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sabato 6 gennaio 2024

Disseminazioni: PERBENISMO E WOKENESS, di Roberto Vacca, Sollevare Novembre 2023

PERBENISMO  E WOKENESS, di Roberto Vacca, Sollevare Novembre 2023

Aveva ragione Paola. Le avevo chiesto di riguardare un mio vecchio articolo che stava per essere incluso in un’antologia. Mi aveva detto:   

“Può andare bene. Però avevi usato la parola “negro”. Cambia con “nero”.”

Avevo risposto: 

“Non è necessario. “Negro” è parola italiana. Sarebbe anche inglese. Prima era la forma usuale, mentre ”nigger” era quella dispregiativa - considerata offensiva – sebbene ai tempi antichi anche “nigger” fosse quasi accettabile. Quando ero ragazzino, la mia  nonna americana Lillian Vernon De Bosis (persona soave), mi insegnò la poesiola:

There was an old nigger and he had a wooden leg,

He had no tobacco – no tobacco could  he beg.

Another old nigger  was as cunning as a fox

And he always had tobacco in his old tobacco box.”

Paola aveva detto: 

“Le lingue cambiano. Gli americani hanno preferito “black” o “african-american”. Nessuno li ha obbligati. Anche qui   da noi  non c’è obbligo,  ma “negro” oggi  suona male.”

Modificai quel testo e cominciai a ragionare sulla tendenza americana a evitare espressioni che possano implicare l’approvazione di pregiudizi razziali, discriminazioni o disuguaglianze sociali. 

È diventata ormai un vasto movimento con fautori e oppositori e dure polemiche su tutti i mezzi di comunicazione: si chiama wokeness.  Il nome deriva dall’esortazione “stay woke (1)” usata da decenni dai neri americani e diventata molto popolare dopo il 2014, quando nel Missouri un poliziotto arrestò per una infrazione non grave un nero – Michael Brown – e usò mezzi violenti tanto da ucciderlo. Si diffuse allora lo slogan BLM – Black Lives Matter (le vite dei neri sono importanti)  ripetuto e scritto nei cartelli delle manifestazioni di lutto e rabbia  dopo l’uccisione di altri neri da parte di poliziotti.

Donald Trump ha dichiarato pubblicamente la sua avversità alla wokeness. Elon Musk ha scritto: “La wokeness è divisiva, esclusionista e odiosa.”

Evitare l’uso di termini che possono suonare offensivi ad alcuni, è una buona cosa – chi continua a usarli accusa spesso i seguaci del movimento wokeness di ipersensibilità. Se le parole di qualcuno vengono rifiutate o eliminate da resoconti di dibattiti pubblici, è immediata la protesta contro le censure. 

In Italia non si parla molto di queste cose.  La situazione è diversa: in italiano abbiamo i peggiorativi, oltre a numerosi diminutivi, accrescitivi, vezzeggiativi e a numerosi aggettivi volgari, blasfemi, relativi a perversioni. Col passare degli anni queste espressioni perdono la loro virulenza e vengono accolte nella lingua corrente.  “Me ne frego” era un motto delle squadracce fasciste, ma oggi l’espressione non desta scandalo.

Certi autori italiani fanno uso smodato del turpiloquio. Anche scrittori americani ci provano, ma la lingua inglese è un po’ carente.

I francesi hanno coniato la parola “wokism”, sulla quale hanno divampato molte discussioni. Taluno ha sostenuto che lo stesso motto della Repubblica “liberté, égalité, fraternité” sia una dichiarazione woke. Però J.M. Blanquer, ministro francese dell’educazione, ha  dichiarato che l’ideologia woke è l’opposto degli ideali della Repubblica Francese.


La wokeness ha rivoluzionato alcune rubriche di un noto giornale. Fino ai primi mesi del 2023 l’edizione internazionale del NewYork Times pubblicava nella pagina di enigmistica, oltre ai cruciverba, anche il Word Jumble (sfida a trovare una parola dopo aver risolto 4 anagrammi) e strisce di fumetti: Peanuts, Garfield (il gatto), Dennis the Menace, Doonesbury, Calvin e Hobbes (l’altro ragazzino pestifero con la sua tigre di pezza che ogni tanto parla o lo assale), Far Side. 

Oltre a questi c’era Dilbert, pubblicato da Scott Adams dal 1989. Era una satira sulla burocrazia moderna. Scherzava su individui con notevoli abilità tecnologiche e informatiche, ma con grazie sociali nulle. Una delle tesi di Dilbert (quasi identica al Principio di Peter) era che i più incompetenti dell’azienda finiscono in posizioni in cui producono meno danno: fanno i manager.

Scott Adams è personaggio che ha oscillato fra destra e sinistra. Ammira Trump perché lo considera un grande oratore, capace di convincere le masse. Ha avuto molti premi e la sua striscia appariva su qualche centinaio di giornali. Nel febbraio 2023 si è rovinato. Ha dato un’intervista ad Ari Shapiro e ha pubblicato sue pessime dichiarazioni su YouTube. Fra queste: 

“I neri sono una razza che odia. Consiglio i bianchi di stare fottutamente lontani dai neri: non c’è rimedio. Per questo sono andato a vivere  in una zona dove i neri sono pochi.” “Se sei bianco, non c’è bisogno che aiuti gli afro-americani.”

_________________________________________________.

  1. “woke” è il passato del verbo “wake” – svegliare, “Stay woke” è espressione gergale, non grammaticale, e significa “stai  in campana  o all’erta” – “sensibilizzati”  ai modi di dire razzisti che servono a metterti sotto.


    domenica 2 aprile 2023

    Disseminazioni: Comunicare chiaro per salvarci, Sollevare - 2/4/2023 - Roberto Vacca

     Comunicare chiaro per salvarci, Sollevare - 2/4/2023 - Roberto Vacca

    I rischi sono tanti. Oltre a quelli noti, giustamente temiamo: guerra nucleare, strapotere di elite, droga, fedi mal poste, razzismo, lassismo, giochi perditempo, dittature, ignoranza, cattivo gusto, errori nostri e altrui. Ci possono salvare solo idee e conoscenze, che vanno meditate e comunicate con chiarezza seguendo norme ben note. [Vedi ad esempio il mio saggio “Comunicare come”, ed. Garzanti]. 

    Queste norme ci proteggono anche dalle mode negative che degradano la nostra prosa. Fra le mode antiche sono deleteri l’uso eccessivo di termini astratti e quello di aggettivi e avverbi sopranumerari che rendono i testi difficili da leggere. La mansione dell’editor che rivede e corregge uno scritto da pubblicare, è anzitutto quella di eliminare le parole inutili. Poi farà bene a sostituire le parole troppo lunghe con sinonimi più brevi. 

    Una brutta abitudine di saggisti e pubblicisti (antichi e moderni) è il ricorso ad acronimi. Enti, aziende, istituti, associazioni si possono ben citare con la loro ragione sociale. Invece va evitata la costruzione di nuovi acronimi per indicare discipline o strumenti di analisi o elaborazione. La lettura di articoli su quotidiani, riviste  e siti web ne risulta disagevole e, talora, incomprensibile. Chi, comunque, cita acronimi deve sapere bene a chi o a che cosa corrispondano per poter fornire dettagli a chi li chieda.

    Da vari anni quasi tutti noi sappiamo interpretare l’acronimo LGBTQ [Lesbian Gay Bisexual, Transgender, Queer], anche se qualche volta siamo incerti su come rendere uno dei termini in italiano.

    Io leggo spesso saggi e articoli sulle variazioni del clima e risento le continue ripetizioni degli acronimi IPCC (International Panel on Climate Change) e NIPCC (Nonintergovernmental International Panel on Climate Change). 

    Dal 1909 è attiva negli USA la National Association for the Advancement of Colored People, che organizza corsi e iniziative culturali per neri e altre minoranze e conduce azioni per garantire uguaglianza dei diritti. Utilizza l’acronimo NAACP. Recentemente sono usati talora anche gli acronimi: BIPOC (Black Indigenous People of Color) e AAPI (Asian American & Pacific Islanders).

    So di una simpatica signora - competente in statistica e probabilità - che partecipa a un gruppo di lavoro interessante, ma eterogeneo. Ogni volta che parla di un valore atteso (la somma dei possibili valori di una variabile ciascuno moltiplicato per la probabilità che si verifichi), lo chiama concisamente con le iniziali “VA” – pronunciate “Vu-a”. Spesso non viene capita e deve spiegare questa sua abitudine.

    Per rilanciare l'economia dopo la pandemia di COVID-19, il Governo italiano ha definito e adottato nel 2021 il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza, che dovrebbe favorire coesione, protezione della salute pubblica e creazione di infrastrutture ottimizzate permettendo lo sviluppo verde e digitale del Paese. Il piano viene citato spesso con l’acronimo PNRR. Chi lo discute non sempre ricorda il significato di quelle quattro iniziali, né il contenuto delle 270 pagine che lo costituiscono.

    Usando le sole iniziali di un acronimo, si rischia inoltre di trarre in inganno il lettore: perché la stessa sequenza di lettere è usata come codice per riferirsi ad altri enti o sequenze di parole. Ho trovato Howard Hayden, emerito dell’Università del Connecticut, citato come esperto in AMO – Atomics, Moleculars e Optics. Però l’acronimo AMO è usato anche da: un istituto olandese che stabilisce definizioni di termini di legge, economia, business, politica; da uno studio belga di ricerche di architettura; da una scuola superiore di perfezionamento medico di New York e a Praga da un’associazione di studi di affari internazionali.

    Anche Elon Musk dal 2010 impone ai dipendenti delle sue aziende TESLA e SPACEX di usare solo acronimi che lui abbia formalmente approvato. Sostiene, infatti, che “Acronyms Seriously Suck” (= gli acronimi rompono seriamente le palle) e quindi chiama ASS la sua regola.  – ma “ass” in inglese è “asino” e, volgarmente abbreviato da “arse”, anche “culo”.


    martedì 19 luglio 2022

    Disseminazioni: Le cose che potevano essere e non sono state - 19/7/2022 di Roberto Vacca - L’OROLOGIO

     Le cose che potevano essere e non sono state   -  19/7/2022

     di Roberto Vacca -  L’OROLOGIO



    Certi affaristi, certi storici, certi politici scrivono di eventi passati e distorcono la verità – supposto che sia nota. Alcuni lo fanno per interesse economico: ad esempio cancellano i propri debiti. Altri mirano a nobilitare o rendere più interessante la fama propria o quella di amici. Altri ancora lo fanno per ragioni ideologiche: negano, ad esempio, i misfatti di uomini famosi o i genocidi perpetrati da  imperi e regimi.

    Io ho scritto  vari racconti di fantastoria (termine che preferisco al sinonimo “ucronia”). Che sarebbe successo se l’Impero Romano avesse adottato la religione del dio Mitra invece del Cristianesimo? Oppure se l’America fosse stata colonizzata dagli italiani, invece che da spagnoli, portoghesi, olandesi e inglesi? E se nel 1849 Garibaldi avesse spazzato via gli zuavi francesi con le sue mitragliatrici? E se davvero Lenin fosse stato un emissario dei capitalisti di Zurigo a cui avrebbe accreditato il plus-valore dei lavoratori russi?

    Partendo da queste ipotesi, si possono costruire intrecci divertenti. Però è anche possibile guardare con occhi diversi la storia come ci viene raccontata e interpretarla in modi interessanti. Alcuni di questi possono anche sembrarci non fantasie paradossali, ma verità segrete finora tenute nascoste.

    Gli orologi da cui siamo attorniati, confermano di continuo che la variabile tempo è unidirezionale. Il tempo va all’indietro soltanto nelle storie di miracoli – oppure nelle sequenze di eventi studiate dalla fisica quantistica che molti di noi ignorano e sulle quali soltanto pochi di noi riescono a ragionare in modo sensato, a teorizzare e a calcolare.

    Non si occupano del tempo solo scienziati, affaristi, imprenditori, politici e storici. Ne parlano anche i poeti: qualche volta in modo gradevole e inaspettato, anche se spesso vago. Ho trovato una strana coincidenza fra alcuni versi di due noti poeti – uno italiano e uno argentino.

    Nei primi anni del secolo scorso il torinese Guido Gozzano (1883-1916) scrisse “Cocotte”. È una poesia crepuscolare, delicata sulla breve, superficiale amicizia di un ragazzino con una prostituta, che la mamma del ragazzo definisce una “cattiva signorina”. Gozzano la ricorda dopo 20 anni: già invecchiata? Non la rivedrà più. Ci si intenerisce. Contiene i versi famosi:


    “Non amo che le rose che non colsi

    “Non amo che le cose che potevano essere e non sono state.”


    Oltre mezzo secolo dopo Jorge L. Borges (1899-1986) inserì nella raccolta di poesie “Storia della notte” dodici versi intitolati 


    THINGS THAT MIGHT HAVE BEEN [Cose che avrebbero potuto essere]

    Non le commenta. Lascia che il lettore capisca che la sera della Croce e la sera della cicuta sono le morti di Cristo e di Socrate, che avrebbero potuto NON accadere come tramandato. Fra quelle che avrebbero potuto accadere inserisce:


    “l’opera inconcepibile che a Dante fu dato forse di intravedere

      ormai corretto l’ultimo verso della Commedia”


    “il dilatato impero che i Vichinghi non vollero fondare”


    “la vittoria dei Sudisti confederati a Gettysburg nel 1865”


    “l’amore che non abbiamo condiviso”

    “il figlio che non ebbi”


    Queste ultime due cose avrebbe potuto condividerle con Gozzano – non le altre a cui Gozzano non avrebbe mai pensato.

    Curioso che Borges non abbia pensato ai matematici: i manoscritti perduti di Archimede, la dimostrazione di Fermat del suo ultimo teorema, i teoremi che Evariste Galois avrebbe potuto scrivere se non fosse morto in uno sciocco duello.

    giovedì 23 dicembre 2021

    Disseminazioni: Definire il tempo, L’OROLOGIO – di Roberto Vacca, 23/12/2021

     Definire il tempo, L’OROLOGIO – di Roberto Vacca, 23/12/2021


    “Sarebbe bello se potessimo trovare una buona definizione di tempo” – “Forse potremmo dire: “Il tempo è ciò che accade quando non accade nient’altro.”

    Queste inaspettate e vaghe asserzioni si trovano in uno dei primi capitoli di “La fisica di Feynman”. Il famoso fisico le fa seguire da 5 volumoni in cui spiega molto chiaramente e in modo elementare le variazioni nel tempo di energia, meccanica, elettricità, fenomeni relativistici, teoria dei quanti e tanto altro. Quelle frasi dubitative, però, preparano ad apprezzare in che senso il tempo sia difforme da altre grandezze fisiche. Dall’antichità misuriamo lunghezze, aree, volumi e pesi con unità derivate dalle dimensioni medie di parti del nostro corpo (pollici, cubiti, passi). Le posizioni variabili di terra e sole definirono da tempi preistorici le durate del giorno e dell’anno. I tempi brevi sono stati poi misurati con strumenti orologi ad acqua, clessidre e orologi meccanici già nell’antica Cina. In Europa nella seconda metà del 13° secolo si realizzarono orologi meccanici che utilizzavano l’energia di pesi che scendevano lentamente e poi quella di molle elicoidali usate anche in orologi portatili. 

    La temporizzazione era realizzata con scappamenti a verga e foliot anche nel famoso orologio della Reggia Carrarese di Padova realizzato (1344) dal medico e astronomo Jacopo Dondi, che misurava non solo le ore, ma anche la posizione dei pianeti. Dovemmo attendere secoli perché Galileo studiasse il comportamento del pendolo. Concepì, ma non realizzò, un orologio basato sull’isocronismo delle piccole oscillazioni del pendolo, ma inventò e costruì l’accurato orologio ad acqua di cui scrissi recentemente. Il primo orologio a pendolo fu costruito dal matematico Huygens nel 1656. Oggi misuriamo con estrema accuratezza tempi minimi, anche sfruttando la periodicità delle oscillazioni piezoelettriche, e calcoliamo i tempi in cui si svolgono perfino i processi  atomici e subatomici.

    Misurare tempi molto più  lunghi permette di datare quando vissero piante e animali molte migliaia di anni fa – e assorbirono dall’atmosfera  anidride carbonica, in un millesimo di un miliardesimo della quale il carbonio C12 è sostituito dal radioattivo carbonio C14 [questa sostituzione accade perché i neutroni dei raggi cosmici trasformano appunto quella minima frazione dell’azoto N14 nell’aria in C14 più positroni]. Quando piante e animali non sono più in vita, le quantità di C14 che contengono non vengono più rinnovate e quelle rimaste degradano: la metà di esse perde la radioattività in 5730 anni (tempo di dimezzamento). Quindi misurando la frazione di carbonio C 14 sul carbonio totale nei resti mortali di animali o piante, determiniamo quanti tempi di dimezzamento siano trascorsi, cioè quale sia l’età di quei resti. Questa procedura funziona fino a date dell’ordine di 100.000 anni fa. Quando i reperti risalgono a pochi millenni fa, la datazione concorda con quella che si può fare in base a documenti storici –  iscrizioni su papiri, pergamene o su marmo.

    Per datare oggetti molto più antichi si può ricorrere in modo analogo al fatto che l’uranio con un tempo di dimezzamento di un miliardo di anni si trasforma in piombo. Analizzando le quantità di uranio e di piombo presenti negli oceani, nelle rocce e nei meteoriti, siamo riusciti a determinare l’età del sistema solare in circa 5 miliardi e mezzo di anni e quella della parte osservabile dell’universo in 10 - 12 miliardi di anni.

    Più indietro non sapremmo andare: si discute addirittura se il tempo esistesse, come abbiamo riferito più volte.

    giovedì 18 novembre 2021

    Disseminazioni: Tempo salvato, rubato e restituito dalla rete, di Roberto Vacca OROLOGIO 18/11/2021

    Tempo salvato, rubato e restituito dalla rete, di Roberto Vacca OROLOGIO 18/11/2021 


    Sarebbe lunghissimo il tempo per navigare nella Biblioteca di Babele – e ci si troverebbe ben poco. È la biblioteca infinita inventata da Jorge Luis Borges composta da parole che sono sequenze casuali (di qualsiasi lunghezza) delle lettere dell’alfabeto e dei numeri. Deve contenere tutti i libri che sono stati e che saranno mai scritti. Però sfogliandone le infinite pagine solo molto di rado si trova un frammento o una parola intera. Chi possiede qualche decina di migliaia di libri raramente ne fa un catalogo – e cerca a memoria fra i suoi scaffali raffigurandosi le dimensioni e il colore del dorso di un libro che sa di avere, se non glielo hanno trafugato.

    Mio padre aveva circa 20.000 volumi degli argomenti e delle discipline che coltivava [storia della matematica, culture orientali e tante altre]. Da bambino, lo vedevo girare fra i suoi tre studi mormorando titoli e aspetto esterno dell’opera cercata. In genere trovava il libro in meno di un’ora, anche col mio aiuto. Talora ci volevano giorni. Avrebbe avuto una vita più facile e produttiva, se avesse avuto a disposizione un personal computer.

    Io uso un pc da decenni. Ho catalogato solo i miei libri di matematica, non gli altri – ne ho circa 10.000. Spesso trovo quel che cerco in una delle mie librerie entro pochi minuti. Se uso Google, riesco anche a ricostruire, se temporaneamente mi sfuggivano, il titolo esatto e il nome dell’autore. Qualche volta quel nome mi viene ricordato dalla macchina e, insieme, mi accorgo che ne ho una copia e me ne viene in mente anche la collocazione esatta  a pochi metri dalla mia scrivania: risparmio ore di tempo. Nella ricerca mi accade di ritrovare o di individuare un libro che farei bene a leggere. Quando si tratta di classici, anche recenti, sempre più di frequente ne trovo online l’intero testo o, quanto meno, le coordinate bibliografiche. Allora lo ordino, in genere a ibs o ad Amazon, lo pago con un bonifico o con la carta di credito e l’ho in mano uno o due giorni dopo. La tecnologia della comunicazione e dell’informazione su cui ho lavorato tanto, mi ripaga regalandomi tempo e cultura. Mi fa diventare “memorioso” come e più di Funes – altro mitico personaggio di J.L. Borges.

    La ricerca negli anfratti della Rete, come accennavo, ti può avvicinare rapidamente a personaggi notevoli che non conoscevi. Ho scoperto l’esistenza di Alex Novrasteh del Cato Institute di Washington ed ho letto sulla rivista “Inside Sources” [Fonti Interne] il suo lavoro sugli effetti positivi che storicamente l’immigrazione legale ha avuto sull’economia. Sullo stesso argomento ho trovato un articolo di G. J. Borjas di Harvard.

    Queste ricerche non sono scevre da rischi. Navigare in Rete è un po’ come per un goloso aggirarsi per una pasticceria. In un blog, in una bibliografia o negli atti di un dibattito ti accade di trovare un nome dimenticato, un concetto o una parola che ti spingono a cominciare un’altra esplorazione in territori anche lontani. Procedi e trovi parole, immagini, video di cui farai bene a trascurare la maggioranza, se no, perdi il tempo che ti scorre via a guardare roba di interesse fuggevole. È come se la Rete ti rubasse il tempo  che ti aveva regalato

    In alternativa puoi anche sprofondare in linee di pensiero che ti affascinano. Qui rischi di perdere i link alle coordinate dei siti interessanti che avevi trovato. Quindi è buona norma, quando navighi nel Web e cerchi idee e parole che descrivono cose del mondo che non conoscevi, registrare, su un taccuino, un tablet o uno smartphone, le coordinate dei punti che tocchi – se no cadi nel senza "lo ritenere avere appreso".

     

    mercoledì 16 giugno 2021

    Disseminazioni: Renè Descartes (1596-1650), gli orologi e gli animali – L’OROLOGIO, 16/6/21

     Renè Descartes (1596-1650), gli orologi e gli animali – L’OROLOGIO, 16/6/21

    René Descartes (1596-1650) non era un grande sperimentatore e non risulta che possedesse orologi interessanti. Però menzionò gli orologi in una poco felice similitudine di cui scrisse il 23 Novembre 1646 al Marchese di Newcastle [William Cavendish, politico, militare e poeta]. Nella lettera discute se gli animali pensino o no e conclude che non pensano e che non compiono nessuna azione che dimostri che pensano: sono come orologi – predisposti a funzionare in modi preordinati. 

    Fanno certe cose meglio di noi uomini, ma agiscono naturalmente come fossero mossi da molle. Scrive: “Il loro funzionamento è analogo a quello di un orologio che determina e mostra l’ora meglio di quanto il nostro giudizio ci insegni a farlo. Se una gazza impara a dire buongiorno alla sua padrona quando la vede arrivare, ciò significa solo che quella parola  dipende dal movimento di una sua passione cioè dalla speranza di mangiare qualche cosa che le viene dato quando la pronuncia. Analogamente tutti gli esercizi che riescono a imparare cani, cavalli e scimmie non sono che espressioni del loro timore o della loro speranza espresse senza alcun pensiero.”

    Gli animali non parlerebbero come noi non perché manchino degli organi necessari, ma perché non pensano. “Anche le rondini tornano nelle nostre regioni ogni primavera e in questo funzionano come orologi.”

    Descartes ignorava i fatti. G. Boano e G.C. Perosino hanno pubblicato nel 2014 per molte specie di rondini le date di arrivo in Italia dal 1973 al 2011. Queste erano distribuite su un arco di 30 giorni, da metà marzo a metà aprile. Le variazioni erano strettamente correlate con le temperature medie della primavera incipiente che andavano dai 13°C  ai 9°C. Le migrazioni tardive si verificavano quando le temperature  erano più basse.

    Descartes attribuiva all’istinto anche l’ordine geometrico seguito dalle gru nei loro voli e le regole [“se ve ne sono”] osservate dalle scimmie nei loro combattimenti. Conclude che se gli animali pensassero avrebbero un’anima immortale come noi, il che è inverosimile dato che se ci fosse ragione di ritenere che certi animali hanno l’anima, dovremmo credere che l’abbiano tutti – compresi i più imperfetti come le ostriche e le spugne.

    È curioso che Descartes potesse scrivere queste parole sempliciotte: lui che rivoluzionò e potenziò la geometria. Non solo tradusse in equazioni curve già definite geometricamente, ma definì a priori curve sempre più complesse e più generali. Lo strumento da lui creato costituì un enorme progresso scientifico che contribuì in modo decisivo ai successi della fisica-matematica.

    Pubblicò la sua geometria analitica nel “Metodo” (1637) in cui insegnava come condurre correttamente la ragione e come cercare la verità. Non approfondì problemi di fisica. Aveva apprezzato e capito bene le teorie di Copernico, che riteneva credibili se non certamente vere, e anche gli scritti di Galilei sui suoi esperimenti (che, però, non provò nemmeno a ripetere). Nel collegio dei Gesuiti che aveva frequentato da giovanissimo, oltre a imparare bene latino e greco, aveva acquisito  una fede totale negli insegnamenti della Chiesa Cattolica. Aveva saputo degli inconvenienti gravi che Galilei aveva avuto con l’inquisizione e decise di non approfondire tali questioni. Tenne per se la contraddizione fra le sue convinzioni cosmologiche e quelle religiose e non pubblicò i suoi pensieri in questi campi.

    Scrisse, invece, a lungo sulla necessità di applicare la ragione a ogni problema di conoscenza. La conclusione espressa dalla sua frase “Cogito, ergo sum” [Penso, dunque esisto] appare piuttosto modesta.


    Saul Steinberg, noto disegnatore e pensatore  satirico, ironizzò sull’asserzione di Descartes scrivendo:

    “Cogito, ergo Cartesius est”.

    L’implicazione era che ogni lettore di Descartes, in quanto  seguiva i ragionamenti del filosofo, in certa misura diventava lui stesso Descartes. Steinberg esprimeva questo concetto quasi senza parole, ma con disegni semplici, rudimentali in cui il tratto di penna collegava oggetti reali con la loro rappresentazione e con lo stesso osservatore. Chi guardava quelle vignette, veniva informato dell’esistenza di Steinberg e, forse, invitato a identificarsi con lui

    giovedì 15 aprile 2021

    Disseminazioni:Thomas Jefferson (1743-1826), Presidente orologiaio – L’OROLOGIO, 15/4/21

     Thomas Jefferson (1743-1826), Presidente orologiaio – L’OROLOGIO, 15/4/21

    Thomas Jefferson, il terzo Presidente [1801-1809] degli Stati Uniti - avvocato, letterato, architetto, scienziato – aveva la passione di pendole e orologi. Nei 5 anni che passò a Parigi come ministro plenipotenziario, ne comprò molti di notevole pregio. Il 17 Febbraio 1784 annotò nel suo libro dei conti:

    “Pagato 240 franchi per una pendola,”

    Regalò molti orologi in segno di stima ad amici e familiari. Quando i suoi nipoti compivano 12 anni, ricevevano dal nonno un orologio d’oro e i servizi di un servitore personale. Si trattava di uno  schiavo, che la giovane persona doveva addestrare. Nel suo testamento Jefferson dispose che queste disposizioni venissero osservate per tutti i suoi discendenti. Jefferson stesso usava un orologio da tasca d’argento.

    Nel 1817 comprò dall’orologiaio svizzero di Charlotteville Louis Leschot un orologio d’oro da signora. Era un modello a cilindro orizzontale, che aveva il solo difetto di necessitare una lubrificazione frequente. In una sua lettera Jefferson espresse sfiducia verso  gli orologiai di Richmond, “veri assassini degli orologi”.

    Per l’atrio della sua grande villa di Monticello in Virginia progettò nel 1773 un’importante pendola – the Great Clock – che fu costruita da Peter  Spruck nel 1784 e che funziona ancora oggi. Due pesi sferici da 8 kg ciascuno forniscono energia allo strumento. Hanno una corsa (settimanale) tanto lunga che, dopo essere scesi fino al pavimento passano attraverso un foro e continuano la discesa fino al pavimento della cantina.  La pendola ha un quadrante che segna giorni, ore, minuti e secondi. Un secondo quadrante esterno aveva una sola lancetta che indicava solo le ore, ma era tanto grande da permettere agevolmente la lettura dei minuti. Ogni ora veniva battuta da un gong sul tetto della villa. Il suono si sentiva bene in tutta la tenuta. In base ad esso veniva controllato il lavoro programmato per gli schiavi. 

    Jefferson aveva duecento schiavi: malgrado le sue convinzioni libertarie [fu il principale autore della Dichiarazione di Indipendenza del 1776], non ne affrancò nessuno. Però nel suo testamento dispose che fossero resi liberi due dei 7 figli che aveva avuto da Sally Hemings (1773-1835), sua schiava mulatta e sorellastra di sua moglie, Martha Wayles. 

    Oltre a progettare pendole, Jefferson inventò uno strumento crittografico efficientissimo per le sue comunicazioni segrete. Era un cilindro fatto di 36 rotelle coassiali, sul taglio di ciascuna delle quali erano scritte le 26 lettere dell’alfabeto in sequenze casuali disordinate. Il mittente compone il messaggio di 36 caratteri facendo rotare i 36 elementi. Poi trasmette una qualunque delle 25 sequenze di lettere non significative. Il destinatario la imposta sul suo identico cilindro. Trova subito la sequenza del messaggio: l’unica sensata.

    Jefferson conosceva bene latino, greco, francese. Aveva vissuto in Italia, leggeva nell’originale sia le opere di Machiavelli, sia l’Architettura del Palladio cui si ispirò per progettare la villa di Monticello [già Little Mountain, da lui ribattezzata] e anche gli immobili dell’Università della Virginia, da lui fondata nel 1818. Jefferson previde che l’Università avesse un’ampia biblioteca, ma non una chiesa, né una cappella, né che la religione fosse fra le materie insegnate, che erano: architettura, astronomia, filosofia, botanica, scienze politiche, Nel 1836 furono aggiunte ingegneria e scienze applicate,

    Jefferson si dichiarava epicureo, cristiano, materialista, credente nell’immortalità dell’anima. Avversava il clero e ne chiamava i ministri: negromanti, saltimbanchi, ciarlatani e farisei. Considerava Paolo di Tarso il primo corruttore del cristianesimo – corifeo di una banda di imbroglioni e di sempliciotti.

    Jefferson condusse vita dispendiosa. Nei suoi ultimi anni aveva accumulato debiti per 200.000 dollari.  Chiese il permesso al governo di organizzare una lotteria con le sue proprietà come premio. Intendeva pagare i suoi  debiti coi proventi dei biglietti. Un gruppo di suoi sostenitori si scandalizzò e organizzò una sottoscrizione per pagare i debiti dell’ex-presidente. Alla sua morte nel 1826, però, era stato versato solo un quarto della somma necessaria e i suoi beni furono venduti all’asta.

    mercoledì 31 marzo 2021

    Disseminazioni: DIPENDENZE CIRCOLARI E PARADOSSI - di Roberto Vacca, CLASS 31/3/2021

    DIPENDENZE CIRCOLARI E PARADOSSI  - di Roberto Vacca,  CLASS    31/3/2021


    Se ragioni bene, puoi capire i paradossi matematici e anche spiegarli. Li individua, però, anche un sistema operativo di computer. Se in un programma calcoli una funzione e inserisci fra i suoi argomenti la funzione stessa senza imporre che ne venga utilizzato un valore precedente, il sistema si blocca e ti avvisa:  “Attenzione: dipendenza circolare”. 

    I paradossi - asserzioni che da premesse accettabili con ragionamenti apparentemente logici portano a conclusioni contraddittorie o assurde, hanno una lunga storia . Il più antico pare sia di 26 secoli fa: “Il cretese Epimenide asserisce che i cretesi mentono sempre. Se ha mentito, è vero il contrario: non mentono sempre. Se non mente, almeno nel suo caso, l’asserzione è falsa.” Il paradosso di Zenone (2 secoli dopo) che il veloce Achille non raggiungerà mai la tartaruga alla quale abbia dato un vantaggio iniziale, è troppo noto per riportarlo qui.

    Nel 1902 Bertrand Russell pubblicò il suo famoso paradosso:

    “Chiamiamo R l’insieme di tutti gli insiemi che non sono membri di se stessi e che definiamo “normali”. Se R non è membro  di se stesso, questa sua proprietà lo classifica fra gli insiemi che sono membri di R – dunque è membro di se stesso. Se è membro di se stesso, non lo è.”

    Russell, per evitare questa contraddizione, formulò una teoria dei tipi: non ha senso considerare insiemi che siano membri di se stessi. In modo analogo l’algebra non ammette la divisione per zero; già alle medie ti avranno mostrato come, dividendo per zero, si dimostra che   2 = 1.  (*) Su questi argomenti sono state scritte molte pagine, spesso di ardua lettura.

    Russell cercò di rendere più comprensibile il suo paradosso suggerendone un altro: 

    “In un’isola c’è un solo barbiere che fa la barba a tutti quelli che non si fanno la barba da se – e soltanto a loro. Se lui non si rade la barba da se, se la rade. Se non se la fa, se la fa.”

    Nel 1908 K. Grelling e L. Nelson chiamarono “autologici”  gli aggettivi che descrivono se stessi [ad esempio “corto” e “polisillabico”]. Chiamarono “eterologici” gli aggettivi che non descrivono se stessi [come “lungo” e “monosillabico”]. Se l’aggettivo “eterologico” non descrive se stesso, è eterologico e, quindi, descrive se stesso - quindi è autologico.

    Nel 1924 Stefan Banach e Alfred Tarski hanno ideato paradossi in 3 dimensioni geometriche, mostrando, ad esempio, come si possa suddividere una sfera in un certo numero di parti e come esse possano essere ricomposte per costruire due sfere identiche a quella originale [assurdo – no?]. 

    Il ragionamento è complicato: è descritto bene in “Paradosso di Banach-Tarski” in Wikipedia. È illustrato a lungo con buone animazioni in “The Banach-Tarski Paradox” su YouTube.


    __________________________________________________________.

    (*)   a = b ; a2 = ab ;  a2 - b2   = ab - b2 ; (a + b) (a – b) = b (a – b); a + b = b; 

    b + b = b ; 2b = b ;   2 = 1.  Non si può dividere per (a – b) che è uguale a zero.

    sabato 20 marzo 2021

    Disseminazioni: Le tue idee sono fatte di parole, di concetti, di immagini? - di Roberto Vacca, CLASS 20/3/2021

    Le tue idee sono fatte di parole, di concetti, di immagini? - di Roberto Vacca, CLASS 20/3/2021


    Le tue idee sono fatte di parole, di concetti, di immagini?

    Quando sto per presentare mie proposte ad altri professionisti, immagino in anticipo il luogo in cui ci incontreremo. Mi chiedo, anche, come reagiranno, ma la fuggevole visione mentale dei loro volti (interessati? critici?) è irrilevante. Invece ripeto a me stesso l’elenco (numerato) dei miei argomenti espressi in parole e, se è il caso, in numeri e formule. Le immagini mentali rilevanti e quelle (ricordate) di oggetti, persone, situazioni, sono utili. Costituiscono il primo stimolo per riconoscere e poi meditare configurazioni e regolarità.  Associandone alcune fra loro – e con quelle che stiamo vedendo, generiamo idee nuove. Per trasmetterle ad altri, serve a poco descrivere le immagini che hanno condotto a produrle. Conviene esprimerle usando simboli, il che si può fare in 10 modi principali, con: parole dette - parole scritte – aritmetica - geometria -  algebra - calcolo differenziale - calcolo integrale - logica sillogistica - algebra booleana – coding [programmi di computer, che specificano chiaramente come elaboriamo dati che ci arriveranno anche in avvenire]. 

    Gli psicologi hanno studiato come comunichiamo per mezzo di simboli. Invece per analizzare le nostre immagini mentali ricorriamo all’introspezione (anni fa rifiutata da molti psicologi). È arduo comunicarle ad altri. Pure taluno ha sostenuto che il linguaggio non sia il prototipo formale della conoscenza. Le conoscenze sensoriali sarebbero la base di ogni esperienza creando la formazione dei concetti [1] e la stessa possibilità del linguaggio. Più sensata l’opinione classica di J.B. Watson: ”E’ la scrittura il modo corretto di esprimere i nostri pensieri.”

    La maggioranza di noi pensa sia in parole e numeri, sia in immagini, sia con i sentimenti che, di nuovo, esprimiamo con parole, con espressioni, con gesti, con atteggiamenti.

    Chi ha certi disturbi mentali (afasia, agrafia) non può usare alcuni di questi mezzi. Pochi percento di noi pare soffrano di “afantasia”: l’incapacità di formare immagini mentali. Chi non conosce alcune delle discipline, strumenti o procedure citate è soggetto a ovvie menomazioni.

    La tradizione suggeriva che l’onere di rendere comprensibile un messaggio ricade sull’autore, non sui destinatari. È un punto di vista ragionevole, purchè i destinatari abbiano facoltà fisiche e mentali adeguate e conoscano il linguaggio usato. Invece sappiamo bene che una parte notevole della popolazione, anche in Paesi avanzati, è in grado di comprendere solo comunicazioni brevi, che contengano non più di poche centinaia di parole usuali e che trattino cose concrete e banali.

    L’analfabetismo funzionale è l’incapacità di usare in modo efficace le proprie abilità di lettura, scrittura, calcolo e di capire, valutare, usare le informazioni oggi generate nella società (UNESCO). Gli analfabeti funzionali sono meno del 18% in Nord Europa, USA, Cina, Giappone, Canada, Australia, Nuova Zelanda. In Italia, Grecia e Spagna sono il 28%. I valori sono più alti nei Paesi in via di sviluppo. Ragionare sulle idee – intangibili – è vitale per modificare in meglio oggetti, situazioni, persone.

    [1] “Nihil est in intellectu quod prius non fuerit in sensu”, Tommaso d’Aquino, De Veritate.


    lunedì 11 novembre 2019

    Disseminazione: Orologi profetici? – di Roberto Vacca, L’Orologio – 11/11/2019

    Orologi  profetici? – di  Roberto Vacca, L’Orologio – 11/11/2019
    27 secoli fa si ammalò gravemente Ezechia, re del regno di Giuda. Lo andò a visitare  il profeta Isaia che gli disse:
    “Il Signore ti  dice di mettere a posto le tue cose perché morrai presto.”
    Il re si disperò e pianse. Pregò col profeta che la sua morte fosse rimandata. Poco dopo Isaia gli disse che la sua preghiera era stata accolta e che avrebbe vissuto ancora per 15  anni.
    “Il Signore ti dice ora di stare tranquillo. Troverai la conferma di questa profezia sul tuo orologio: il Signore ti preavvisa manderà indietro l’ombra della meridiana di dieci tacche. È un messaggio solo per te.”
    Secondo la  Bibbia, le cose andarono proprio così: questo fu forse il primo caso di un orologio implicato in una previsione  dell’avvenire.
    Le profezie e le previsioni improvvisate senza basi logico-sperimentali, hanno probabilità di avverarsi molto minori di quelle razionali. Eppure parecchia gente le prende sul serio e ci crede anche dopo che i fatti le hanno dimostrate fallaci. Nelle  edicole di giornali e in Rete si trovano pubblicità e annunci che offrono orologi profetici capaci di prevedere disastri e apocalissi. Mi  dicono che il mondo è pieno di veggenti che in cambio di soldi ti dicono che cosa ti succederà in avvenire. Sono dannosi o al più privi di interesse. 
    Invece sono, almeno, curiose altre storie di pretese profezie  connesse  con orologi.
    Nel pomeriggio del 13  Marzo 1861 la grande campana Big Ben della Torre di Westminster, invece di battere le ore, produsse una serie disordinata di colpi consecutivi. Molti londinesi furono impressionati: alcuni pensarono  che fosse segnalata una catastrofe. Altri credettero  che l’orologio comunicasse la morte di un personaggio della casa reale. In effetti si era trattato di un difetto nei meccanismi che, alle  17, portò a battere  cinque colpi, come doveva, e di seguito altri sei colpi. Comunque, dopo un giorno e mezzo, fu annunciata la morte della Duchessa di Kent, madre della Regina Vittoria. Taluno volle continuare a interpretare   come una mezza profezia i disordinati rintocchi del  Big Ben del giorno prima.
    Una testimonianza interessante fu raccontata dal fisico Richard Feynman in una sua conferenza all’Università  di Washington  a Seattle il 23 Aprile 1963.  Il titolo che aveva scelto per la conferenza era “Questa Nostra Era Non Scientifica”. Il famoso fisico non si limitava a criticare duramente i sintomi più estremi dell’ignoranza. Fra questi: le credenze nei dischi volanti extragalattici, nell’astrologia, nella numerologia, nella telepatia, nell’abilità di alcuni di leggere le menti altrui, nella telecinesi e così via. La strada che conduce a cadere in questi errori parte dall’abitudine di generalizzare indebitamente. A tutti noi succede di testimoniare ad aneddoti curiosi. Spesso sono inspiegabili. Dovremmo rassegnarci. Invece, in base a  un singolo caso c’è chi comincia a credere, ad esempio, che la presenza di certe persone o anche la sola menzione del loro nome possano influenzare eventi che ci riguardano e portarci sfortuna. Tendiamo anche a credere ad altre interdipendenze inesistenti e ad interpretarle  come premonizioni..
    Feynman, in quella  conferenza raccontò la storia di sua moglie Arlene – bella, giovane: il suo grande amore. Però lei si ammalò gravemente di tubercolosi. Lui lavorava a Los Alamos. Collaborava alla progettazione della bomba atomica. Si vedevano di rado. Le regalò uno dei primi orologi (meccanici) digitali. Sul quadrante mostrava le cifre grandi facilmente leggibili. La salute di Arlene peggiorava di continuo. L’orologio digitale ogni tanto  si guastava e Feynman lo metteva a posto.
    Dopo qualche anno, una sera alle 21:22 Arlene morì. Il fisico si accorse che l’orologio digitale si era fermato e non riuscì  a farlo ripartire. Segnava le 21:22. Quell’ora gli rimase impressa e raccontò la coincidenza a un suo ingenuo conoscente che commentò:
    “E’ stato un segno del destino. Mi ricordo di quando lo regalasti ad Arlene. Era un piccolo segno del vostro grande amore – e si è spento  con lei. Commovente.”
    Feynman lo corresse:
    “No. Io ero presente quando Arlene è morta.  C’era anche un’infermiera, che si mise a scrivere il certificato di morte e andò a leggere l’ora proprio sul vecchio orologio digitale che si fermava sempre. Era già fermo da un po’.”


    Dalla fine del secolo XIX alcune correnti di pensiero sioniste consideravano Israele come “l’orologio profetico” e identificavano in passi della Bibbia profezie  di eventi chiave:  congressi, accordi internazionali – fino alla costituzione dello Stato di Israele nel 1948. Anche pensatori cristiani hanno considerato la Bibbia come un orologio profetico  che preannunciava la crocifissione e altre evenienze del Nuovo  Testamento.

    venerdì 12 luglio 2019

    Disseminazione: Clima romano e durata del tempo, di Roberto Vacca – L’Orologio 12/7/2019

    Clima  romano e durata  del tempo, di  Roberto  Vacca – L’Orologio  12/7/2019

    A Roma la temperatura media invernale è di parecchi gradi sopra zero. Gela di rado. Molti romani, però, portano vestiti più pesanti a Gennaio e a Febbraio. Qualche volta in quei mesi accade che la temperatura e l’umidità salgano insieme. Chi porta un maglione pesante  e un giaccone suda e sta a disagio. A  me succede di rado, ma quasi ogni volta penso ad Alberto  Moravia che in qualche racconto romano ha descritto quelle sensazioni spiacevoli  in modo vivi do. 
    Moravia era abile. Le sensazioni fisiche dei suoi personaggi vengono spesso percepite da chi lo legge come se fossero le proprie. Poi si mischiano con i pensieri, con le riflessioni e con i ricordi narrati e rivissuti dal lettore. La prosa di Moravia non frappone ostacoli. Ne ho calcolato l’indice di leggibilità ed è uno dei più alti  fra quelli dei prosatori moderni. Non è autore che in alcuni evochi una forte simpatia. Però dalle sue pagine traspare una  cultura  vasta e profonda. Non era mai goffo. Però, come può accadere a chiunque, se si distraeva  e improvvisava risposte alle domande di un intervistatore, esprimeva concetti incompiuti e difettosi.
    Nel 2000 fu  intervistato da Alain Elann sul suo rapporto con il tempo sia dal punto di vista personale, sia riguardo ai modi in cui lo elaborava nella sua narrativa. Rispose:
    “La durata è fondamentale, la durata vuol dire storia, e la storia è fondamentale. Perché la durata è fondamentale? Perché è il più grande mistero di tutti. La durata è Dio, insomma. Perché il tempo passa? Perché uno nasce, cresce e muore? Il nouveau roman e i surrealisti vorrebbero uscire da questa trappola. È un tentativo che è molto interessante, indubbiamente, ma insomma il tempo è Dio. È Dio che è il tempo. Il mondo esiste, dura, perché? È un mistero e il mistero è Dio. Tutto ciò che non si spiega è Dio.”
    Come sostengo spesso, poeti e romanzieri dovrebbero lasciare il passo ai fisici che sanno spiegare meglio le cose che hanno capito sul tempo e che possono chiamare “mistero” concetti e processi che nessuno di loro è riuscito a  capire. I fisici più interessanti non parlano di Dio. Alcuni di essi ne hanno parlato dicendo cose serie. Moravia se ne era occupato poco: le sue frasi “Il tempo è Dio” – “Il mistero è Dio” non dicono niente. Per asserire concetti significativi, ci vogliono  definizioni e sillogismi ben costruiti.
    Diceva bene  Moravia  che la storia è fondamentale. Per parlare del tempo bisogna saperla. Nell’intervista, invece, continuò a essere distratto. Disse:
    “Io qualche volta mi fermo a riflettere e dico: duemila anni fa girava della gente con gli stessi sentimenti, però vestita di un peplo. Ma perché? Scrivevano in una lingua diversa dalla mia. Perché è morto il latino? Non si sa. Da questo viene la grande domanda: da dove veniamo, dove andiamo? Anch’ essa è sempre legata al tempo.”
    Andiamo male: il peplo lo portavano solo le donne -- in Grecia. I Romani portavano la tunica e, sopra, la toga.  Il latino, poi, non è morto. Alcuni di noi lo parlano e lo leggono. E la transizione dal latino alle lingue romanze, come anche l’adozione di parole latine nelle lingue del nord Europa sono ben note e documentate.
    È più interessante la parte finale dell’intervista  in cui Moravia discute l’ uso dei tempi grammaticali nei suoi romanzi. Il primo romanzo che lessi, scritto tutto al presente, fu Krieg  di Ludwig Renn – una storia anti-militarista sulla fatica, la noia e la tragedia della guerra 1915-1918 nelle trincee  del fronte occidentale.
    Moravia confessa:
    “È molto difficile acchiappare la durata, anche per me. Infatti sto sempre in lotta con l’imperfetto, il passato prossimo e il presente. I miei libri cominciarono ad essere scritti in passato remoto. Ne ho fatti molti al tempo presente. Molti al passato prossimo. Non riesco ad adoperare l’ imperfetto, che è il verbo narrativo per eccellenza. Non riesco a dire “aveva”, “faceva” ecc. Questo vuol dire che anch’ io ho qualche cosa che non funziona con la durata. … Non sento il tempo, mi sfugge.”

    È una confessione candida e inattesa. Chi di noi ha scritto racconti  e romanzi sa bene che per inventare una storia dobbiamo incastonarla nel tempo. Le tragedie erano vincolate a rispettare l’unità  di tempo (un giorno) e di luogo, seguendo le regole dettate da Aristotele. Le trasgredì Manzoni. Nel cinema il “flashback” fa salti di anni avanti e indietro. Alcuni spettatori all’antica non riescono a seguirli e  perdono il filo della storia.

    giovedì 27 giugno 2019

    Disseminazione: Energia. calore e il fisico antipatico, di Roberto Vacca, Skorpio 27/06/2019

    Energia. calore e il fisico antipatico, di  Roberto Vacca, Skorpio  27/06/2019

    James  Preston Joule (1818-1899) produceva birra e aveva imparato a misurare con accuratezza pesi, volumi e temperature. Si appassionò alla scienza. Trovò la legge che esprime la quantità di calore prodotta dalla corrente  i che passa in un conduttore di resistenza R  [Q = R i2]. Costruì un mulinello che frullava acqua scaldandola, mosso da un peso discendente e calcolò in 4,41 Joule l’equivalente meccanico di una caloria (con un errore di solo il 5%). Scoprì il primo principio della termodinamica e lavorò anche con Lord Kelvin. Fu dato il suo nome all’unità di energia  ed ebbe chiara fama ininterrotta.
    È curioso che, invece, non sia quasi mai citato il nome di Benjamin Thompson che aveva dimostrato sperimentalmente il primo principio e lo aveva rozzamente misurato mezzo secolo prima; deve dipendere dal fatto che era un uomo avido, egoista, scorretto - antipatico.
    Thompson (1753-1818) era stato maestro di scuola a Concord in Massachusetts. Era interessato alla scienza fin da ragazzo. Non si unì ai Rivoluzionari Americani, ma fece la spia per gli inglesi: scriveva i suoi rapporti al comando britannico con inchiostri invisibili di sua invenzione. Si arruolò fra le Giubbe  Rosse  e a 19  anni era già Maggiore. Era  noto per la sua durezza verso i coloni: li espropriava e sottrasse perfino le lapidi di un cimitero per costruire un forno per il pane dei suoi soldati. Sposò una ricca vedova e la lasciò dopo averle sottratto parecchio denaro.
    Si trasferì in Inghilterra nel 1776. Fu nominato colonnello di uno squadrone di cavalleria che non vide mai combattimenti. Fu nominato baronetto da Re Giorgio III. Conobbe Watt e copiò, sia pur migliorandole, varie sue invenzioni relative alle macchina a vapore.
     Si trasferì a Parigi e sposò Anne Marie Paulze, la bella e colta vedova del chimico Lavoisier [ghigliottinato durante  il Terrore]. La Paulze fu per due anni in prigione dopo la morte del primo marito. Quando il famoso chimico ebbe la riabilitazione postuma, fu liberata e risarcita degli espropri subiti. Conduceva una brillante vita sociale. Una sera Thompson vide arrivare molte carrozze: la moglie aveva organizzato un ricevimento. Lui fece chiudere i cancelli della villa, mandando indietro gli invitati. Il giorno dopo la Paulze con le sue ancelle annaffiava con l’acqua bollente le belle rose che lui aveva piantato. Divorziarono dopo pochi  anni.
    Thompson aveva fatto amicizia con Karl Theodor, Elettore di Baviera, andò a Monaco e fu nominato Conte di Rumford (dal nome del suo villaggio in Massachusetts) dell’ordine del Sacro Romano Impero. Per anni viaggiava liberamente fra Inghilterra, Francia e Baviera, malgrado le guerre in corso. Fu nominato Ministro della Guerra e organizzò l’esercito bavarese che aveva trovato in condizioni disastrose. Inventò armi ed esplosivi. Creò campi di concentramento in cui sfruttava il lavoro forzato di ex-mendicanti e piccoli criminali. Inventò un calorimetro che usava per determinare le migliori caratteristiche  dei tessuti con cui produceva nei suoi lager divise invernali più calde per i soldati. Introdusse in Baviera le patate e definì la ricetta di una zuppa molto nutriente  che conteneva, oltre ai tuberi, orzo, aceto, piselli e, alla fine, pane secco per rendere necessaria la masticazione.
    Realizzò una macchina per trapanare l’anima di grossi cannoni di bronzo fuso. Il grosso trapano era messo  in rotazione da due coppie di buoi. Durante la lavorazione, trapano e cannone si scaldavano molto e venivano raffreddati con acqua che entrava  in ebollizione. Thompson misurò la temperatura e la quantità d’acqua e l’energia meccanica sviluppata dai buoi, calcolando la forza che esercitavano e lo spostamento della forza stessa. Misurò la proporzione (fissa) secondo cui l’energia meccanica (prodotto di una forza per uno spostamento) e il calore si trasformano una nell’altro.  Gli appunti di Thompson furono analizzati da Joule, che li trovò  affetti da un errore di circa il 30%, ma riconobbe  la priorità nella scoperta.
    Fece molte altre invenzioni: il riscaldamento a vapore centralizzato delle case, la  cucina  economica, la macchina per il caffè, il pendolo balistico per misurare l’energia dei proiettili, caminetti aerodinamici che non producono fumo.
    Thompson inventò anche il fotometro che utilizzò per progettare paralumi innovativi e molto efficaci.

    Non basta  studiare fisica ed essere un bravo sperimentatore e industriale. Ci vogliono anche le buone  maniere.

    sabato 15 giugno 2019

    Disseminazione: Il tempo è troppo lento? – di Roberto Vacca, L’Orologio - 15/6/2019

    “Sono stato angosciato dalla lentezza con cui passava il tempo, più di quanto sia mai successo a un carcerato, a un erede o a un amante. Guardavo di continuo  il mio orologio. Restai in quello stato dal momento in cui avevo comprato parecchi biglietti della lotteria fino a quando furono pubblicati i numeri vincenti. Mi sono trovato più volte in questo stesso stato. Il primo premio della lotteria era sostanzioso. Se lo avessi vinto, sarei stato ricco per tutta la vita. Comprai un numero di biglietti sempre più alto. Ogni volta andavo a spendere  decine di sterline. Una volta vinsi 5 sterline. Varie volte non vincevo un penny. Un’altra volta vinsi una ventina di sterline: compensavo così una parte minima delle perdite che avevo già subìto e quella piccola vincita mi sembrava irritante – una presa in giro .  Nei miei giorni di attesa immaginavo in dettaglio i palazzi e le aziende agricole che avrei potuto comprare. Annoiavo spesso i miei amici lamentandomi della mia sfortuna.”
    Il Dott. Samuel Johnson andò a guardare in fondo alla lettera il nome del mittente, ma era anonima. Il suo corrispondente descriveva a lungo i suoi guai. Perdeva parecchi soldi in quel gioco d’azzardo, ma c’era di peggio. Perdeva troppo tempo  a ragionare inutilmente su come avrebbe potuto individuare, per intuizione o per ragionamento, i numeri vincenti. Quindi trascurava la gestione della sua azienda di tessuti e accumulava perdite, invece di profitti.
    Il Dr. Johnson era un letterato di Oxford. Pubblicava due volte alla settimana una rivistina The Rambler (il Girovago) con un suo articolo  di consigli o ragionamenti e nel dicembre 1751 decise di pubblicare la lettera dell’anonimo coi suoi commenti. Scrisse che è naturale il desiderio di diventare ricchi rapidamente, anche per chi non è geniale e non vuole lavorare troppo. Però, chi, in conseguenza, spera troppo nei colpi di fortuna, si distacca dalla realtà: si illude che gli eventi più improbabili si verifichino per lui a breve scadenza – e soffre continue delusioni. Poi Johnson raccontava le delusioni subite da alcuni suoi conoscenti che avevano cercato di sposare donne molto ricche. Andava fuori tema: le sorti dei meschini cacciatori di dote hanno poco a che fare con l’azzardo e la probabilità.
    Johnson omise di esporre considerazioni ben più significative. La prima è che il gioco d’azzardo è sempre iniquo: il banco  che lo gestisce paga a chi vince premi inferiori a quanto dovrebbe in base al calcolo delle probabilità. Quindi chi gioca a lungo perde sempre. Può vincere  chi gioca poche volte o una sola. 
    Oggi 7 giugno 2019 il primo premio del Superenalotto è di oltre 160 milioni di euro. Compro una scheda da 3 euro puntando su 6 numeri. La probabilità che vengano estratti tutti e sei è una su più di 600 milioni; se il gioco fosse equo, il jackpot dovrebbe essere di circa 2 miliardi di euro. Dunque sono quasi (ma non del tutto) sicuro che non vincerò. In conseguenza non aspetterò con ansia il momento dell’estrazione e non guarderò  in modo compulsivo l’orologio. È giusto usarlo per essere puntuali agli appuntamenti, per valutare la produttività, la velocità degli spostamenti e i tempi di cottura di quel che cuciniamo – non per sollecitare il tempo a scorrere più veloce.
    È più probabile che vinca qualche premio più basso, ma calcolarne le probabilità sarebbe noioso. Certo farei male a comprare qualche migliaio di schede: la probabilità di perdite sarebbe alta. A queste andrebbe aggiunta la perdita di tempo nel gestire e controllare questa banale attività. Sarebbe poi del tutto insulso  ragionare su quale possa essere la migliore scelta   di una sestina di numeri, come faceva l’anonimo  corrispondente del Dr. Johnson nel 1751.
    Ho fatto leggere le righe che precedono al mio amico Valerio che è molto colto e razionale. Mi ha biasimato: i giochi in cui l’esito dipende dal caso sono noiosi  anche se sono equi. Ai giochi non equi non bisogna partecipare nemmeno una volta! Ha abbastanza ragione. Però giocherò ancora qualche euro, anche se sarà minima la probabilità di vincere parecchie decine di milioni.

    Se, poi, una volta riuscirò davvero a incassare tanti milioni [immeritati], Valerio ci resterà male. Malgrado la sua disapprovazione, cercherò di consolarlo e di convincerlo a ragionare insieme sulla scelta di un obiettivo nobile e meritevole da cercare di raggiungere impiegando tutti quei soldi: fondare una scuola, un laboratorio?