Visualizzazione post con etichetta psicologia. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta psicologia. Mostra tutti i post

martedì 22 novembre 2022

Disseminazioni: Avvocati schiavi delle clessidre - 22/11/2022 di Roberto Vacca, - L’Orologio

 Avvocati schiavi delle clessidre   - 22/11/2022  di Roberto Vacca, - L’Orologio 

Possiedo una ristampa in formato ridotto della Encyclopedie Française (Dictionnaire Raisonné des Sciences, des Arts et des Métiers, 1751 – READEX MICROPRINT CORPORATION, 1969) di Diderot e D’Alembert. Ho consultato la voce “Horloge” che riporta una storia documentata della misura del tempo dalle clessidre, agli orologi ad acqua, a quelli meccanici – preziosi, riservati ai re. Contiene anche una nota; 

“Platone scrisse che gli oratori sono schiavi delle clessidre, mentre i filosofi sono uomini liberi.”

Ho trovato subito questo passo nel Dialogo in cui Socrate discute sulla scienza e sulla dialettica con il sofista Teeteto. Platone chiamava “oratori” gli avvocati che difendevano le cause in tribunale. Ogni arringa doveva avere una durata limitata che era stabilita dal giudice e veniva misurata con una clessidra. Defluita l’ultima goccia da quell’orologio ad acqua, il giudice toglieva la parola all’oratore. In casi importanti poteva aggiungere una clessidra alla clessidra raddoppiando il tempo concesso. Se l’oratore di parte avversa con la sua requisitoria  sforava nel tempo a me riservato, gli dicevo:

 

“Non entrare nella mia acqua!”

 

L’avvocato  raggiungeva talora il tempo massimo senza aver approfondito  argomenti e concetti rilevanti. Era schiavo del tempo. Era come se non avesse nemmeno pensato le frasi che avrebbe potuto dire e che invece non aveva pronunciato. Platone asseriva, poi, che, se il filosofo prova a discutere in tribunale rispettando  i vincoli di tempo imposti i quella sede, omette fatti e considerazioni essenziali. Quindi fa una figura ridicola, non convince gli ascoltatori  e non riesce nemmeno a raggiungere la verità. Se, invece, dialoga liberamente senza vincoli di tempo, introduce tutte le considerazioni necessarie a raggiungere i suoi obiettivi.

Platone  parla anche di verifica sperimentale, senza definire regole, né procedure. Le sue argomentazioni miravano a individuare: bellezza, virtù, amore, bontà piuttosto che verità contrapposta a falsità. Il filosofo si deve prefiggere di individuare e discutere idee che esistono in un mondo parallelo a quello della realtà oggettiva e che spieghino la realtà stessa. L’obiettivo ultimo, però, dovrebbe essere la comprensione dell’idea somma  -  quella del bene, che secondo alcuni pensatori coinciderebbe con l’idea di Dio. 

È interessante notare che nessuno dei 35  dialoghi di Platone dimostra quanto prefisso nelle sue prime righe (ad esempio l’immortalità dell’anima nel Fedone) secondo le regole della logica classica che fu introdotta solo da Aristotele (nell’Organon) con il meccanismo del sillogismo:

“Tutti gli uomini sono mortali – Menelao è un uomo – Dunque Menelao è mortale”.

Platone non aveva formulato affatto il principio di non contraddizione  su cui si basano la logica moderna e anche la logica matematica. Parafrasando Aristotele, si può enunciare così:

“Se x è una proposizione chiara che appartiene all’insieme di quelle che possono essere solo vere o false, allora è falsa la proposizione che asserisce simultaneamente che  x  è vera e che  x è falsa.”

Questo principio ci illumina da 23 secoli, ma molti non ne hanno mai sentito parlare.

giovedì 18 novembre 2021

Disseminazioni: Tempo salvato, rubato e restituito dalla rete, di Roberto Vacca OROLOGIO 18/11/2021

Tempo salvato, rubato e restituito dalla rete, di Roberto Vacca OROLOGIO 18/11/2021 


Sarebbe lunghissimo il tempo per navigare nella Biblioteca di Babele – e ci si troverebbe ben poco. È la biblioteca infinita inventata da Jorge Luis Borges composta da parole che sono sequenze casuali (di qualsiasi lunghezza) delle lettere dell’alfabeto e dei numeri. Deve contenere tutti i libri che sono stati e che saranno mai scritti. Però sfogliandone le infinite pagine solo molto di rado si trova un frammento o una parola intera. Chi possiede qualche decina di migliaia di libri raramente ne fa un catalogo – e cerca a memoria fra i suoi scaffali raffigurandosi le dimensioni e il colore del dorso di un libro che sa di avere, se non glielo hanno trafugato.

Mio padre aveva circa 20.000 volumi degli argomenti e delle discipline che coltivava [storia della matematica, culture orientali e tante altre]. Da bambino, lo vedevo girare fra i suoi tre studi mormorando titoli e aspetto esterno dell’opera cercata. In genere trovava il libro in meno di un’ora, anche col mio aiuto. Talora ci volevano giorni. Avrebbe avuto una vita più facile e produttiva, se avesse avuto a disposizione un personal computer.

Io uso un pc da decenni. Ho catalogato solo i miei libri di matematica, non gli altri – ne ho circa 10.000. Spesso trovo quel che cerco in una delle mie librerie entro pochi minuti. Se uso Google, riesco anche a ricostruire, se temporaneamente mi sfuggivano, il titolo esatto e il nome dell’autore. Qualche volta quel nome mi viene ricordato dalla macchina e, insieme, mi accorgo che ne ho una copia e me ne viene in mente anche la collocazione esatta  a pochi metri dalla mia scrivania: risparmio ore di tempo. Nella ricerca mi accade di ritrovare o di individuare un libro che farei bene a leggere. Quando si tratta di classici, anche recenti, sempre più di frequente ne trovo online l’intero testo o, quanto meno, le coordinate bibliografiche. Allora lo ordino, in genere a ibs o ad Amazon, lo pago con un bonifico o con la carta di credito e l’ho in mano uno o due giorni dopo. La tecnologia della comunicazione e dell’informazione su cui ho lavorato tanto, mi ripaga regalandomi tempo e cultura. Mi fa diventare “memorioso” come e più di Funes – altro mitico personaggio di J.L. Borges.

La ricerca negli anfratti della Rete, come accennavo, ti può avvicinare rapidamente a personaggi notevoli che non conoscevi. Ho scoperto l’esistenza di Alex Novrasteh del Cato Institute di Washington ed ho letto sulla rivista “Inside Sources” [Fonti Interne] il suo lavoro sugli effetti positivi che storicamente l’immigrazione legale ha avuto sull’economia. Sullo stesso argomento ho trovato un articolo di G. J. Borjas di Harvard.

Queste ricerche non sono scevre da rischi. Navigare in Rete è un po’ come per un goloso aggirarsi per una pasticceria. In un blog, in una bibliografia o negli atti di un dibattito ti accade di trovare un nome dimenticato, un concetto o una parola che ti spingono a cominciare un’altra esplorazione in territori anche lontani. Procedi e trovi parole, immagini, video di cui farai bene a trascurare la maggioranza, se no, perdi il tempo che ti scorre via a guardare roba di interesse fuggevole. È come se la Rete ti rubasse il tempo  che ti aveva regalato

In alternativa puoi anche sprofondare in linee di pensiero che ti affascinano. Qui rischi di perdere i link alle coordinate dei siti interessanti che avevi trovato. Quindi è buona norma, quando navighi nel Web e cerchi idee e parole che descrivono cose del mondo che non conoscevi, registrare, su un taccuino, un tablet o uno smartphone, le coordinate dei punti che tocchi – se no cadi nel senza "lo ritenere avere appreso".

 

giovedì 15 aprile 2021

Disseminazioni:Thomas Jefferson (1743-1826), Presidente orologiaio – L’OROLOGIO, 15/4/21

 Thomas Jefferson (1743-1826), Presidente orologiaio – L’OROLOGIO, 15/4/21

Thomas Jefferson, il terzo Presidente [1801-1809] degli Stati Uniti - avvocato, letterato, architetto, scienziato – aveva la passione di pendole e orologi. Nei 5 anni che passò a Parigi come ministro plenipotenziario, ne comprò molti di notevole pregio. Il 17 Febbraio 1784 annotò nel suo libro dei conti:

“Pagato 240 franchi per una pendola,”

Regalò molti orologi in segno di stima ad amici e familiari. Quando i suoi nipoti compivano 12 anni, ricevevano dal nonno un orologio d’oro e i servizi di un servitore personale. Si trattava di uno  schiavo, che la giovane persona doveva addestrare. Nel suo testamento Jefferson dispose che queste disposizioni venissero osservate per tutti i suoi discendenti. Jefferson stesso usava un orologio da tasca d’argento.

Nel 1817 comprò dall’orologiaio svizzero di Charlotteville Louis Leschot un orologio d’oro da signora. Era un modello a cilindro orizzontale, che aveva il solo difetto di necessitare una lubrificazione frequente. In una sua lettera Jefferson espresse sfiducia verso  gli orologiai di Richmond, “veri assassini degli orologi”.

Per l’atrio della sua grande villa di Monticello in Virginia progettò nel 1773 un’importante pendola – the Great Clock – che fu costruita da Peter  Spruck nel 1784 e che funziona ancora oggi. Due pesi sferici da 8 kg ciascuno forniscono energia allo strumento. Hanno una corsa (settimanale) tanto lunga che, dopo essere scesi fino al pavimento passano attraverso un foro e continuano la discesa fino al pavimento della cantina.  La pendola ha un quadrante che segna giorni, ore, minuti e secondi. Un secondo quadrante esterno aveva una sola lancetta che indicava solo le ore, ma era tanto grande da permettere agevolmente la lettura dei minuti. Ogni ora veniva battuta da un gong sul tetto della villa. Il suono si sentiva bene in tutta la tenuta. In base ad esso veniva controllato il lavoro programmato per gli schiavi. 

Jefferson aveva duecento schiavi: malgrado le sue convinzioni libertarie [fu il principale autore della Dichiarazione di Indipendenza del 1776], non ne affrancò nessuno. Però nel suo testamento dispose che fossero resi liberi due dei 7 figli che aveva avuto da Sally Hemings (1773-1835), sua schiava mulatta e sorellastra di sua moglie, Martha Wayles. 

Oltre a progettare pendole, Jefferson inventò uno strumento crittografico efficientissimo per le sue comunicazioni segrete. Era un cilindro fatto di 36 rotelle coassiali, sul taglio di ciascuna delle quali erano scritte le 26 lettere dell’alfabeto in sequenze casuali disordinate. Il mittente compone il messaggio di 36 caratteri facendo rotare i 36 elementi. Poi trasmette una qualunque delle 25 sequenze di lettere non significative. Il destinatario la imposta sul suo identico cilindro. Trova subito la sequenza del messaggio: l’unica sensata.

Jefferson conosceva bene latino, greco, francese. Aveva vissuto in Italia, leggeva nell’originale sia le opere di Machiavelli, sia l’Architettura del Palladio cui si ispirò per progettare la villa di Monticello [già Little Mountain, da lui ribattezzata] e anche gli immobili dell’Università della Virginia, da lui fondata nel 1818. Jefferson previde che l’Università avesse un’ampia biblioteca, ma non una chiesa, né una cappella, né che la religione fosse fra le materie insegnate, che erano: architettura, astronomia, filosofia, botanica, scienze politiche, Nel 1836 furono aggiunte ingegneria e scienze applicate,

Jefferson si dichiarava epicureo, cristiano, materialista, credente nell’immortalità dell’anima. Avversava il clero e ne chiamava i ministri: negromanti, saltimbanchi, ciarlatani e farisei. Considerava Paolo di Tarso il primo corruttore del cristianesimo – corifeo di una banda di imbroglioni e di sempliciotti.

Jefferson condusse vita dispendiosa. Nei suoi ultimi anni aveva accumulato debiti per 200.000 dollari.  Chiese il permesso al governo di organizzare una lotteria con le sue proprietà come premio. Intendeva pagare i suoi  debiti coi proventi dei biglietti. Un gruppo di suoi sostenitori si scandalizzò e organizzò una sottoscrizione per pagare i debiti dell’ex-presidente. Alla sua morte nel 1826, però, era stato versato solo un quarto della somma necessaria e i suoi beni furono venduti all’asta.

giovedì 30 maggio 2019

Disseminazione: Religiosi perfidi e – talora - simpatici, di Roberto Vacca, 30/5/2019 – Skorpio

Religiosi perfidi e – talora - simpatici,  di  Roberto Vacca, 30/5/2019 – Skorpio

Il 21 aprile  scorso a Sri Lanka, certi kamikaze islamici hanno ucciso centinaia di cristiani. Oltre a deplorare, cerchiamo di capire. Secondo me, e altri, ogni religione propone di credere ad alcune falsità. Chi ha studiato logica, sa che assumere come vera una proposizione falsa implica affermare la verità di ogni altra possibile proposizione falsa. Fra queste vanno incluse quelle che consigliano di uccidere i membri di certe etnie o fedi. Questi princìpi violenti sono stati abbracciati non solo dagli islamici che citavo, ma da cristiani ben noti che per secoli hanno sterminato: apostati, eretici, gentili, mussulmani, animisti e così via. Perfino certi buddisti hanno perseguitato in MyanMar gli islamici Rohyngya - e continuano a pretendere di essere miti, di aborrire l’interruzione di qualsiasi forma di vita, di credere che siamo tutti fratelli. 
Queste odiose violenze non mi inducono a ripetere con Pascal: “Qui fait l’ange, fait la bête” – chi vuol fare l’angelo fa la bestia. Penso che troppi vadano avanti a caso: ora perfidi – ora simpatici. Mia madre era arabista e islamista e ne ho tratto una certa simpatia per quel mondo. Ricordo dalla mia adolescenza parecchie storie di Moàvia (603-680), il primo Califfo Ommiade. Eccone alcuni esempi. 
Diceva Moàvia: "Non metto la lingua dove mi basta il danaro, non metto la frusta ove mi basta la lingua, non metto la spada dove mi basta la frusta. Ma quando non posso fare a meno della spada, ricorro ad essa." 
Altro detto: "Io conosco qual'é la cosa più cara e quale la più a buon prezzo sul mercato : so che la roba buona é a buon prezzo e la cattiva é cara." 
Una volta domandò a Amr (ibn al-Astil conquistatore dell'Egitto): "A che punto arriva la tua astuzia?" - Amr rispose: "Non mi sono mai cacciato in un'impresa da cui non abbia poi saputo tirarmi fuori." Moàvia rispose: "lo invece non mi sono mai cacciato in nessuna impresa da cui poi abbia desiderato tirarmi fuori." 
Muavia diceva: "Se fra me e il mio popolo ci fosse soltanto un capello, non lo taglierei.". Gli chiesero: "Come faresti?” rispose: "Se loro lo tirassero, io mollerei, se mollassero tirerei." 
Come faceva Moàvia a trionfare degli altri? Quando erano eccitati lui rimaneva calmo, quando erano calmi lui si eccitava, quando si alzavano lui stava a sedere. 

Alcuni dicevano:"Crediamo che niente mai abbia fatto andare in collera Moàvia  Ma, se gli si dice qulcosa di sua madre, allora va in collera”. Pare che la madre del Califfo  avesse condotto vita criticabile.
Un certo Malik propose:"Se mi date una ricompensa, ci penso io a farlo arrabbiare." 
Gli amici promisero una ricompensa che gli parve sufficiente ed egli andò da Moàvia e gli disse in presenza di molte persone:"Come i tuoi occhi somigliano a quelli di tua madre!" 
Moàvia rispose: "Hai ragione,sono gli occhi che a lungo sono piaciuti a mio padre. Prendi la ricompensa che ti é stata promessa,e non considerarmi una mercanzia." 
Poi chiamò un suo liberto e gli disse "Dà a sua madre il prezzo del sangue di Malik." 
Malik intanto ritornò dagli amici e si prese la ricompensa; uno di quelli gli disse:
"Ti darò una ricompensa doppia, se dici a Amr ibn az-Zubair quel che hai detto a Moàvia.". Questo Amr era  pìeno di albagia e di superbia. Quando Malik venne da lui e ripeté le parole "Quanto somigli a tua madre", diede ordine di farlo percuotere fino a morte. 
Moàvia  mandò il prezzo del sangue dell'ucciso alla madre e ordinò:
"Si dica alla madre di Malik che sono stato io a uccidere suo figlio". 
Pare abbia anche detto:”Ho cavalcato tanti cavalli velocissimi che ora mi muovo solo a piedi. Ho mangiato tanti cibi raffinati che ora mi nutro solo di pane secco. Ho avuto tante donne bellissime  che ora per me una donna è come  un muro.”
(Traduzione da un'opera biografica araba di al-Balàdhuri).

Questo califfo, dunque, a parte le sue finezze psicologiche, accettava che un’uccisione  gratuita fosse compensata da chi pagava il prezzo del sangue. Mezzo millennio più tardi, Tommaso d’Aquino dettava la sua interessante filosofia – e la sua Chiesa benediceva guerre  fratricide e, secoli dopo, bruciava vivi in piazza certi presunti eretici. Seguiamo, invece, la via della ragione. Preferiamo la coerenza. Siamo gentili.

venerdì 28 settembre 2018

Disseminazione: ROMANESCO E ALTRI DIALETTI - Roberto Vacca – 28/9/2018 Skorpio MAXI LancioStory

ROMANESCO E ALTRI DIALETTI -   Roberto Vacca – 28/9/2018
Skorpio MAXI  LancioStory
Avevo 14 anni quando diedi la mia prima consulenza letteraria. Mio padre mi portò a trovare l’Ing. Bo un suo vecchio amico genovese che viveva a Roma da molti anni. Credeva di aver imparato bene il romanesco e aveva scritto alcuni sonetti in dialetto. Desiderava il parere di un indigeno e aveva saputo che mia madre mi aveva tirato su ad apprezzare (e memorizzare) i sonetti di Giuseppe Gioachino Belli. Lo andai a consigliare.
Bo aveva progettato e realizzato con successo parecchi sottovia ferroviari. Invece i sonetti romaneschi erano un disastro. Alcuni dei suoi endecasillabi avevano dodici o tredici sillabe. Sentivo subito che non andavano bene, anche senza contare le sillabe sulle dita. Ne avevo ascoltati tanti nei discorsi che si facevano in famiglia. Ne sapevo molti a memoria. Soprappensiero ne componevo ogni tanto alcuni  e mi chiedevo se prima o poi ne avrei potuto prendere uno come primo verso di un grande poema. Non era il caso. Un anno dopo scrissi solo un poema umoristico in ottave  sulle storie e gli aneddoti che ci raccontava a lezione Armando Landini, il professore di francese, che oltre a insegnarmi bene il francese, mi acculturò su tante altre cose.
Mi parve inopportuno far notare all’ingegner Bo che i suoi versi non scandivano  correttamente. Avrebbe dovuto accorgersene da solo. Invece trovai il  verso:

er panzo’ s’arza in piedi e poi je mena

e dissi recisamente:
“Non si può dire così. A Roma se ti rivolgi  a un panzone,  gli puoi dire: “A panzo’, sta a senti’ quer che te dico”. Poi puoi raccontare quel che successe dicendo: “Er panzone, però, nun m’arispose”.
Bo disse che non c’era differenza. Generalizzai:
“I nomi tronchi, sia comuni che propri, a Roma sono solo vocativi. I nominativi non sono mai tronchi.”
Mio padre, genovese anche lui, confermò che in genovese “o panso’” si usa anche come nominativo. Io che conoscevo già bene il dialetto spezzino (un po’ simile al genovese), avanzai l’ipotesi che i nominativi tronchi si usano  nei dialetti nordici e non in quelli centro-meridionali. Dissi;
“A Spezia mi chiamano “Ruberto”: quando torno al paese se lo comunicano: “Rube’ i è vegnu’  da po”. A Roma mi dicono “A Robbe’, senti a me”, ma, fra loro “Robberto è arivato,”
L’ingegnere non si  convinse.

Il dialetto spezzino (almeno come lo imparai ottanta  anni fa) ha un caso in più nella declinazione dei nomi propri. È il “salutativo”. Lo usi quando  incontri una persona che  vuoi salutare amichevolmente, ma alla quale vuoi far capire chiaramente che hai poco tempo e non hai intenzione di fermarti, neanche per scambiare due parole. Dunque usi “O” del vocativo, poi  tronchi il nome proprio dell’interlocutore e ne pronunci l’ultima sillaba in tono più acuto e intenso. In questo modo implichi che il breve saluto finisce lì. Graficamente si può rendere così:

“O Rubè !”

Ho raccontato in vari miei scritti la (fondata) teoria del mio amico  glottologo Mario Lucidi, secondo cui nelle lingue europee i toni vengono usati, come in cinese e in coreano, per cambiare il significato delle parole (talora anche in modo inconscio). [In cinese uno stesso monosillabo pronunciato in uno dei quattro diversi toni possibili, ha quattro significati ben diversi. In certi dialetti coreani, i toni sono nove.]
Ho  individuato in romanesco variazioni di tono in una coppia di interiezioni. Il fonema “Ahò – eh” se si inverte l’ordine delle due componenti e cambiano i toni, esprime  significati ben diversi:  si usano in due tipi di situazioni di cui descrivo casi tipici.
Il primo è quello in cui io stia telefonando e parecchia gente nella stanza chiacchiera a voce alta e mi disturba. Allora,  dico:
“EH” [a voce molto alta, fissando gli astanti]  -  breve pausa – “Ahò” [a voce più bassa che si va smorzando e con lo sguardo che va dalle persone al telefono]. Lo scoppio di voce iniziale significa “State tutti attenti – sveglia!”  La seconda parte vuol dire “Rendetevi conto della noia che mi date con questo comportamento maleducato – burino – e smettete!”
La seconda situazione è tipicamente quella del giovanotto che viene  amichevolmente criticato o preso in giro per la sua eccessiva dedizione  a piaceri erotici o gastronomici. Reagirà dicendo:
“Ahooò” [a voce bassa e lenta, tono grave] – - pausa - “Eh” [breve, in tono più acuto]. La prima espressione significa: “Mi rendo ben conto  di essere criticabile per quanto sono micidiale”. La seconda vuol dire: 

“Che altro potevo fare? Come potevo resistere a mangiare quel piattone tanto buono – o a non fare l’amore con quelle ragazze splendide?”

mercoledì 29 agosto 2018

Disseminazione: Come NON descrivere la personalità con parole illusorie - di Roberto Vacca - Lanciostory Skorpio - 29/8/2018

Come NON descrivere la personalità con parole illusorie  -  di Roberto  Vacca  - Lanciostory Skorpio -  29/8/2018

Scott e Joe frequentavano insieme il corso tenuto dal Professor R. E. Ulrich: Personality Assessment (“Descrizione e valutazione della personalità”). Apprezzavano la sua chiarezza e la sua logica. Ulrich era un grande comunicatore. Negli ultimi due mesi avevano risposto a brevi questionari che il professore distribuiva ogni tanto.
Quel giorno Ulrich consegnò a ogni studente una busta su cui era scritto il suo nome.  Poi disse:“Oggi faremo un esperimento. Quando mi sono incontrato con ciascuno di voi, ho preso note. Ho letto i questionari a cui avete risposto. Poi ho descritto in una pagina che vi ho consegnato, la personalità di ciascuno di voi. Vi avevo suddiviso in quattro gruppi. A ciascun gruppo avevo dato questionari  diversi  ispirati a un diverso approccio analitico. Leggete la descrizione che vi riguarda e scrivete sulla busta il voto che date al giudizio: da 0 per “del tutto errato” a 10 per “perfettamente accurato”. Così potremo discutere quanto siano efficaci i vari tipi di analisi e di questionari.”
Gli studenti lessero le descrizioni e le annotarono. Ulrich raccolse le buste e registrò  i risultati sul suo computer. Fece qualche rapido calcolo, poi disse:
“Il 75% di voi ha espresso voti compresi fra 8 e 10. La valutazione media è 8.51. Sembra, dunque, che i quattro tipi di analisi siano tutti efficaci. Li avete considerati accurati. Prima di discuterli, confrontate il vostro responso con quello del compagno che vi siede accanto.”
Gli studenti si scambiarono i fogli. Ulrich sorrideva. Scott scoppiò a ridere per primo. Il brusio fra i ragazzi si fece più intenso. Poco dopo ridevano tutti: le valutazioni erano tutte  identiche.  Il testo diceva:

“Hai una forte capacità di autocritica. Hai un notevole bisogno di piacere agli altri e di essere ammirato. Hai grandi doti e abilità che ancora non hai messo in atto. La tua personalità ha qualche tratto debole. ma in generale riesci bene a compensarne gli effetti.
Prima di raggiungere il tuo equilibrio sessuale, hai dovuto risolvere un certo numero di problemi. Dall’esterno dai l’impressione di essere perfettamente controllato, ma dentro di te, a volte, sei insicuro. Qualche volta ti sorgono seri dubbi: hai preso la decisione giusta? hai fatto le cose per bene?
Preferisci situazioni variate, caratterizzate da cambiamenti e, se vieni limitato o bloccato nelle tue scelte ti senti a disagio. Sei ben conscio del fatto che pensi con la tua testa e non accetti le opinioni degli a1tri in mancanza di prove. Ti sei accorto che non è bene essere troppo franco e raccontare agli altri troppe cose di te.
Qualche volta sei estroverso, affabile e socievole - altre volte sei introverso e riservato. Alcune tue aspirazioni sono poco realistiche.”

Dunque è facile descrivere quasi a chiunque quel che pensa di sé stesso – un giudizio che ritiene giusto e oggettivo. Basta mischiare una maggioranza di giudizi positivi con alcune critiche ovvie e benevole e con banalità che vadano bene per chiunque. Lo sanno bene quelli che leggono la mano nei parchi giochi, e nei salotti.

È opportuno affrontare il problema in modo sistematico e approfondito. Da anni la National Science Foundation in USA e l’Università di Oxford nel Regno Unito hanno tentato almeno di misurare non il carattere, ma la cultura della gente. Somministrano a un campione casuale di alcune migliaia di persone un questionario con  20 domande di cultura generale, 5 quesiti sul metodo scientifico e 20 domande a risposte multiple su natura e scienza. L’approccio è interessante e i risultati permettono di istituire qualche confronto significativo fra diverse aree geografiche. Però la campionatura è esigua e non è molto più significativa dei dati basati sui titoli di studio  consegiti.
È opinabile quale sia il livello di conoscenza da ritenere essenziale. Si potrebbero organizzare comitati che lo decidano. Nel 1988  E. D. Hirsch scrisse “Cultural Literacy” (= Alfabetismo Culturale)  in cui suggeriva 5.000 concetti, parole, argomenti che dovevano essere familiari a ogni americano per poterlo considerare colto. La proposta non ha incontrato favore.
Nel 2004 John Leonard pubblicò “Guide to Essential Knowledge (2004); un’analisi di 1000 pagine sulle conoscenze essenziali in: arte, business, finanza, scienza e tecnica, matematica, letteratura, sport; contiene anche liste (di alimenti, di città, di scrittori, di Premi Nobel), brevi biografie di personaggi famosi, scelti in modo parzialmente avventato. 

mercoledì 30 maggio 2018

Disseminazione: Prognosticare tempi futuri - di Roberto Vacca, L’Orologio - 30/5/2018

Prognosticare tempi futuri - di Roberto Vacca, L’Orologio - 30/5/2018

“Non ti chiedere (è vietato saperlo) che fine gli dei abbiano dato a me e a te, o Leuconoe - e non usare gli oroscopi babilonesi. Meglio sopportare quel che sarà” – suggeriva Orazio. Venti secoli fa si sapeva poco dei tempi futuri. Si lanciavano frecce e proiettili, ma non si sapeva nemmeno che le loro traiettorie erano parabole. Non si potevano prevedere con esattezza le posizioni che avrebbero occupato nello spazio in tempi avvenire.
Solo nel 1537  Niccolò Tartaglia gettò le basi della balistica: la gittata massima di un cannone si ottiene quando forma un angolo d 45° con il suolo. Poi Galileo cominciò a tenere conto  della resistenza dell’aria, Newton applicò le sue teorie e l’inglese B. Robins redasse le prime tavole di tiro.
Le previsioni astronomiche hanno una storia antica. Cinesi, greci e maya prevedevano le eclissi di sole e il moto dei pianeti. Precisioni molto migliori  furono conseguite da Keplero, Newton e Laplace.
I calcoli  astronomici moderni e i progressi dell’astronautica hanno permesso di prevedere   con anni di anticipo la posizione di corpi celesti e quella delle sonde inviate a raggiungerli. Nel 1959 un missile russo colpì la Luna e dieci anni dopo gli astronuti americani mettevano piede sul nostro satellite.
L’impresa più straordinaria è quella dell’Agenzia Spaziale Europea e della missione Rosetta. Nel 2004 lanciò un’astronave mirata a raggiungere  la cometa 67/P Churyumov-Gerasimenko in orbita solare che dista centinaia di milioni di kilometri dalla Terra. Questa cometa ha la dimensione di circa 4 km. Rosetta impiegò dieci anni a raggiungerla. Era spinta dei suoi razzi propulsori e, durante il lungo viaggio, dall’attrazione gravitazionale di Giove e della Terra. Percorse  sei miliardi e mezzo di kilometri e si mise in orbita intorno alla cometa. Poi lanciò Philae, una piccola sonda che andò a posarsi su 67/P e inviò a terra immagini televisive ad alta definizione. Se le guardiamo sul sito ESA, restiamo senza fiato. Vediamo solo un ammasso di rocce, ma quella previsione e l’impresa stessa appaiono incredibili.

Curioso che l’arte di prevedere degradò a tratti – e lo fa ancora ogni volta che qualcuno riesce a farsi sentire, sebbene sragioni. Ad esempio  Josef Hoëné (Wolfstyn 1776- Neully-sur-Seine 1853) matematico polacco che diventò francese e prese il nome di Wronski scivolò verso l’occultismo. Aveva ideato certi determinanti per risolvere equazioni differenziali. [Nel 1947 li spiegava il professore Mauro Picone nel corso di Calcolo e chiariva che Wronski non era l’amante di Anna Karenina. Mille studenti di ingegneria, che non avevano mai letto Tolstoj, restavano impassibili].
Josef Hoëné partecipò alla rivoluzione del 1794. Fu ufficiale dell’esercito russo fino al 1797. Poi si arruolò nella legione polacca di Napoleone e diventò francese. I suoi determinanti funzionavano - invece era sbagliata la sua teoria che ogni equazione polinomiale di qualsiasi grado abbia una soluzione algebrica (non sapeva che Ruffini, ne aveva già dimostrato l’impossibilità). Wronski pubblicò questa pretesa scoperta in un suo librone “messianico” proponendolo come garanzia scientifica della sua riforma assoluta e finale del sapere umano e della filosofia e come base del perfezionamento della religione.
Cercò di costruire una macchina che producesse il moto perpetuo e aveva inventato un bruco meccanico (una specie di cremagliera), basato su “principi scientifici” di locomozione spontanea, che avrebbe dovuto sostituire le locomotive dei treni, con vantaggi di economia e sicurezza. Wronski sosteneva che col suo sistema di locomozione si sarebbero evitati disastri come quello dell’8 luglio 1848 sulla linea Parigi–Lille in cui un treno con 28 vagoni cadde da un viadotto causando la morte di 14 persone. Nel carteggio con Arago, (ministro della guerra) e con il ministero dei Ponti e delle Strade Wronski accusò i tecnici dei ministeri di ignoranza e immoralità. 
Costruì anche il prognometro – una macchina per prevedere l'avvenire, in cui pretendeva di inserire tutte le equazioni di fatti passati, presenti e futuri e, quindi, conoscere in anticipo ogni evento futuro. La macchina era costituita da due globi di metallo ruotanti attorno a due assi perpendicolari e pieni di cassettini contenenti i principi di tutte le scienze. Somigliava a un globo celeste coperto di bismuto e montato su un’armatura di rame dorato. Sul globo interno erano scritte le equazioni delle scienze comparate e sul grande cerchio immobile erano scritti i principi fondamentali delle stesse scienze. 
I suoi obiettivi non erano perversi, ma era pervaso da forti dosi di follia. Balzac si ispirò alla figura di Wronski per il suo personaggio di un inventore pazzoide nel suo brutto romanzo La ricerca dell’assoluto.

Il prognometro di Wronski


lunedì 23 aprile 2018

Disseminazione: Tesori utopici e tesori reali Di Roberto Vacca – Skorpio - 23/4/2018

Tesori utopici e tesori reali   Di  Roberto  Vacca – Skorpio  - 23/4/2018

Tom Beale era un omone bruno – un Virginiano. Andò a caccia di bisonti in Colorado con amici. Scoprirono giacimenti d’oro e d’argento e ci lavorarono per anni. Nel 1821 avevano riempito d’oro e argento alcune cassette di ferro e le sotterrarono in una caverna  poco distante da Bufors in Virginia.  Nel 1822 Beale passò di nuovo brevemente per Bufors. Stava nell’albergo di un certo Robert Norris. Partendo, lasciò a Norris una busta dicendogli:
“Se non mi rivedi entro due anni, aprila, perché non tornerò  più.”
Non riapparve. Norris aprì la busta  20 anni dopo. C’era una nota che suggeriva di decodificare altri tre fogli – coperti da sequenze di numeri di poche cifre. Il primo doveva  contenere la descrizione di un tesoro, il secondo l’itinerario per arrivare alla caverna e il terzo i nomi dei proprietari. Nel 1885 un certo J. B. Ward  ebbe quei fogli dalla vedova di Norris. 
Il primo foglio conteneva numeri d’ordine della parole nella Dichiarazione d’Indipendenza degli Stati Uniti. Le lettere iniziali delle parole indicate, messe in fila formavano un testo: il tesoro era di una tonnellata d’oro e due d’argento. Si entusiasmò. La chiave funzionava: la storia era vera. Però non decrittò gli altri due fogli. Rinunciò e, invece, pubblicò un libretto in cui raccontava la storia.
Secondo alcuni crittografi la struttura degli altri 2 documenti  è casuale: niente da interpretare. Ci hanno lavorato in tanti senza successo. Somigliavano ai giocatori d’azzardo compulsivi. Rischiano grosse puntate mirando a vincite enormi molto, molto improbabili. Continuano a giocare – sicuri di vincere grosso. Non credono davvero di  influenzare con la mente la traiettoria della pallina nella roulette, ma si comportano come se avessero quel potere. Continuano a perdere.

È curioso  che si comportino in modo simile anche tecnologi e scienziati competenti. Il loro prototipo è il programmatore compulsivo. È bravo a inventare e scrivere programmi di computer con cui risolve problemi matematici, logici, di progetto. Dato che hanno funzionato, crede di poter scrivere programmi di simulazione tanto avanzati da permettergli di prevedere l’avvenire. Questa abilità – unita alle prestazioni di un computer universale – dovrebbe permettergli di risolvere i più complessi problemi scientifici ed economici. Altri programmatori confidano che sapranno spiegare il funzionamento del cervello umano – in linee generali e anche per quanto riguarda singoli individui o gruppi. Perfino scienziati di primo piano cadono in simili credenze illusorie. 
Un esempio è quello di Ray Kurzweil. Ha inventato la Optical Character Recognition (funzione con cui una stampante traduce pagine stampate in testi digitali trasmissibili per internet e modificabili in vari font e dimensioni); ha inventato Mathematica: una procedura con cui risolvere problemi algebrici, geometrici, di calcolo infinitesimale, statistici, logici, etc.); detiene centinaia di brevetti; è ingegnere capo di Google. 
Però pretende di aver previsto l’avvento di una Singolarità. Sarebbe un nuovo, ultimo passo avanti della scienza dei computer che porterebbe entro pochi anni a creare macchine più intelligenti di un uomo e poi più intelligenti di migliaia di uomini che rivoluzionerebbero scienza, tecnica, economia, società e viaggerebbero per l’universo diffondendo il loro verbo. Questa non è scienza, ma fede compulsiva mal riposta.
Kurzweil  avrebbe anche inventato un nuovo tipo di scienza. Costruisce automi cellulari che tracciano sequenze di pixel neri e bianchi su di una griglia infinita. Le curve ottenute rappresenterebbero un’infinità di formule con cui modellare ogni possibile fenomeno. Ho criticato questo sistema nel mio libro Anche Tu Fisico.
Abbiamo già strutture informatiche che costituiscono ricchezze  potenziali enormi, ma le cui funzioni, note ed usate da molti, non sono state ancora comprese, né  sfruttate appieno. 
Da migliaia di anni riceviamo aiuto e ispirazione da parole scritte nei libri. Oggi è possibile avere aiuti e supporto simile - ma più pronto, interattivo, efficace - da computer parlanti che  ci dicono o ci scrivono parole di altre persone, registrano  le nostre e ce le ricordano; le commentano in base a semplici analisi sintattiche; ritrovano percorsi passati e ne suggeriscono di nuovi. Non c’è bisogno che queste macchine siano intelligenti. Basterà che siano progettate con buon senso. Non ci insegneranno a stare al mondo. Però ci potranno aiutare a vedere verità non ancora immaginate. Ci potranno permettere di capire di più, essere più  equilibrati,  più umani.

giovedì 29 marzo 2018

Disseminazione: SPERANZA: SERVE PIÙ DELL' INTELLIGENZA? - di Roberto Vacca - SKORPIO - 29/3/2018

SPERANZA: SERVE PIÙ DELL' INTELLIGENZA? - di Roberto Vacca - SKORPIO -  29/3/2018

Ho conosciuto molte persone più intelligenti di me. Fra queste, alcune eccellevano nella cultura umanistica. Altre avevano una produzione artistica di alta classe. Altre ancora avevano menti matematiche eccezionali. Per la mia formazione erano queste che mi impressionavano di più e che francamente invidiavo.
Erano capaci di intuire immediatamente soluzioni generali a problemi complicati che io affrontavo in modo goffo e lento. Avevano una incredibile memoria di concetti e soluzioni che potevano esporre in modo completo dopo molti anni da quando li avevano appresi. Avevano menti innovative e avevano inventato teoremi, procedure e metodi di calcolo, macchine. Eppure i nomi di alcuni di loro sono quasi dimenticati. Uno traeva tanto piacere dall'imparare e dall'inventare cose nuove che non trovava il tempo di scriverle, pubblicarle, raccontarle ad altri. Un altro aveva tanta passione per gli scacchi da trascurare discipline e ragionamenti ben più elevati. Un altro ancora – oltre  a studiare seriamente - si abbandonava distrattamente a piaceri banali: beveva troppo e fumava troppo e in conseguenza si accorciò drammaticamente la vita.
Invece altre persone di intelligenza più modesta sono più organizzate. Sono motivati a conseguire risultati concreti e ci riescono: producono di più (anche se più lentamente). I loro successi li rendono visibili e li premiano con vantaggi di vario tipo.
La modesta conclusione che è meglio avere un buon carattere che un'intelligenza straordinaria, viene confermata dal Prof. Rick Snyder dell'Università del Kansas. È autore di un "Manuale della Speranza" e ritiene di aver dimostrato che molti successi sono legati più strettamente a un atteggiamento pieno di speranza, che all'intelligenza. Snyder non parla di ottimisti ad oltranza - di gente sempre sicura che "tutto andrà bene alla fine" (anche senza aver raccolto dati rilevanti). Definisce la speranza come una caratteristica cognitiva orientata verso i modi di risolvere problemi e difficoltà e ispirata di continuo dalla tendenza verso obiettivi chiari e concreti.
Non mi convince molto il giudizio sul fatto che l'intelligenza sia da considerare inadeguata - finchè si glissa sui modi di definirla. È interessante, però, il modo in cui Snyder definisce la speranza. Ha costruito un questionario in cui quattro domande indagano sulla propria fiducia e abilità di trovare modi per levarsi dai guai, risolvere problemi conseguire risultati importanti - anche quando gli altri sembrano incapaci di farlo. Altre quattro domande sono intese a determinare quanto ci riteniamo: energici, esperti, realistici, abituati al successo. Il punteggio che si ottiene per ogni domanda va da zero a 4. 
Così la dote di speranza di ogni soggetto viene misurata su una scala numerica che va da 0 a 32. Snyder sostiene che questa misura ha forte correlazione positiva con il successo nello sport e a scuola e con la capacità di sopportare il dolore e di guarire dalle malattie (non con il successo economico).
Questa teoria è probabilmente viziata anche perchè si basa largamente sul giudizio che uno dà di se stesso - e l'introspezione è vista con sospetto da molti psicologi seri. La teoria di Snyder concorda, però, con l'esperienza di ogni persona di buon senso. Chi va meglio agli esami anche se non ha studiato moltissimo? Chi ha una mira più sicura nel tiro al bersaglio? Chi guida l'auto in modo più competente e veloce? Lo sappiamo bene: chi è sicuro di se, rilassato, non nervoso, non distratto da segnali casuali e inessenziali.
Dobbiamo concludere che questo psicologo del Kansas ci sta inviando un messaggio banale, mascherato come se fosse un risultato scientifico importante? Non necessariamente. Il progresso nella comprensione dei modi di funzionare degli esseri umani deve passare attraverso tentativi di codificare e di misurare i comportamenti. Solo così possiamo tentare di rinforzare quanto suggerisce il buon senso, sul quale, poi, il consenso spesso è scarso.

sabato 1 luglio 2017

Disseminazione: L'AVVENIRE di Roberto Vacca – Lanciostory MAXI - 1/7/ 2017

L'AVVENIRE  di Roberto Vacca – Lanciostory MAXI  - 1/7/ 2017

Dieci anni fa un sondaggio autorevole indicò che un terzo degli inglesi e degli americani credono che sia il sole a girare attorno alla terra e un altro terzo pensa che la terra giri attorno al sole ogni 24 ore.
La regolarità del moto della terra attorno al sole ci riguarda poco. Infatti sono pochi quelli che si occupano ancora di agricoltura e dalle intemperie siamo ben difesi. Eppure sono questi scatti di anno, secolo, millennio che ci fanno riflettere sull'avvenire. Invece dovremmo pensarci più spesso, ma non siamo tanto bravi a farlo. Ce ne accorgiamo bene, se ci guardiamo attorno:
"Videbis, filii mi, quam parva sapientia regatur mundus" ("Vedrai, figlio mio, con quanto piccola sapienza sia governato il mondo") come disse al figlio lo statista svedese Axel Gustavsson Oxenstierna poco prima del Congresso di Muenster.
A parte le battutacce su chi fa non sa e chi sa non fa, in buona misura non sappiamo prevedere nè progettare l'avvenire perchè siamo troppo modesti. Non ci proviamo. Ci spaventiamo della difficoltà e della responsabilità. Sbagliato.
Credo fosse Sherlock Holmes a dire "Quello che un uomo ha inventato, un altro uomo può scoprire". E' vero: se un essere umano ci si mette, in condizioni favorevoli, riesce a scoprire anche cose che non ha inventato nessuno e che funzionano da millenni, da ere, da eoni. Eppure esitiamo. Consideriamo la nostra ignoranza e la nostra inesperienza e temiamo di rischiare. Abbiamo ragione di temerlo - fin quando non ci impegniamo a capire di più ad addestrarci in compiti stimolanti.
Ma non siamo soli a imparare lentamente e magari a rifiutare anche gli strumenti nuovi. Anche molte persone influenti ed ascoltate peccano in questo modo. Tempo fa un italiano che ha avuto incarichi importanti dichiarò candidamente: "Non userò mai un computer. Preferisco la mia stilografica col pennino d'oro".
Allora siamo forzati a temere (essendone quasi sicuri) che la gente si adatterà lentamente e in modi goffi e superficiali a vivere i cambiamenti inventati da pochi: la scienza, le tecniche, l'informatica, le comunicazioni,  e il così detto E-tutto (E-mail, E-commerce, E-marketing, telelavoro, etc.) Per merito di strumenti e di sistemi nuovi, efficacissimi staremo un po' meglio - in attesa che alcuni sprovveduti distruggano con entusiasmo le case, le strade, le macchine e l'ambiente (magari con ottime intenzioni di aumentare la sicurezza oltre ogni limite).
Intanto continueremo a soffrire per i residui di burocrazia, formalismo e pensiero antico che altri (e qualche volta anche noi stessi) continuano a conservare scioccamente. Sentiremo offerte continue di prendere sul serio conflitti insussistenti - fra razze, nazioni, corporazioni, sciocche scuole di pensiero, religioni. Soffriremo le conseguenze di miopi avidità (di denaro, di potere, di primato) coltivate da persone che non hanno mai sentito nominare la teoria della cooperazione (è una teoria matematica con basi razionali robuste - e non ha nemmeno bisogno dell'ipotesi dell'amor fraterno).
Se non ci piace questa prospettiva, dovremmo scegliere l'alternativa ovvia che predico da anni: "Se impari almeno una cosa nuova ogni giorno, ti cambia la vita. Se lo facciamo tutti, cambiamo il mondo."
E allora, non ci limitiamo a usare un computer personale per scrivere lettere. Impariamo a sfruttarne almeno la metà del potenziale: impariamo a ordinare, calcolare, programmare, disegnare. Impariamo a cercare su Internet le infinite cose che ci si trovano di economia, politica, storia, letteratura, arte, fisica, chimica, tecnologia, logica. Cerchiamo di capire quanto è grande e interessante il mondo e quante cose intricate s stimolanti altri hanno capito su di esso. Arriviamo a intravedere quali cose nessuno abbia ancora capito e, forse, arriveremo a capirne qualcuna nuova per primi. Certo: pensiamo anche ai soldi, ma non solo a quelli che ci riguardano direttamente. Possedere oggetti è utile, ma possederne troppi è una seccatura continua. (Epitteto, il filosofo schiavo scrisse "Lo schiavo che porta in spalla il pane per la squadra che va al lavoro, non riuscirà a mangiarne molto più degli altri".) Dunque pensiamo ai soldi come un oggetto interessante di analisi, studio, ragionamento - non come chiavi per aprirci paradisi in proprietà esclusiva.
Mettiamo in discussione gli argomenti, le certezze e i fatti che ci vengono presentati: molto spesso sono insussistenti. Rifiutiamo di stare a sentire discorsi fatti mille volte e asteniamoci anche noi dal ripeterli.
Soprattutto immaginiamo cose nuove. Non è solo divertente: è anche il modo in cui possiamo far decollare un business nuovo, in cui possiamo diventare più interessanti per gli altri (alla fine anche sessualmente, perchè no?), in cui possiamo far stare bene persone vicine e lontane, in cui possiamo farci nuove amicizie. Per provarci abbiamo bisogno solo di slancio e di energia, non di permessi, di benedizioni, di titoli di studio. Questi ultimi non guastano, se dati da scuole avanzate e di alta qualità (chi si occupa di fondarne molte creando posti di lavoro ad alto livello?)
Non ascoltiamo i donabbondieschi "il coraggio, chi non ce l'ha, non se lo può dare". Non è vero. Se sei abbastanza scontento e contrariato dagli esempi bestiali di egoismo, ignoranza e incapacità previsionale (che non mancano attorno a te) dovrebbe bastarti la motivazione a non perdere tempo, a non danneggiarti fisicamente (mangiando troppo, fumando, non esercitando muscoli e polmoni), a studiare economia, fisica, matematica, lingue e anche ragioneria e amministrazione (se no: ne saprai tanta, ma troverai chi ti frega con i numeri).

Queste parole somigliano un po' alle Prediche Inutili di Luigi Einaudi (il miglior Presidente che abbia avuto l'Italia). Sono altrettanto amare - e meno equanimi. Se tu che mi leggi, le consideri inutili, aspettiamoci di avere in avvenire cose simili a quelle passate. Se pensiamo che sia fattibile cambiare noi stessi per cambiare il mondo, mettiamoci sotto.

martedì 1 novembre 2016

Disseminazione: MIRACOLI: ANALISI CRITICA di Roberto VACCA - SKORPIO MAXI – LANCIOSTORY Ottobre 2016

MIRACOLI: ANALISI CRITICA di  Roberto  VACCA  -  SKORPIO MAXI – LANCIOSTORY   Ottobre  2016
I logici medioevali diceavano: "nomina non sunt consequentia rerum": i  nomi non sono conseguenza delle cose. Ma le cose sono ancora meno conseguenza dei nomi. Esistono i nomi: "centauro", "ippogrifo", "chimera", ma non esistono  questi animali mitologici. 
. I miracoli si definscono  come "azioni umane che sospendono o annullano la validità di leggi fisiche per ottenere risultati inaspettati". Lo scopo può essere: dimostrare i poteri eccezionali di qualcuno o aiutare o proteggere qualche essere umano che abbia dimostrato di avere fede nel successo del miracolo o nella persona che dovrebbe compierlo. In quest' ultimo caso il miracolato non si presenta come un osservatore affidabile proprio perchè manifestava la sua fede acritica già prima dell'evento. 
Per decidere che un evento sia avvenuto in sospensione o in contrasto con le leggi fisiche, si deve supporre che le leggi fisiche siano note. Dobbiamo ricordare, però, che anche le leggi fisiche meglio comprovate dall' esperienza e da osservazioni accurate sono approssimazioni più o meno rozze. Tanto piu' sono rozze, tanto meno si possono considerare note. Anticamente si consideravano magie : vedere eventi a distanza di migliaia di kilometri, volare più veloci del suono; usare macchine che ragionano e, calcolano. Si credeva che le leggi fisiche rendessero impossibili queste azioni. Non era così.
Riteniamo  di aver riconosciuto una legge fisica se, in modo osservabile e ripetibile si osservano processi che dipendono da certi meccanismi e che si possono descrivere in modo preciso  e si possono prevedere. Dunque gli eventi che si verificano una volta sola (in inglese: "one shot") non essendo ripetibili,non sono straordinari. Sono  privi di interesse perche' non sappiamo nemmeno se si siano verificati o no. Che alcune persone ritengano di averli sperimentati, non è prova accettabile..
Il Cardinale Newman teorizzava che dovremmo credere ai miracoli antichi perchè sono confermati da tante testimonianze. Ciascuna aggiunge probabilità alla verità del miracolo e la somma di moltissime probabilità equivale a una certezza. Newman diceva: "Anche chi non ha mai circumnavigato l' Inghilterra crede che sia un' isola per la somma delle testimonianze di tanta gente che ha percorso qualche pezzo di costa. Proprio come nel caso dei miracoli."
Vilfredo Pareto obiettò: circumnavigare l'Inghilterra è fisicamente possibile e non ci sono leggi che lo vietano. Chi dimostrasse che è attacata alla Francia, diverrebbe famoso. Dunque non si tratta di una somma di testimonianze, ma di uno stato di fatto osservabile e di una ipotesi robusta-Se esistesse un dubbio anche minimo sull'insularità della Gran Bretagna, la curiosità e il desiderio di fama  lo dirimerebbero. Dunque :

  • i miracoli sono  non eventi, privi di interesse per chi cerca di conoscere il mondo in modo logico-sperimentale
  • se qualcuno presume che un evento miracoloso (come il sole che si mette a ballare in cielo o una statua che agita le braccia) sia un messaggio di una entita' soprannaturale, vuol dire che si accontenta di poco. Chi si occupa di comunicazione sa bene che l'onere di far arrivare messaggi ai destinatari è del mittente. Se un mittente manda un messaggio ambiguo o usa un codice non ricostruibile, facciamo bene a non interessarcene. In alternativa siamo giustificati a dubitare che il mittente esista. Un messaggio telegrafico privo di senso può essere prodotto da una bottiglia vuota che rotola su di un tavolo e colpisce il tasto di una trasmittente.

Gli argomenti esposti tagliano la testa al toro. Però non vengono accettati da chi non capisce l' approccio logico-sperimentale e invoca l' evidenza di certi prodigi. La situazione migliora. Nel numero della Civilta' Cattolica del 2 settembre 1905 un articolista sosteneva che il sangue di San Gennaro contenuto in una boccetta di vetro sigillata all'interno di una scatola d' argento chiusa durante il miracolo cambiava di peso da 987 a 1015 grammi (circa il 2,75%). Il 14 settembre 1905 il quotidiano di Genova IL LAVORO pubblicò una lettera in cui il matematico Giovanni Vacca (mio padre) sfidava i gesuiti a pesare in pubblico quel sangue per constatare se cambiasse peso. La prova non fu mai fatta. Alcuni credenti risposero che certi professori dell'universita' di Napoli l'avevano già eseguita con successo.
Mio padre con l'astronomo Schiaparelli cercò di pesare la medium Eusapia Paladino durante un trance per vedere se  il suo peso cresceva per apporti di ectoplasma. Ma la medium si agitava tanto che con le bilance di allora non si pote' fare nessuna misura.
Cito, infine, la reliquia conservata in una chiesa in Italia centrale. Consiste di 5 grumi del sangue di un martire: ciascuno pesa quanto tutti e 5 insieme! L'informazione era data in un depliant distribuito ai partecipanti a un Congresso dell' Unione Matematica. Era presente il Prof. Carlo Pucci che notò come fosse inopportuno raccontare quella assurdità proprio ai matematici.

lunedì 9 maggio 2016

Disseminazione: Sincronizzati, ma non schiavi, di Roberto Vacca, L’Orologio, 9 Maggio 2016.

Sincronizzati, ma non schiavi, di Roberto  Vacca,  L’Orologio, 9 Maggio 2016.

Il 27 Marzo scorso è tornata l’ora legale: abbiamo dovuto regolare i nostri orologi meccanici o al quarzo. Invece si sincronizzano automaticamente gli orologi radiocontrollati da polso o da parete di varie marche.
Gli orologi di personal computer, laptop e smartphone sono sincronizzati via Internet da un servizio che trasmette l’ora esatta. In Europa il servizio via radio più importante è a Francoforte con una emittente da 50 kiloWatt. Negli USA il servizio è gestito dal National Institute of Standards and Technology (NIST). Riceve ogni giorno 16 miliardi di richieste di sincronizzazione da gestori di e-mail, di browser Web, di software per  transazioni finanziarie e da privati.
In USA i singoli orologi elettronici sono programmati per connettersi periodicamente con 20 terminali  installati in Colorado. Tre di questi sono collegati con orologi atomici che all’inizio di ogni secondo generano un impulso elettrico e lo trasmettono a un server. Il segnale è tradotto in una sequenza di caratteri (che esprimono ora, minuti e secondi del giorno) trasmessa separatamente dall’orologio al server. L’accuratezza è di un secondo ogni 300 milioni di anni. I service provider o il software dei singoli orologi interni aggiustano il codice a seconda dei fusi orari e dell’ora legale. Sono stati registrati i totali delle richieste ricevuti dai server NIST per un mese: provenivano da 316 milioni di indirizzi IP (rappresentanti circa l’8,5 % di tutte le connessioni a Internet) ed erano suddivisi fra 244 nazioni.
Benjamin Franklin concepì l'idea dell'ora legale nel 1784. Ci vollero 132 anni perchè il provvedimento fosse adottato in Europa durante la Prima Guerra Mondiale. In USA il daylight saving time ("ora per il risparmio della luce del giorno) divenne legge nel 1918 e fu abbandonato nel 1919. Fu legge durante la Seconda Guerra Mondiale  dal 1942 al 1945 e di nuovo dal 1974 dopo la crisi energetica.
Oggi la legge USA porta avanti le lancette di un'ora dalle 2 del mattino della prima domenica d'Aprile. Per una settimana siamo fuori fase sulle due sponde dell'Atlantico perchè in Europa si comincia dall'ultima domenica di Marzo. Poi si smette insieme all'ultima domenica di Ottobre. I russi portano avanti gli orologi di 2 ore, dato che molti di loro vivono a latitudini alte con giornate estive lunghissime - le famose notti bianche di S. Pietroburgo. I giapponesi non cambiano mai orario – come anche molti Paesi vicini all’Equatore. Queste difformità indicano che la concordia è scarsa.
Facciamo ora i conti per l'Italia di oggi. La TERNA ha pubblicato l’entità del risparmio conseguito dai privati a causa dell’adozione dell’ora legale. Si tratta di 580 milioni di kiloWattora: al prezzo medio di 16,32 centesimi di Euro al kiloWattora, corrispondono a 94,5 milioni di Euro. La popolazione italiana è di 60 milioni e mezzo: quindi il risparmio pro capite nell’arco dell’anno è di circa un euro e mezzo. Non è un gran vantaggio e non sembra proprio che compensi la noia di rimettere gli orologi due volte l’anno (per chi non li ha radiocontrollati) e di sopportare sconcerti dovuti a malintesi e appuntamenti mancati. Questo risparmio ha anche la conseguenza che risparmiamo ogni anno circa 50 milioni di metri cubi di gas. Verrebbe da dire: “Bel colpo!”, ma non lo è: si tratta solo di un millesimo del nostro consumo annuale.
Spostare avanti e indietro le lancette degli orologi non è una gran fatica, ma non dà grandi vantaggi. Abbiamo ottenuto risparmi maggiori abbandonando le lampade a incandescenza e passando a quelle a LED (diodi che emettono luce).
L’ora legale disturba il controllo di processi industriali “in continuo” (come la gestione degli altiforni) e la programmazione dei turni lavorativi. Produce anche situazioni assurde. Se, la notte in cui, alle 3:00, si torna all’ora solare, mando un e-mail alle 2:50 e il destinatario mi risponde dopo 15 minuti, i computer registrano che mi ha risposto alle 2:05 – ¾ d’ora PRIMA di aver avuto il messaggio a cui risponde. Ne possono conseguire controversie anche legali.
Ragionando sull’ora legale, però, dovremmo meditare su quanto siamo schiavi delle convenzioni. In tanti siamo tacitamente d’accordo di fare  certe cose a certe ore: risveglio e colazione la mattina presto; poi lavoro; pranzo a metà giornata e cena la sera. Socializziamo nel tardo pomeriggio e la sera. Lasciamo che comandino gli orologi. Per ottenere i miseri risparmi che abbiamo visto, spostiamo l’ora, la guardiamo e obbediamo seguendo gli stessi ritmi di prima. Anche i Romani antichi si adattavano a modo loro. In inverno e autunno le ore diurne erano corte e quelle notturne erano lunghe. Era vero l’inverso in primavera ed estate. Al solstizio d’inverno un’ora diurna durava 45 minuti: al solstizio d’estate 75 minuti.
Se non fossimo schiavi delle abitudini, sfrutteremmo meglio la luce solare. Se nelle ore di sole perseguissimo attività che richiedono energia, sfrutteremmo meglio gli impianti fotovoltaici. Le cose, però, non sono così semplici. Per cambiare abitudini dobbiamo anche adattare il nostro orologio interno, riorganizzare gli orari dei servizi pubblici e non rendere troppo difficile invitare gli amici a pranzo.