Il 21 Novembre del 2012, al decimo chilometro di un allenamento di Fondo Lento di corsa su strada, il mio piede sinistro ha deciso di far presente la sua esistenza in modo alquanto subdolo: una strana fitta formicolante si è manifestata sul dorso dell'arto in questione, con una sensazione più netta a carico del primo metatarso. Così, a caldo, la cattiva sensazione (un misto tra crampo e scarica elettrica) è quasi svanita, consentendomi di terminare tutti i 15 chilometri previsti. Appena mi sono arrestato, il piede è stato colto da spasmi incontrollabili ed è gonfiato immediatamente, costringendomi a slacciare la calzatura; sono entrato in casa leggermente claudicante e, curiosamente, appena sentito il calore ambientale, il piede si è sgonfiato rapidamente. Quella mattina sono ancora riuscito ad andare al lavoro in bicicletta, ma i sussulti dovuti all'asfalto accidentato mi ricordavano continuamente il trauma.
Per farla breve, per le successive tre settimane ho avuto un appoggio doloroso, con un continuo gonfiarsi e sgonfiarsi del piede e tuttavia non avevo grandi problemi a portare avanti le mie attività lavorative, notando un miglioramento lento ma progressivo così che un po' prima di Natale tento una sorta di rientro: il riscaldamento a passo confortevole non è doloroso, ma fastidioso e gli allunghi mi insospettiscono, eppure a fine riscaldamento non sembrano esserci problemi tali da impedirmi di correre. Decido per sei chilometri di Fondo Lento, i primi tre filano lisci (ma il piede sinistro si stanca più in fretta) ed ecco che sento nuovamente gli spasmi, la fitta che scorre letteralmente sotto pelle ed a malapena mi consente di terminare l'esercizio. Eccomi di nuovo fermo, con la sensazione di avere improvvisamente una colonia di serpenti che si muove appena sotto il dorso del piede. Mi avvio verso casa al passo, questa volta senza gonfiore ma con crampi violenti: passa un tizio che corre, mi viene da piangere. Mi rassegno a rientrare nei ranghi tristi del sedentario, ma no! Bisogna ragionare in modo diverso: sono uno sportivo, forse un atleta, infortunato. Ho cercato di gestire al meglio questo infortunio, e non è la prima volta che mi accade di avere un problema quasi banale ma lungo in termini di tempo: ma specialmente in un inverno infame con sbalzi di umidità e temperatura inconsueti (ostacolante il recupero e la guarigione), ho trovato più difficoltà del solito. Ho imparato, negli ultimi anni, ad avere una mente un po' più ampia che in passato e ciò mi ha consentito di dirottare il mio amore per la corsa su altri fronti, ma questa profonda passione ancora crescente, si è un po' frammentata e destabilizzata. Così le vacanze di Natale trascorse qui, complice anche un po' di influenza, sono state meno brillanti di quanto mi aspettassi ed ho avuto qualche manifestazione di nervosismo; non escludo che quest'ultimo fosse dovuto anche ai cambiamenti negativi che il corpo subisce con la rinuncia alla resistenza. Ma ecco che un giorno provo a saltare in sella alla mountain bike e, limitato dalla presenza di neve, tiro in salita su asfalto, il meglio che posso, seppur gradualmente. Mi accorgo che cuore e polmoni vanno bene, le gambe un po' meno, ed il piede ogni tanto protesta, ma almeno smaltisco questo senso di oppressione. Anche le vacanze finiscono, riprende il lavoro, e non ci sono più pomeriggi per la MTB (andare in bicicletta d'inverno al buio mi pare una follia), non ci sono più nemmeno le faggete argentate; la sferzata fredda di vento nella discesa verso casa, dura e piacevole, è sostituita dallo smog più crudo della landa desolata di una città. Va be', altro scossone per il benessere in estinzione, tengo duro: il giorno dopo l'Epifania scendo dal letto col piede perfetto (fa anche rima) e faccio una sorta di test: riscaldamento senza problemi, sei chilometri tranquilli in progressione, senza bisogno di fermarsi, senza dolore ma giusto un po' di fastidio. Mi fermo con crampi e formicolii, ma niente dolore: vedo di nuovo passare un corridore che si allena, sembra una beffa, ma ho speranze. Quando credi di essere quasi alla fine di un percorso, non sei nemmeno a metà, ed il mio piede sinistro me lo rammenta e si mette pure a parlarmi in sogno:"Va bene, ci hai provato, ora ti fermo dove decido io!" ed infatti non posso dire, nei giorni successivi, di provare dolore durante le attività di sedentario, ma appena supero una certa soglia di sforzo o faccio un movimento strano, ecco una fitta talvolta puntuale e talvolta mobile e sfocata. Tristezze al lavoro, difficoltà di concentrazione, di nuovo un attacco influenzale e poi a sfogliare testi del tipo "Morte e Miracoli del Primo Metatarso" e così via. Tanti pensieri, domande e ripensamenti che si sono accavallati per giorni e giorni per tirare fuori un ricordo, un unico e solo ricordo: una banchina lastricata ai bordi dei binari del tram, all'imbocco di via Po, durante la Stratorino; un piede sinistro che scivola pattinando per mantenere l'assetto in curva ed una sensazione di freddo nella caviglia. Una banalità può limare la felicità (se non darle un colpo d'accetta).
Cerco di imparare qualcosa e mi rendo conto che una ecografia non sarebbe stata una cattiva idea (all'inizio) e che ingannare se stessi con tentativi vani di rientro può avermi fatto perdere almeno tre settimane di recupero. Altra lezione: a volte trovarsi bloccati in ciò che più si ama può costringere a mettere a fuoco aspetti della propria vita che si tende a rimuovere, magari nascondendosi proprio dietro a ciò che si ama, sentendosi immortali o furbi. Infatti mentre scrivo mi guardo intorno con fare ridimensionato e umile e, tolto che cerco di interessarmi di questo e quello per tenermi attivo, mi accorgo del grigiore che mi sta circondando giorno dopo giorno in termini di case (orrende), automobili (orrende e inutili), asfalto (devastante), aria gasata (senza aggettivi), luce grigia e gente alterata. Due o tre obbiettivi: il primo, tornare a correre; il secondo, rivedere le faggete argentate tutti i giorni; il terzo, evitare di "essere falegname e costruire croci". Non so se cela farò, sono fallace, con basi talvolta incerte, ma ci provo, di nuovo.

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