ecclesiaste, Gabriele D’Annunzio, Ugo Foscolo, Primo Levi, Rudyard Kipling,  Pietro Metastasio, Giovanni Pascoli, Edgar Allan Poe, William Shakespeare, Giuseppe Ungaretti.  

I concetti sono  ben noti – sempre gli stessi. Il tempo si percepisce attraverso sensazioni spesso incerte. Il tempo non si vede se non sui quadranti degli orologi, sui volti che invecchiano, sulle assenze dei defunti, sugli oggetti che degradano e si rompono, sui panorami che cambiano. Il tempo scorre sempre nello sesso senso, non si ferma mai   e non torna indietro. Il disappunto conseguente diventa dolore: il dolore di non poter tornare è la nostalgia [“nostos” = ritorno in  greco].  Gli  intervalli di tempo ci vengono imposti dai ritmi giornalieri o stagionali, dalle circostanze, da leggi, regolamenti e contratti, da chi esercita autorità o si arroga funzioni di comando. La mancanza di tempo ci fa stare male e ci può assillare.

Tutti questi elementi negativi riempiono le nostre lamentele (non le ripetiamo troppo a lungo, perché non serve a niente) e anche molte poesie. Ne ho trovate in gran numero cercando su Google. Tranne quelle degli autori che cito sopra, sono tanto simili tra loro che sembrano scritte da una stessa persona. Non meritano di essere rilette o conservate e tanto meno imparate. 

Ne ho scelta una di Miguel Alfonso Marquez Ordonez, poeta venezuelano contemporaneo. Marquez è autore di un libretto in cui due fratellini trovano in  una spiaggia di Higuerote un cavalluccio alato che li porta in cielo. La sua modesta poesia sul tempo  è pure una delle migliori e la riporto qui di seguito originale e traduzione, come campione rappresentativo della scarsa originalità di quanto si trova in biblioteche, librerie e in Rete. Non credo che ne serberò memoria  alcuna.

 

 

El tiempo                                                                Il tempo

 

Como pasa el tiempo                                               Come passa il tempo

Cómo los minutos, horas, días                                 come i minuti, ore, giorni

Todo parece escaparse                                             Tutto pare che fugga

Y sin embargo nos aferramos a cada uno                e afferriamo ciascuno di loro

Como si fueran los últimos                                      come se fosse l’ultimo

Vemos el reloj correr                                               Vedo l’orologio correre

Y me pregunto dónde se ha ido el tiempo                e mi chiedo dove è andato il tempo?

Como pasa cuando nos estamos divirtiendo             come passa veloce se ci divertiamo!

Pero se arrastra cuando nos sentimos deprimidos    ma si trascina se siamo depressi

puede ser nuestro amigoY nuestro enemigo             può essere nostro amico o nemico

¿Cómo puede moverse tan lentamente?                   Come può muoversi così lento

Y desaparecer en un abrir y cerrar de ojos                e sparire in  un battito di ciglia?

Cómo el tiempo puede ser un sanador                      il tempo può essere una cura

y una herida                                                               e una ferita

¿Cómo puede ser un maestro?                                  Può essere un maestro 

y un studiante                                                            e uno studente

puede ser una bendición y una maldición                 una benedizione e una maledizione

Cómo el tiempo puede ser un regalo y una carga     un  regalo e un’oppressione

Cómo el tiempo puede ser todo y nada de repente    può essere tutto e di  repente nulla

 

Miguel Alfonso Marquez Ordonez (Caracas, 1955- )

martedì 14 novembre 2023

Disseminazioni: Impersonare in tempo reale, - di Roberto Vacca, L’Orologio - 14/11/2023

 Impersonare in tempo reale, - di Roberto Vacca, L’Orologio - 14/11/2023 

Cacciatori e guerrieri raccontavano le loro avventure la sera accanto al fuoco. Gli ascoltatori si sentivano impersonati in quei protagonisti. Si sentivano come eroi e ripetevano ad altri quelle saghe come se fosse roba loro. Le epopee, però, diventavano lunghe e complesse. Guerre e conquiste duravano per secoli. Immedesimarsi diventava difficile. 

Così i greci inventarono i teatri in cui Aristotele impose alle tragedie l’unità di tempo e di luogo. Gli eventi dovevano essere recitati o narrati dagli attori in una sola giornata e in un solo luogo. Le loro azioni contribuivano a raccontare la storia. I loro moti dell’animo, i loro pensieri, le loro intenzioni e la loro vita passata erano anche raccontati a voce o cantati. Il pubblico non trovava artificioso questo modo di comunicare. Nelle commedie di pochi secoli fa anche il Goldoni faceva parlare gli attori direttamente con il pubblico. Dopo che un personaggio in scena aveva detto o fatto qualche cosa di curioso, un altro attore poteva commentare – magari strizzando l’occhio e poi continuando a recitare:

“Oh, che bel matto!” [segnata nel copione con: (a parte)].

 

Nei romanzi degli ultimi secoli la mente e la coscienza di personaggi sono  state narrate con efficacia. Il lettore viene condotto a seguire processi mentali, dubbi, ragionamenti, pentimenti. Viene colpito dalla critica di errori tanto simili a quelli che ha compiuto lui stesso – scanditi secondo per secondo. Rivive rimpianti di errori ormai irrimediabili: con dolore crescente quando gli errori sono monumentali – la perdita di un’amicizia importante o di molto denaro. Esasperante la perdita di una fortuna al gioco. I pensieri di Nikolaj Rostov mentre sta perdendo forti somme in un gioco d’azzardo con Dolochov, il disertore, sono riportati uno per uno da Tolstoj (Guerra e Pace. Parte II, Capitolo 14). Ti sembra di sentire il ticchettìo della pendola che scandisce i secondi della graduale rovina che rode la mente di Nikolaj.

"Non ho fatto niente di male. Ho ucciso od offeso  qualcuno? Perché, allora, questa disgrazia colpisce proprio me? Quando è cominciata? Pochissimo tempo fa ho deciso di venire a questo tavolo e di vincere cento rubli per comprare un bel cofanetto per il compleanno della mamma. Poi sarei tornato a casa. Ero felice – senza pensieri. Non mi rendevo nemmeno conto di quanto fossi felice. Poi: tutto finito - ed è venuta questa situazione orribile. Ero seduto qui, sceglievo e giocavo le carte e guardavo le mani di Dolochov - ossute e veloci – con i peli neri che spuntavano dai polsini. Che cosa è successo? Sono sano e forte. Sono lo stesso uomo di prima e siedo allo stesso posto. Non può essere! Certo  andrà tutto a posto.

Non andò tutto a posto. Rostov perse 43.000 rubles. Dovette chiedere la somma a suo padre che, anche lui, era a corto di soldi. Se tuo padre non riesce a procurarsi  il denaro per pagare i tuoi debiti, le cose ti andranno peggio.

L’ineluttabile pesantezza del tempo si può descrivere, dunque, in parole. È possibile, ma arduo, per un attore comunicarla in una scena integrando le parole con posture ed espressioni del volto. 

Le parole di certe poesie, anche non famose, mi avvicinano al tempo e al mondo in  modi che non capisco, ma che funzionano. Una di queste è di Juan Rodolfo Wilcock.  Ne riporto solo 6 versi:

 

Ringraziare voglio il divino

Labirinto degli effetti e delle cause

Per la diversità delle creature

Che compongono  questo singolare universo,

per quel sogno di Islam che abbraccia

mille notti e una notte.

giovedì 9 febbraio 2023

Disseminazioni: TEMPO MITICO – L’UCCELLO ROC di Roberto Vacca - L’OROLOGIO – 9/2/2023

TEMPO MITICO – L’UCCELLO  ROC  - L’OROLOGIO – 9/2/2023  

 Dagli anfratti della mia affollata memoria è emersa una storia che molti decenni fa mi deve aver raccontato mia madre, nota arabista e islamista. In questo racconto, non ricordo in quale contesto, si parlava di una durata di tempo lunghissima, interminabile. Per darne un’idea, veniva definita in modo immaginoso come il tempo necessario per distruggere il monte più alto del mondo – se ricordo bene chiamato Qaf, consumandolo gradualmente. Il Qaf era forse fatto di smeraldo  ed era abitato dagli jinn, gli impertinenti spiriti folletti della tradizione araba. Sono invisibili, ma si possono presentare in diverse forme; hanno poteri magici, sono impertinenti, fanno scherzi spiacevoli, con gli esseri umani possono parlare e anche avere rapporti sessuali dai quali possono nascere figli.

Il folklore arabo e iranico narra del mitico gigantesco uccello Roc che, nella storia dei miei ricordi, vola sopra il monte Qaf una volta ogni mille anni e ne strofina la sommità con un velo consumandone, quindi, un piccolissimo strato. Questo processo così lento avrebbe finito per disintegrare il monte e sarebbe durato per un tempo non intuibile, ma ovviamente enorme. 

Proviamo a stimarlo.

Supponiamo che ogni passata del velo porti via uno strato di un millesimo di millimetro (cioè un milionesimo di metro: 10-6 m) del monte che assumiamo alto 10 chilometri (cioè 104 m). Il numero di passate del velo per consumare tutto il monte è dato dal rapporto fra l’altezza e ciascuno strato asportato – cioè  10-10  Il numero di anni necessario per distruggere il monte è mille volte 1010  cioè  1013 o 10.000 miliardi di anni – molto più del tempo in cui è esistito il mondo.

Ho cercato su enciclopedie e su Google l’origine di questo curioso mito orientale e non l’ho trovata. Ho trovato, però, tracce dell’uccello Roc: nella tradizione ebraica avrebbe portato a Salomone il tassello di legno pregiato, ornato con anelli d’argento, che gli mancava, ma era essenziale per completare la costruzione del suo Tempio.

Parla del Roc anche il libro (risalente al VI secolo) della Gloria dei Re etiopi a partire dal primo: Kebra Nagast, figlio della Regina di Saba e di Salomone. Il libro fu rielaborato da preti copti nei secoli seguenti. Alcune versioni trovate  in Sudan, contenevano adulterazioni ispirate da testi egiziani geroglifici. Nel 14° secolo fu tradotto in arabo e inframezzato con tradizioni e leggende islamiche.  Kebra Nagast avrebbe avuto anche qualche attributo divino, data la sua appartenenza alla stirpe salomonica che aveva in comune con Gesù Cristo. 

Marco Polo, nel Milione, cita un grande uccello Roc proveniente dall’Oceano e ne indica un’apertura alare equivalente a 18 metri, ma non dice di averlo mai visto. Taluno ha voluto attribuire le origini della leggenda a un uccello alto vari metri e poi estinto, di cui si sarebbero trovati scheletri fossili in Madagascar.

Nelle Mille e una notte, Sindbad, il marinaio, sfugge a certi nemici aggrappandosi son i suoi figli alle zampe di Roc che vola senza accorgersi di loro. L’uccello è descritto così grande che può afferrare col becco un elefante e portarlo al suo nido per nutrire i suoi piccoli.

L’ultimo a menzionare l’uccello Roc pare sia stato alla fine del 16° secolo l‘editore belga Theodore de Bry, autore di racconti su miti e illusioni e di cronache sulle esplorazioni europee delle Americhe.

venerdì 18 dicembre 2020

Disseminazioni: Orologi e lutti, di Roberto Vacca, L’Orologio, 18/12/2020

Orologi e lutti, di Roberto Vacca, L’Orologio, 18/12/2020


Ferma tutti gli orologi – stacca il telefono

Dai un osso al cane che non abbai più

Chiudete il piano – i tamburi: in sordina.

Uscite con la bara – entri la gente a lutto.


Gli  aeroplani  sorvolino la piazza

E scrivano sul cielo LUI E’ MORTO

Sui colli bianchi dei piccioni: colletti neri  

Portino guanti neri i  pizzardoni


Lui era il mio Nord, il mio Sud, il mio Est, il mio Ovest

La settimana di lavoro – il mio riposo domenicale

Mezzogiorno, Mezzanotte, la parola, il canto.

Credevo che l’amore durasse per sempre. Sbagliavo.


Le stelle non servono più – spegnetele tutte.

Mettete via la luna, smontate  il sole

Versate via l’oceano – tagliate il  bosco

Niente, niente oramai andrà più bene. 


Il poeta inglese W. H. Auden [1907-73] scrisse questi versi [riporto l’originale più oltre] negli anni Trenta, dopo la morte di un suo amante. Auden era uomo sensibile, spiritoso, raffinato: so a memoria alcune poesie sue; in particolare quella del legionario Romano di guardia al Vallo di  Adriano:

 

“Sulla brughiera soffia il vento freddo

Ho i pidocchi e in più mi cola il naso.

mi piove addosso a scrosci, fo la guardia

al Vallo e nemmeno io so perché

la nebbia copre questi sassi grigi

la mia donna sta in Tungria; dormo solo.

Mi dicono che Aulo le sta dietro

è quel burino con la faccia amara.

‎Piso è cristiano: il suo dio è un pesce

A dargli retta non si scopa più”.


La  poesia funebre mi piace meno, Quando la lessi, mi stupii: il poeta descriveva la sua disperazione totale per la perdita dell’amico, ma non ci si concentrava poi tanto. Si concentrava  piuttosto a trovare le rime. Forse non era così disperato o, forse, era troppo abituato alla rima (come tanti altri poeti più famosi) e al metro (anche se non tutti i versi sono endecasillabi). Certo è forte il primo verso contro ogni distrazione: telefono e orologi.

Quando muore una persona  cara, parliamo spesso di orologi e ore. L’ orologio da polso del morto può continuare a segnare il tempo giusto, mosso dalla pila o dalla carica fornita dal suo braccio quando ancora si muoveva - e per chi rimane è un ulteriore dolore L’ora dell’evento viene scritta sul certificato di morte. Si concorderanno il giorno e l’ora del funerale. Queste attività possono aiutare a distrarsi dal proprio dolore che, in genere, è più intenso quanto più quella fine era inaspettata.

Letterati e poeti hanno scritto tanto sulla morte e su quella di persone vicine. Il povero Auden auspicava o immaginava certi eventi che sarebbero serviti solo a sottolineare la sua tristezza la sua inconsolabilità. Lasciava che il lettore apprezzasse l’impossibilità  che tutto il mondo condividesse la  sua angoscia e che capisse che per lui il mondo era finito.

Cadde preda della sua stessa figura retorica. Il fatto stesso di scriverne  in versi dimostrava che era ancora in grado di funzionare. Quindi avrebbe potuto rinnovarsi, provare altre esperienza, cercare  nuovi amori, ri-inventare  la  propria vita.

Lo sapeva bene, se scriveva “sbagliavo”. Ma non ci si può attendere che i poeti siano consequenziari.


_______________________________________.

Stop all the clocks, cut off the telephone, 

Prevent the dog from barking with a juicy bone, 

Silence the pianos and with muffled drum 

Bring out the coffin, let the mourners come. 


Let aeroplanes circle moaning overhead 

Scribbling on the sky the message He Is Dead, 

Put crepe bows round the white necks of the public doves, 

Let the traffic policemen wear black cotton gloves. 


He was my North, my South, my East and West, 

My working week and my Sunday rest, 

My noon, my midnight, my talk, my song; 

I thought that love would last for ever: I was wrong. 


The stars are not wanted now: put out every one; 

Pack up the moon and dismantle the sun; 

Pour away the ocean and sweep up the wood; 

For nothing now can ever come to any good.