mercoledì 16 giugno 2021

Disseminazioni: Renè Descartes (1596-1650), gli orologi e gli animali – L’OROLOGIO, 16/6/21

 Renè Descartes (1596-1650), gli orologi e gli animali – L’OROLOGIO, 16/6/21

René Descartes (1596-1650) non era un grande sperimentatore e non risulta che possedesse orologi interessanti. Però menzionò gli orologi in una poco felice similitudine di cui scrisse il 23 Novembre 1646 al Marchese di Newcastle [William Cavendish, politico, militare e poeta]. Nella lettera discute se gli animali pensino o no e conclude che non pensano e che non compiono nessuna azione che dimostri che pensano: sono come orologi – predisposti a funzionare in modi preordinati. 

Fanno certe cose meglio di noi uomini, ma agiscono naturalmente come fossero mossi da molle. Scrive: “Il loro funzionamento è analogo a quello di un orologio che determina e mostra l’ora meglio di quanto il nostro giudizio ci insegni a farlo. Se una gazza impara a dire buongiorno alla sua padrona quando la vede arrivare, ciò significa solo che quella parola  dipende dal movimento di una sua passione cioè dalla speranza di mangiare qualche cosa che le viene dato quando la pronuncia. Analogamente tutti gli esercizi che riescono a imparare cani, cavalli e scimmie non sono che espressioni del loro timore o della loro speranza espresse senza alcun pensiero.”

Gli animali non parlerebbero come noi non perché manchino degli organi necessari, ma perché non pensano. “Anche le rondini tornano nelle nostre regioni ogni primavera e in questo funzionano come orologi.”

Descartes ignorava i fatti. G. Boano e G.C. Perosino hanno pubblicato nel 2014 per molte specie di rondini le date di arrivo in Italia dal 1973 al 2011. Queste erano distribuite su un arco di 30 giorni, da metà marzo a metà aprile. Le variazioni erano strettamente correlate con le temperature medie della primavera incipiente che andavano dai 13°C  ai 9°C. Le migrazioni tardive si verificavano quando le temperature  erano più basse.

Descartes attribuiva all’istinto anche l’ordine geometrico seguito dalle gru nei loro voli e le regole [“se ve ne sono”] osservate dalle scimmie nei loro combattimenti. Conclude che se gli animali pensassero avrebbero un’anima immortale come noi, il che è inverosimile dato che se ci fosse ragione di ritenere che certi animali hanno l’anima, dovremmo credere che l’abbiano tutti – compresi i più imperfetti come le ostriche e le spugne.

È curioso che Descartes potesse scrivere queste parole sempliciotte: lui che rivoluzionò e potenziò la geometria. Non solo tradusse in equazioni curve già definite geometricamente, ma definì a priori curve sempre più complesse e più generali. Lo strumento da lui creato costituì un enorme progresso scientifico che contribuì in modo decisivo ai successi della fisica-matematica.

Pubblicò la sua geometria analitica nel “Metodo” (1637) in cui insegnava come condurre correttamente la ragione e come cercare la verità. Non approfondì problemi di fisica. Aveva apprezzato e capito bene le teorie di Copernico, che riteneva credibili se non certamente vere, e anche gli scritti di Galilei sui suoi esperimenti (che, però, non provò nemmeno a ripetere). Nel collegio dei Gesuiti che aveva frequentato da giovanissimo, oltre a imparare bene latino e greco, aveva acquisito  una fede totale negli insegnamenti della Chiesa Cattolica. Aveva saputo degli inconvenienti gravi che Galilei aveva avuto con l’inquisizione e decise di non approfondire tali questioni. Tenne per se la contraddizione fra le sue convinzioni cosmologiche e quelle religiose e non pubblicò i suoi pensieri in questi campi.

Scrisse, invece, a lungo sulla necessità di applicare la ragione a ogni problema di conoscenza. La conclusione espressa dalla sua frase “Cogito, ergo sum” [Penso, dunque esisto] appare piuttosto modesta.


Saul Steinberg, noto disegnatore e pensatore  satirico, ironizzò sull’asserzione di Descartes scrivendo:

“Cogito, ergo Cartesius est”.

L’implicazione era che ogni lettore di Descartes, in quanto  seguiva i ragionamenti del filosofo, in certa misura diventava lui stesso Descartes. Steinberg esprimeva questo concetto quasi senza parole, ma con disegni semplici, rudimentali in cui il tratto di penna collegava oggetti reali con la loro rappresentazione e con lo stesso osservatore. Chi guardava quelle vignette, veniva informato dell’esistenza di Steinberg e, forse, invitato a identificarsi con lui

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