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venerdì 6 marzo 2026

Disseminazioni: Orologio in versi – I – di Roberto Vacca. L’OROLOGIO, 6/3/2026

 Orologio in versi – I – di Roberto Vacca. L’OROLOGIO, 6/3/2026

Le macchine – grandi e piccole – sono apparse spesso nella letteratura in prosa e in versi.  Gabriele D’Annunzio  nel romanzo del 1910 “Forse che si forse che no” raccontò il grande amore del pilota Paolo Tarsis per la bellissima Isabella Inghirami. Lui guidava una decappottabile rossa che spingeva fino a parecchie decine di km/h - irresistibile – ma D’Annunzio non ne illustrava struttura, né meccanica.

Già nel 1909 F.T. Marinetti aveva pubblicato il manifesto del futurismo  “di ispirazione irrazionalistica, esaltante la guerra, avverso al femminismo, favorevole al disprezzo delle donne, alla velocità e alla violenza.” Cito:

“Un’automobile da corsa con il suo cofano adorno di  grossi tubi simili a serpenti dall’alito esplosivo …. un’automobile ruggente che sembra correre sulla mitraglia è più bella della Nike di Somatica.”

Anche i futuristi, dunque, si esprimevano in termini vaghi – poetici? – senza nemmeno provare a usare termini tecnici, né formule, né composizioni di leghe o grafici atti a definire progetti innovativi. Continuavano, dunque, la tradizione dei letterati che scrivevano i loro pensieri su macchine e su orologi senza analizzare come “fossero fatti dentro”. Cito ad esempio, il sonetto di Ciro da Pers (Udine – 1599-1663) sacerdote e cavaliere di Malta che passò nell’isola vari anni e partecipò a una spedizione contro i turchi.


“L’Orologio da Rote”  


Nobile ordigno di dentate rote
lacera il giorno e lo divide in ore,
ed ha scritto di fuor con fosche note
a chi legger le sa: Sempre si more.


Mentre il metallo concavo percuote,
voce funesta mi risuona al core;
né del fato spiegar meglio si puote
che con voce di bronzo il rio tenore.

Perch’io non speri mai riposo o pace,
questo, che sembra in un timpano e tromba,
mi sfida ognor contro all’età vorace.

E con que’ colpi onde ’l metal rimbomba,
affretta il corso al secolo fugace,
e perché s’apra, ognor picchia alla tomba.


Ciro  era poeta barocco e seguace del Marino. Il suo repertorio conteneva immagini cupe, compiangeva le condizioni umane e commentava la caducità della vita rattristandosi per il trascorrere  del tempo. Le sue meditazioni religiose sono spesso orientate sul tema della ineluttabilità della morte e del susseguente giudizio universale.

Vale, dunque, la pena di citare Ciro di Pers per le sue parole sugli orologi, anche se queste suonano fredde. Altrettanto  convenzionali  sono i versi che Ciro dedicò alle calamità  d’Italia,  sulle quali si rivolge a personaggi mitologici, come Apollo “temuto nume”. E, anche quando scrive di Nicea, immaginaria donna bellissima, non riesce a evocare alcun sentimento:


“   colei del cui bel ciglio altero

  Formasti l’arco a saettarmi il petto

  Tu mi perdona ed ella;

  le mie querule note

  non parleran d’amore  …”


Ciro sentiva più umano l’orologio che non Nicea.

giovedì 18 novembre 2021

Disseminazioni: Tempo salvato, rubato e restituito dalla rete, di Roberto Vacca OROLOGIO 18/11/2021

Tempo salvato, rubato e restituito dalla rete, di Roberto Vacca OROLOGIO 18/11/2021 


Sarebbe lunghissimo il tempo per navigare nella Biblioteca di Babele – e ci si troverebbe ben poco. È la biblioteca infinita inventata da Jorge Luis Borges composta da parole che sono sequenze casuali (di qualsiasi lunghezza) delle lettere dell’alfabeto e dei numeri. Deve contenere tutti i libri che sono stati e che saranno mai scritti. Però sfogliandone le infinite pagine solo molto di rado si trova un frammento o una parola intera. Chi possiede qualche decina di migliaia di libri raramente ne fa un catalogo – e cerca a memoria fra i suoi scaffali raffigurandosi le dimensioni e il colore del dorso di un libro che sa di avere, se non glielo hanno trafugato.

Mio padre aveva circa 20.000 volumi degli argomenti e delle discipline che coltivava [storia della matematica, culture orientali e tante altre]. Da bambino, lo vedevo girare fra i suoi tre studi mormorando titoli e aspetto esterno dell’opera cercata. In genere trovava il libro in meno di un’ora, anche col mio aiuto. Talora ci volevano giorni. Avrebbe avuto una vita più facile e produttiva, se avesse avuto a disposizione un personal computer.

Io uso un pc da decenni. Ho catalogato solo i miei libri di matematica, non gli altri – ne ho circa 10.000. Spesso trovo quel che cerco in una delle mie librerie entro pochi minuti. Se uso Google, riesco anche a ricostruire, se temporaneamente mi sfuggivano, il titolo esatto e il nome dell’autore. Qualche volta quel nome mi viene ricordato dalla macchina e, insieme, mi accorgo che ne ho una copia e me ne viene in mente anche la collocazione esatta  a pochi metri dalla mia scrivania: risparmio ore di tempo. Nella ricerca mi accade di ritrovare o di individuare un libro che farei bene a leggere. Quando si tratta di classici, anche recenti, sempre più di frequente ne trovo online l’intero testo o, quanto meno, le coordinate bibliografiche. Allora lo ordino, in genere a ibs o ad Amazon, lo pago con un bonifico o con la carta di credito e l’ho in mano uno o due giorni dopo. La tecnologia della comunicazione e dell’informazione su cui ho lavorato tanto, mi ripaga regalandomi tempo e cultura. Mi fa diventare “memorioso” come e più di Funes – altro mitico personaggio di J.L. Borges.

La ricerca negli anfratti della Rete, come accennavo, ti può avvicinare rapidamente a personaggi notevoli che non conoscevi. Ho scoperto l’esistenza di Alex Novrasteh del Cato Institute di Washington ed ho letto sulla rivista “Inside Sources” [Fonti Interne] il suo lavoro sugli effetti positivi che storicamente l’immigrazione legale ha avuto sull’economia. Sullo stesso argomento ho trovato un articolo di G. J. Borjas di Harvard.

Queste ricerche non sono scevre da rischi. Navigare in Rete è un po’ come per un goloso aggirarsi per una pasticceria. In un blog, in una bibliografia o negli atti di un dibattito ti accade di trovare un nome dimenticato, un concetto o una parola che ti spingono a cominciare un’altra esplorazione in territori anche lontani. Procedi e trovi parole, immagini, video di cui farai bene a trascurare la maggioranza, se no, perdi il tempo che ti scorre via a guardare roba di interesse fuggevole. È come se la Rete ti rubasse il tempo  che ti aveva regalato

In alternativa puoi anche sprofondare in linee di pensiero che ti affascinano. Qui rischi di perdere i link alle coordinate dei siti interessanti che avevi trovato. Quindi è buona norma, quando navighi nel Web e cerchi idee e parole che descrivono cose del mondo che non conoscevi, registrare, su un taccuino, un tablet o uno smartphone, le coordinate dei punti che tocchi – se no cadi nel senza "lo ritenere avere appreso".

 

martedì 24 novembre 2020

Disseminazioni: Non gli direi nemmeno l’ora – L’OROLOGIO, 24/11/2020

Non gli direi nemmeno l’ora – L’OROLOGIO, 24/11/2020 

Richard Blake era ricco. Lo chiamavano Rich i suoi amici, ma ne aveva pochi: era antipatico e non pagava i debiti. Era suo creditore per forti somme anche il Comune della sua città – Galway sulla costa occidentale dell’Irlanda circa 100 kilometri a Nord di  Limerick. Quegli amministratori avevano deciso di installare quattro grandi orologi sui quattro lati del campanile della chiesa di San Nicola. Il comune, però, era a corto di soldi. Così gli orologi furono solo tre. Rimase senza la facciata Nord che guardava verso le proprietà di Blake, che fu privato, quindi, del time of day – di vedere dalla finestra  che ora fosse. 

Sono passati vari secoli da  allora  e alcuni hanno proposto un altro mito -  forse  fantasioso. Sarebbe stato il priore di San Nicola a lasciare senza orologio chi abitava a Nord, per dispetto verso il convento francescano di clausura, Poor Clares, delle suore di Santa Chiara, con le quali aveva qualche bega o divergenza  di opinione.

L’espressione time of day si trova già in Shakespeare: nel I atto, scena II del  Riccardo III. Stanley Conte di Derby, saluta la regina Elisabetta con le parole:

“Good time of day unto your Royal Grace”.

A metà del secolo XIX si diffuse negli Stati Uniti la frase (usata ancora oggi da alcuni):

“I wouldn’t give him the time of day – [se me lo chiedesse] non gli direi nemmeno che ore sono.”   Intesa a bollare la persona di cui si parla come una spiacevole nullità da non tenere in alcun conto e a cui non rivolgere nemmeno la parola.


Un’altra preclusione di una veduta notevole, che presenta una vaga analogia con quella di Galway, ebbe luogo a Roma  nel 1735. L’architetto  Nicola Salvi aveva cominciato a costruire la Fontana di Trevi – secondo alcuni  la più bella del mondo. Un antipatico barbiere, che aveva la sua bottega sul lato destro della piazza, lo criticava continuamente. Salvi, allora, fece costruire a uno dei suoi scultori  un grosso vaso di marmo che posizionò in modo da impedire al barbiere di vedere la fontana. Il vaso sta ancora al suo posto e da tre secoli si chiama “l’Asso di Coppe” per la sua somiglianza con la carta da gioco  napoletana.


Ci sono strumenti travestiti da orologi: danno l’ora,  ma servono a molti altri scopi. Fra questi primeggiano gli smartphone, che contengono enciclopedie, atlanti, navigatori, macchine fotografiche e telecamere. Possono essere molto utili – anche se le funzioni che offrono si ottengono con altri mezzi tradizionali o moderni. Certi orologi da  polso incorporano telecamere nascoste con cui agenti di polizia, o anche impiccioni, riprendono surrettiziamente azioni o dichiarazioni di qualcuno.

Certi orologi non sono nascosti, ma è come se non esistessero perché l’informazione che generano è illeggibile o può essere acquisita con estrema  difficoltà. Alcuni di questi, analogici, hanno il quadrante  privo di numeri e di tacche; chi li guarda può fare soltanto una  rozza stima della posizione delle lancette ed è molto probabile che si sbagli.

Altri sono troppo piccoli. Altri – grandi – installati all’aperto, sono illeggibili quando il sole è abbagliante dietro di essi o si riflette sul vetro anteriore o tramonta e non  sono illuminati.

Accade spesso che messaggi visivi non siano ricevibili. Certe lampade-spia su strumenti moderni [televisori, cruscotti di auto] sono tanto piccole e fioche da essere invisibili già alla distanza di qualche decimetro. Certe scritte stradali ..sono in caratteri tanto piccoli e sbiaditi che riesce a leggerle solo chi va a piedi – chi guida non ne ha il tempo. Si trovano messaggi e testi registrati in blog o trasmessi con E-mail in corpo 6 [illeggibili, appunto, come il contenuto di questa parentesi] o in corpo 8 [leggibili con difficoltà anche  da parte di giovani.]

Io scrivo i miei testi in corpo 13:   vanno bene per la stampa o in corpo 16 per le e-mail che invio ad anziani.

Poi c’è il problema della scarsa leggibilità che dipende dai  contenuti: dalla scelta delle parole, dalla struttura  delle frasi, dalla concatenazione dei concetti: ma qui il discorso diventerebbe  assai  più lungo. 

martedì 27 agosto 2019

Disseminazioni: Orologi decimali, di Roberto Vacca, 27/8/2019 – L’Orologio

Orologi  decimali,  di  Roberto  Vacca, 27/8/2019 – L’Orologio
Il sole di mezzogiorno entrava dalle grandi finestre dell’appartamento di Boulevard de la Madeleine, ove Antoine Laurent Lavoisier si era ritirato nel  Novembre del 1793, dopo che la Convention Nationale aveva dissolto l’Academie des Sciences. Lo scienziato finì di scrivere la nota  su cui aveva lavorato tutta la mattina e disse:
“Je me rend bien compte qu’il est cinq heures, Anne Marie, mais j’ai faim. Allons dejeuner.” [“So bene che sono le cinque, ma ho fame. Andiamo a pranzo.”]
Anne Marie Paulze, la sua bella moglie (che appena tredicenne lo aveva sposato), guardò il grande orologio da parete e annuì. L’unica lancetta puntava in basso verso la cifra 5. Si alzò dal tavolo di lavoro e si avviò a seguirlo. Era lui l’inventore dell’orologio digitale, che aveva il quadrante suddiviso in 10 ore, ciascuna delle quali (suddivisa in 100 minuti, ciascuno suddiviso in 100 secondi) durava 2 ore e 24  minuti secondo la numerazione tradizionale.
Lavoisier, l’inventore della chimica moderna, collaborava con altri scienziati a definire il sistema metrico decimale. In quei giorni era impegnato a determinare con precisione il kilogrammo, definito come la massa  di acqua distillata contenuta in un cubo con il lato di un decimetro. [Il metro era definito come la quarantamilionesima parte del meridiano terrestre.]
Prima di uscire Anne Marie porse al marito il suo orologio d’oro (decimale contenente anche un contapassi e una bussola [Fig.1] ).  Lavoisier lo mise in tasca e si avviò. Appena giunto  in strada, vide venirgli incontro uno  dei suoi assistenti che lo apostrofò:
“Maitre! Oggi 4 Frimaio [24/11/1793] la Convention ha promulgato la legge! Ora tutti gli orologi dovranno essere   decimali!”
Il Maestro se lo aspettava:  sorrise, ma non si fermò. Pochi passi dopo il sorriso si gelò sulle sue labbra. Due gendarmi armati di fucile con la baionetta inastata gli si erano messi ai fianchi:
“Cittadino Lavoiser, la Convenzione vi ordina di seguirci alla prigione di Port-Libre ove fornirete le spiegazioni che saranno richieste.”
Gli diedero poche informazioni: sarebbe stato interrogato con i suoi colleghi della Ferme Générale – l’ente che aveva dal re l’appalto per la riscossione delle imposte. Era stato un incarico molto redditizio, terminato tre anni prima.  Jacques Paulze, suo suocero e suo collega alla Ferme, fu arrestato lo stesso giorno. Il loro accusatore, Antoine Dupin - altro ex collega - dapprima li incriminò per furto, poi per tradimento della Repubblica e collusione con Stati stranieri. Lavoisier (nei 5 mesi di prigionia) continuò a scrivere trattati scientifici. Fu visitato spesso dalla moglie, che, altezzosa, ebbe scontri con Dupin, inizialmente ben disposto, dal quale pretendeva che prosciogliesse tutti gli imputati. Lavoisier e Paulze furono condannati a morte. Alcuni scienziati chiesero al giudice, Coffinhal, la grazia almeno per quel genio di Lavoisier, ma lui rispose che la Repubblica non aveva bisogno di geni. Lo stesso Lavoisier chiese inutilmente di posporre l’esecuzione di due settimane nelle  quali avrebbe completato la procedura per la definizione del kilogrammo
Pare apocrifo quanto asserito da certi biografi che Lavoisier avesse detto a taluno: 
“Prima che cada la lama dalla ghigliottina  inizierò a battere rapidamente le palpebre. Vedi per quanto tempo continuo, dopo che la mia testa sarà mozzata.” – avrebbe  continuato per 15 secondi.

Mi ha stimolato a cercare  quanto sopra la mia sapiente amica, chimica e nanotecnologa, Laura Boschis; mi ha mandato il link a: http://www.thelightcanvas.com/un-orologio-rivoluzionario-a-chivasso/ , ove si trova la storia dell’orologio decimale sul timpano di Palazzo  Einaudi a Chivasso installato dai francesi sulla caserma di Piazza d’Armi nei primi anni del secolo 19°. In Francia gli orologi digitali non ebbero grande fortuna e Napoleone li mise fuori legge nel 1806.

Fig. 1 - Orologio decimale  appartenuto  a Lavoisier
[scaricato da: https//royalsocietypublishing.org/doc/pdf/10.1098/rsnr.19490001]





Fig.2 – Orologio decimale sul timpano di Palazzo Einaudi a Chivasso

venerdì 17 maggio 2019

Disseminazione: Resilienza, di Roberto Vacca, L’orologio, 17/05/2019

Disseminazione: Resilienza,  di Roberto  Vacca,  L’orologio,  17/05/2019

La forza nel ferro di un traliccio può essere di compressione, ed è un puntone, o di trazione ed è un tirante. Al passare del tempo, il valore della forza cambia poco, a seconda delle variazioni dei carichi. Il diagramma della forza in funzione del tempo si scosta poco da una retta orizzontale parallela all’asse del tempo. Se il ferro viene spaccato da un forte impatto (da un proiettile), il diagramma ha uno scalino improvviso e la forza si annulla. 
Per misurare la resistenza agli urti di un materiale, se ne costruisce una provetta di misure standard, si supporta con una forcella e si sottopone all’impatto di un pendolo che, rilasciato da una quota standard, arrivato al suo punto più basso, ha un’energia cinetica di 300 Joule. Il pendolo trasferisce energia alla provetta e la spacca in due. Poi continua a rotare fino a una quota tanto minore quanta più energia ha assorbito la provetta per rompersi. La resilienza K è l’energia L assorbita dalla provetta divisa per l’area della sezione della provetta stessa. K ha valori sui 200 Joule/cm2 per l’acciaio inox e 30 Joule/cm2 per il rame. L’inverso della resilienza [1/K] è l’indice di fragilità. Il pendolo riprende quota [in latino “resilire” = rimbalzare, tornare su] tanto più quanto più fragile è il materiale della provetta. Anche molti tecnici dicono colloquialmente che un materiale che resiste agli urti è resiliente. E, fin qui, abbiamo parlato di eventi istantanei: il tempo non c’entrava.
Poi l’aggettivo “resiliente” è stato applicato agli uomini. L’American Psychology Association definisce la resilienza come “il processo di adattamento a stress prolungato  o alle conseguenze di un trauma”. Se l’adattamento è scarso, parlano  di “disturbo [disorder] dovuto a stress post-traumatico”. Gli psicologi sono, dunque, attenti al tempo, ma non sanno fornire misure standard di stress, né dei tempi per i quali certi individui siano stati sottoposti a stress significativi o aiutati nella loro riabilitazione. Parlando di menti umane, non riusciamo, dunque, a dare definizioni formali, né ad effettuare misure standardizzate. I processi considerati sono complessi e le considerazioni più ragionevoli su di essi sono discorsive.
I grandi sistemi tecnologici  e socio-economici sono meno complessi della psiche, ma si possono descrivere solo definendo molte variabili pertinenti a settori diversi. Fra questi: processi naturali (geo-astronomici, meteorologici), socio-economici, industriali, ideologici, informatici, comunicazionali. Dati e misure sono disponibili in misura enorme e crescente, ma la loro interpretazione è ardua. Le grandezze sono soggette a continue interazioni mutue. Molte di queste sono vitali: gli output di certi sistemi sono essenziali per la continuità dell’esistenza e dell’efficienza di altri sistemi. Se alcuni di questi fattori degradano o scompaiono, effetti negativi profondi sono risentiti da altri sistemi a valle. Non c’è da attendersi che questi processi che coinvolgono grandi strutture interconnesse si possano descrivere mediante semplici espressioni analitiche. Da decenni sono stati fatti [J.W. Forrester, D. Meadows, M. Mesarovic, E. Pestel  e altri] tentativi di individuare sistemi di equazioni alle differenze finite per ottenere proiezioni almeno empiriche dell’evoluzione di grandi sistemi interconnessi. I successi sono stati scarsi.
A.L. Barabasi (nel libro Linked , Perseus, 2002), analizzò sistemi costituiti da reti di aziende, energia, trasporti, telefoni, Internet. Li rappresentò con grafi di nodi connessi da rami. Le reti crescono e i nodi più connessi aumentano più velocemente il numero dei loro link. Scendendo nell'ordine di importanza il numero dei link decresce in modo brusco, poi più lento. La legge [“di potenza”] fu studiata da V. Pareto per i redditi in un Paese: il più ricco distanzia di molto il secondo. I seguenti meno ricchi distanziano di molto chi li segue, poi i redditi si livellano. Il 20%  detiene l'80% della ricchezza disponibile. Le reti sono divise in cluster i cui nodi sono fittamente connessi fra loro. Invece sono pochi i link fra cluster. Con queste analisi si prevedono sviluppo e declino di reti e strutture economiche e si progettano reti più resistenti. 
A. Zolli [nel suo Resilience, Simon & Schuster 2012] definisce i sistemi  Robusti-Ma-Fragili: progettati con operatori, funzioni e canali di comunicazione ridondanti. In tal modo continuano a funzionare anche  dopo aver subìto impatti negativi gravi e numerosi. Tuttavia sono considerati fragili perché la loro vastità li espone ad attacchi indiretti e intricati da fonti arduamente prevedibili.
I grandi sistemi forniscono funzioni utili a grandi numeri di esseri umani, le cui azioni influenzano a loro volta l’andamento e l’efficienza dei sistemi stessi. D. Cabrera ha suggerito che sia vantaggioso produrre spiegazioni della struttura e del funzionamento dei sistemi tanto semplici da renderle comprensibili al pubblico non esperto. L’obiettivo è valido: i modi di raggiungerlo non sono ancora disponibili  e andranno elaborati.  Cabrera propone di ricorrere  a principi o categorie concettuali come: distinzione, sistemi,  relazioni, prospettive. Sarà necessario dare esempi concreti. L’uso di termini astratti già adottati  con più significati difformi – come “resilienza” – andrà limitato o evitato.

lunedì 15 aprile 2019

Disseminazioni: Clessidra e clepsammia, di Roberto Vacca, L’Orologio – 15/04/2019

Clessidra e clepsammia,  di  Roberto Vacca, L’Orologio – 15/04/2019

A rigore non dovremmo più dire “clessidra”. L’etimologia  greca significa “ruba acqua”. Circa dieci anni fa su queste pagine, illustrai il progetto di un orologio ad acqua realizzato in Alessandria da Ctesibio 22 secoli fa. Non ne furono realizzati molti esemplari: erano invece di uso comune le clessidre fatte di due coni di vetro saldati per i vertici; ben presto, però,  non contennero più acqua. In Grecia e in Egitto contenevano sabbia [psammos], dunque, secondo alcuni puristi, si dovrebbe dire  “clepsammia”. In secoli più recenti, invece di sabbia, si usò polvere di marmo e di gusci d’uovo bruciati, mista a ossidi di stagno e piombo.
L’uso comune vince: dunque, continuiamo pure a usare il termine antico. Anche i Romani  usavano clessidre, poi verso la fine dell’Impero furono abbandonate. Non se ne trova più traccia nel primo Medioevo e fino all’ottavo secolo: poi apparirono di nuovo. 
Dal 14°  secolo le clessidre vennero usate  per misurare il tempo sulle navi. Cristoforo Colombo  chiamava “ampolleta” la sua clessidra. Magellano nel suo viaggio di circumnavigazione aveva 18 clessidre, oltre a bussole, sestanti e astrolabi. 
La durata di un turno di guardia di 4 ore (watch nella marina britannica) si contava con una clessidra  da 30 minuti fatta funzionare otto volte. La precisione abbastanza spinta delle clessidre permise di usarle per calcolare la latitudine in mare, in base alla differenza fra il mezzogiorno locale e quello del porto di partenza. Dalla fine del 18° secolo l’ora del luogo di partenza era segnata da cronometri marini ben più precisi. Il primo nel 1759 fu quello di John Harrison, che nel 1761 perse solo 5 secondi  durante il lungo viaggio dall’Inghilterra  alla Jamaica.
La clessidra serviva anche come tachimetro marino. Si usava per misurare il tempo in cui si srotolava una certa lunghezza di sagola la cui estremità era fissata a un solcometro – un elemento galleggiante lanciato da poppa e che restava approssimativamente fermo mentre l’imbarcazione si allontanava da esso. 
Nella marina inglese la sagola presentava nodi ogni 47 piedi e 3 pollici – 14,4 metri. Questa lunghezza moltiplicata per 128,57 equivale a quella di  un miglio marino [1]. La clessidra usata segnava  un tempo di 28 secondi. Se, in quel tempo, la sagola si era srotolata fino al primo nodo, la distanza percorsa era di 14,4 metri, corrispondenti a  128,57 x 14.4 = 1852 metri – cioè un miglio marino. In generale il numero di nodi misurava, quindi, la velocità in miglia all’ora.


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[1] Un miglio marino [nautical mile] è la lunghezza [1852 metri] del tratto di meridiano terrestre i cui estremi alla longitudine di 45° sono congiunti al centro della terra da segmenti che formano tra loro un angolo di 1/60 di grado (un primo: 1’). Nel 1994 a Nima in Giappone nel Museo della Sabbia fu installata una clessidra alta 6 metri. Contiene una tonnellata di sabbia  che ci mette un anno a defluire dal contenitore superiore a quello inferiore, dopo di che la struttura viene ribaltata di 180 gradi e la sabbia ricomincia a scendere. Il primo Maggio 2004 l’Ungheria entrò nell’Unione Europea. In occasione dei festeggiamenti fu inaugurata una clessidra di granito alta 8 metri. Non è più in funzione a causa di problemi di umidità che impediscono il deflusso della sabbia. La circostanza può essere presa a simboleggiare le divergenze fra Unione e Ungheria. La clessidra più grande mai costruita era alta 12 metri e pesava 40 tonnellate. Funzionò solo per due giorni. La aveva installata la BMW nella Piazza Rossa di Mosca  per il lancio dell’auto Serie 7, un esemplare della quale era contenuto nell’enorme contenitore superiore. La macchina era nascosta alla vista da 180.000 sferette metalliche: una al secondo cadeva nel contenitore scoprendo gradualmente quel nuovo modello. L’ultima sfera cadde a mezzogiorno dell’8 Luglio 2008.  


martedì 18 dicembre 2018

Disseminazione: Cervello come macchina del tempo e universo-blocco, di Roberto Vacca, L’Orologio. 18/12/2018

Cervello come macchina del tempo e universo-blocco, di Roberto Vacca, L’Orologio. 18/12/2018

Il nostro corpo è un orologio? Il nostro  cervello misura il tempo? Risponde a queste domande e a molte altre Dean V. Buonomano, professore di neurofisiologia e psicologia all’Università  della California, Los Angeles [1].
Sappiamo bene che molti animali prevedono i loro bisogni futuri: conservano riserve di alimenti anche a lungo. Noi ricordiamo il passato e cerchiamo di  prevedere l’avvenire. Consideriamo reale solo il presente. Molti fisici e neurologi condividono questo approccio che viene chiamato presentismo. Il cervello è una macchina del tempo nel senso, ovvio, che possiamo riandare  con la mente allo svolgimento di eventi passati che ricordiamo o di cui abbiamo avuto conoscenza da racconti di altri, orali o scritti, o da tracce lasciate nel mondo da eventi naturali e da opere dell’uomo. Pensiamo al tempo, con un’analogia spaziale, come a una strada senza bivi, né incroci, né uscite, né inversioni di marcia. 
Per viaggiare mentalmente nel tempo, dobbiamo averne nozione – percepirlo. In effetti non percepiamo la realtà oggettiva: il cervello cerca di capire cosa sia a causare le nostre sensazioni. Il cervello fa continuamente previsioni n tempo reale non solo di che cosa stia per accadere, ma anche di quando accadrà – fra microsecondi, secondi, minuti, settimane, mesi. Le previsioni di eventi futuri nell’arco di anni sono precise per certi fenomeni naturali; sono imprecise, intuitive o basate su modelli empirici per altri fenomeni naturali e per le vicende umane.
I neurofisiologi hanno scoperto che il nucleo di neuroni soprachiasmatico marca il tempo circadiano, che copre l’arco di un giorno. Il cervello, però, non ha un solo orologio. Se il nucleo soprachiasmatico subisce lesioni, non viene menomata la nostra capacità di discernere intervalli della durata di secondi. Una moltitudine di circuiti e meccanismi neurali generano configurazioni che creano il nostro senso del tempo e, in certo senso, creano il tempo. Molti di questi non sono localizzati nella corteccia cerebrale, ma anche nei gangli basali e nel cerebello. 
Ogni segnale prodotto da un neurone viene trasmesso lungo un assone connesso alle sinapsi che rilasciano sostanze dette neurotrasmettitori che agiscono sui recettori dei neuroni a valle. I tempi di questi processi sono stati studiati ampiamente, ma non codificano l’informazione temporale da noi percepita - la nostra capacità di giudicare il tempo che passa. Come i due processi funzionino e interagiscano, non è noto. Buonomano dice  chiaramente che ci troviamo davanti a un grande insieme di misteri scientifici: la coscienza, il libero arbitrio e la natura relativistica del tempo. Non sembra affatto che qualcuno si stia avvicinando a risolverli. Stiamo solo  capendo un po’ meglio quanto siano difficili questi argomenti.
Non ci aiuta molto  questo  autorevole scienziato quando scrive frasi ornate  - e banali - come:
“I nostri organi sensoriali non sono in grado di apprezzare la durata di un battito di ali di un colibri [circa 12 millisecondi], né la velocità della deriva dei continenti.”
È discutibile anche la sua asserzione che la teoria speciale della relatività di Einstein implichi che dovremmo considerare l’universo come un blocco  a 4 dimensioni [le tre dimensioni spaziali più il tempo] in cui il passato, il presente e l’avvenire  sono  ugualmente reali. Secondo questa teoria, chiamata  eternalismo, il presente non ha niente di speciale:  “ora”  sta al tempo come “qui”  sta allo spazio. 
Questa teoria  è sostenuta da Bradford Skow, professore di filosofia al Massachusetts Institute  of Technology [MIT] nel suo libro “Objective Becoming” [“Diventare  oggettivo” – Oxford University  Press, 2015]. Sostiene che il tempo non passerebbe:  crediamo che fluisca perché è come se un riflettore illuminasse per noi un istante dopo l’altro, mentre ogni istante è sempre esistito ed esisterà  per sempre. Naturalmente così si elimina il libero arbitrio: non esistono nemmeno le decisioni. Stranamente avevo concepito questa teoria da ragazzo, ma non ci avevo perso tempo. Mi rendevo già conto che, anche se fosse vera, sarebbe indimostrabile.
Invece Skow  ci ha perso parecchio tempo. Penso che non sia serio. Infatti ha scritto:
“Penso che questa teoria sia una fantasia - ma mi è tremendamente simpatica.”
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[1]  Buonomano, Dean V. – Il tuo cervello è una macchina del tempo, Bollati Boringhieri, 2018.

venerdì 13 ottobre 2017

Disseminazione: Il cuore: orologio e calendario – di Roberto Vacca, L’orologio – 13/10/2017

Il cuore: orologio  e calendario – di  Roberto Vacca, L’orologio – 13/10/2017

Il cuore scandisce  tempi regolari – e respiriamo con un frequenza circa quattro volte minore di quella cardiaca. Galileo Galilei misurava il periodo di oscillazione delle lampade nel Duomo di Pisa, contando le pulsazioni del proprio cuore che usava come cronometro. Nell’arco della vita il cuore di molti animali batte un miliardo di volte; quello umano pulsa in media 3 miliardi di volte. Dunque il cuore, oltre che come orologio, può essere usato anche come calendario. Se potessimo sapere quante pulsazioni abbiamo prodotto dalla nascita, potremmo valutare che porzione della nostra vita sia già trascorsa. Certo, però, non sapremo mai prevedere traumi esterni o malattie che possano affrettare la nostra fine.
Nel 1908 il fisiologo tedesco Max Rubner propose la teoria che un metabolismo più veloce, con un incremento dell’attività tiroidea, produca un accorciamento della durata della vita. Gli animali più grandi hanno frequenze cardiache più basse e vivono più a lungo – v. tabella seguente

Animale
Frequenza cardiaca 
(pulsazioni/minuto)
Età massima 
(anni)
Peso (kg)
Topo
600 
     3
          0,3
Gatto
150
   15
          2
Cane
150
   15
        10
Uomo
  70
   80
        70
Tartaruga 
gigante
  26
 150
       250
Elefante 
  30
 100
    5.000
Balena   
  20
 150
120.000

Le frequenze cardiache più alte corrispondono a vite più brevi. Una spiegazione plausibile è che ogni pulsazione genera un modesto stress sulle pareti delle arterie; l’effetto cumulativo è simile a quello della fatica dei materiali. Una maggiore frequenza cardiaca, inoltre, implica che sia minore il tempo per riempire le arterie coronarie. Ne consegue uno squilibrio fra la domanda di ossigeno del cuore e il flusso  disponibile.
È stata suggerita la validità della tabella seguente secondo la quale il prodotto della frequenza cardiaca e della durata totale della vita è circa costante. Si tratta di una dipendenza approssimativa ed empirica. Infatti la longevità dipende anche da fattori genetici, dall’attività fisica svolta, dall’indice di massa corporea [l’obesità è dannosa], dalla pressione arteriosa, dall’area della sezione delle arterie, dall’ambiente, dall’alimentazione e dall’ambiente [sono ben noti i danni del fumo e dell’alcol] e dalla presenza di colesterolo e trigliceridi

Frequenza cardiaca 
a riposo (battiti/minuto)
60
70
80
90
100
Speranza  di vita  (anni)
93
80
70
62
  56

Una moderata attività fisica fa bene. La frequenza cardiaca massima sotto sforzo, però, non deve essere eccessiva. Una regola empirica è che non dovrebbe superare 220 meno l’età del soggetto. Un quarantenne non dovrebbe superare  200 - 40 = 160 battiti/minuto. Conviene tenere la frequenza cardiaca a riposo intorno a 60 pulsazioni al minuto. Chi tenda ad averla più alta può abbassarla prendendo betabloccanti. Sono farmaci che bloccano tutti i recettori beta-adrenergici  e combattono anche l’ipertensione e le aritmie. Sono recettori metabotropici  trans membrana e interagiscono con l’adrenalina. 
Nelle ultime righe appaiono alcune parole di cui ignoro il significato – e suppongo bene che lo ignori  anche chi mi legge. Inoltre vengono prodotti molti tipi diversi di betabloccanti e la descrizione delle loro peculiarità si può fare solo redigendo testi incomprensibili per i non esperti. In certe condizioni e per alcune persone, alcuni di essi possono avere effetti collaterali indesiderati (insonnia, allergie, disfunzione erettile, etc.). Il cardiologo H.J. Levine ha sostenuto, ad esempio, che l’uso di betabloccanti contenenti atenololo può essere controproducente. Invece i farmaci a base di bisoprololo sembrano avere solo rarissimi effetti collaterali negativi. 

Abbiamo sempre desiderato vivere più a lungo ed è ben noto che ci siamo riusciti  grazie ai progressi della medicina e dell’igiene, alla crescita economica e diduarella disponibilità di alimenti. La medicina preventiva, intanto, continua a indive con maggiore precisione fattori di rischio e stati pre-patologici. Le misure da prendere per conservare e potenziare un buono stato di salute possono essere anche sofisticate e richiedere sperimentazioni successive. Andranno prese sotto la guida di medici esperti per evitare errori o effetti secondari dannosi. La situazione è analoga a quella di chi voglia ottenere i migliori risultati da un orologio moderno di alta classe: non cercherà di smontarlo e regolarlo da solo, ma per mantenerlo esatto ed efficiente si rivolgerà a un orologiaio specializzato – come ai tempi antichi i grandi orologi delle cattedrali venivano  affidati a un “governatore” che li regolava e li manuteneva.

lunedì 9 maggio 2016

Disseminazione: Sincronizzati, ma non schiavi, di Roberto Vacca, L’Orologio, 9 Maggio 2016.

Sincronizzati, ma non schiavi, di Roberto  Vacca,  L’Orologio, 9 Maggio 2016.

Il 27 Marzo scorso è tornata l’ora legale: abbiamo dovuto regolare i nostri orologi meccanici o al quarzo. Invece si sincronizzano automaticamente gli orologi radiocontrollati da polso o da parete di varie marche.
Gli orologi di personal computer, laptop e smartphone sono sincronizzati via Internet da un servizio che trasmette l’ora esatta. In Europa il servizio via radio più importante è a Francoforte con una emittente da 50 kiloWatt. Negli USA il servizio è gestito dal National Institute of Standards and Technology (NIST). Riceve ogni giorno 16 miliardi di richieste di sincronizzazione da gestori di e-mail, di browser Web, di software per  transazioni finanziarie e da privati.
In USA i singoli orologi elettronici sono programmati per connettersi periodicamente con 20 terminali  installati in Colorado. Tre di questi sono collegati con orologi atomici che all’inizio di ogni secondo generano un impulso elettrico e lo trasmettono a un server. Il segnale è tradotto in una sequenza di caratteri (che esprimono ora, minuti e secondi del giorno) trasmessa separatamente dall’orologio al server. L’accuratezza è di un secondo ogni 300 milioni di anni. I service provider o il software dei singoli orologi interni aggiustano il codice a seconda dei fusi orari e dell’ora legale. Sono stati registrati i totali delle richieste ricevuti dai server NIST per un mese: provenivano da 316 milioni di indirizzi IP (rappresentanti circa l’8,5 % di tutte le connessioni a Internet) ed erano suddivisi fra 244 nazioni.
Benjamin Franklin concepì l'idea dell'ora legale nel 1784. Ci vollero 132 anni perchè il provvedimento fosse adottato in Europa durante la Prima Guerra Mondiale. In USA il daylight saving time ("ora per il risparmio della luce del giorno) divenne legge nel 1918 e fu abbandonato nel 1919. Fu legge durante la Seconda Guerra Mondiale  dal 1942 al 1945 e di nuovo dal 1974 dopo la crisi energetica.
Oggi la legge USA porta avanti le lancette di un'ora dalle 2 del mattino della prima domenica d'Aprile. Per una settimana siamo fuori fase sulle due sponde dell'Atlantico perchè in Europa si comincia dall'ultima domenica di Marzo. Poi si smette insieme all'ultima domenica di Ottobre. I russi portano avanti gli orologi di 2 ore, dato che molti di loro vivono a latitudini alte con giornate estive lunghissime - le famose notti bianche di S. Pietroburgo. I giapponesi non cambiano mai orario – come anche molti Paesi vicini all’Equatore. Queste difformità indicano che la concordia è scarsa.
Facciamo ora i conti per l'Italia di oggi. La TERNA ha pubblicato l’entità del risparmio conseguito dai privati a causa dell’adozione dell’ora legale. Si tratta di 580 milioni di kiloWattora: al prezzo medio di 16,32 centesimi di Euro al kiloWattora, corrispondono a 94,5 milioni di Euro. La popolazione italiana è di 60 milioni e mezzo: quindi il risparmio pro capite nell’arco dell’anno è di circa un euro e mezzo. Non è un gran vantaggio e non sembra proprio che compensi la noia di rimettere gli orologi due volte l’anno (per chi non li ha radiocontrollati) e di sopportare sconcerti dovuti a malintesi e appuntamenti mancati. Questo risparmio ha anche la conseguenza che risparmiamo ogni anno circa 50 milioni di metri cubi di gas. Verrebbe da dire: “Bel colpo!”, ma non lo è: si tratta solo di un millesimo del nostro consumo annuale.
Spostare avanti e indietro le lancette degli orologi non è una gran fatica, ma non dà grandi vantaggi. Abbiamo ottenuto risparmi maggiori abbandonando le lampade a incandescenza e passando a quelle a LED (diodi che emettono luce).
L’ora legale disturba il controllo di processi industriali “in continuo” (come la gestione degli altiforni) e la programmazione dei turni lavorativi. Produce anche situazioni assurde. Se, la notte in cui, alle 3:00, si torna all’ora solare, mando un e-mail alle 2:50 e il destinatario mi risponde dopo 15 minuti, i computer registrano che mi ha risposto alle 2:05 – ¾ d’ora PRIMA di aver avuto il messaggio a cui risponde. Ne possono conseguire controversie anche legali.
Ragionando sull’ora legale, però, dovremmo meditare su quanto siamo schiavi delle convenzioni. In tanti siamo tacitamente d’accordo di fare  certe cose a certe ore: risveglio e colazione la mattina presto; poi lavoro; pranzo a metà giornata e cena la sera. Socializziamo nel tardo pomeriggio e la sera. Lasciamo che comandino gli orologi. Per ottenere i miseri risparmi che abbiamo visto, spostiamo l’ora, la guardiamo e obbediamo seguendo gli stessi ritmi di prima. Anche i Romani antichi si adattavano a modo loro. In inverno e autunno le ore diurne erano corte e quelle notturne erano lunghe. Era vero l’inverso in primavera ed estate. Al solstizio d’inverno un’ora diurna durava 45 minuti: al solstizio d’estate 75 minuti.
Se non fossimo schiavi delle abitudini, sfrutteremmo meglio la luce solare. Se nelle ore di sole perseguissimo attività che richiedono energia, sfrutteremmo meglio gli impianti fotovoltaici. Le cose, però, non sono così semplici. Per cambiare abitudini dobbiamo anche adattare il nostro orologio interno, riorganizzare gli orari dei servizi pubblici e non rendere troppo difficile invitare gli amici a pranzo.