Ho scritto in passato qualche riga sul lavoro, riprendendo concetti non del tutto miei: inseguire l'autosufficienza evidentemente mi fa perdere l'espressività, richiede tempo e quindi la evito. Forse esagero in questo, mi sto adeguando al riutilizzo di frasi ed espressioni di altri, di solito più capaci di me: scatta qualcosa, un impulso, un riconoscimento di un'idea sopita, una piccola scoperta e non posso fare a meno di condividerla, anche vanamente. Una sorta di carica a molla cerebrale si comprime in giorni, settimane, mesi, sentendo e leggendo discorsi e testi sul lavoro o, peggio, sul valore del lavoro. Accade di accumulare nella mente bestialità di vario genere da parte di ogni voce implicata: politica, imprenditoriale, sindacale, civile, accademica, giuridica e così via. Una mera condanna sociale, il lavoro, si trasforma in qualcosa di simile al denaro moderno, che non ha un valore intrinseco, non ha una garanzia concreta, ma deve gran parte del proprio valore ad una serie di convenzioni, di sistemi di fiducia, di speranze, di aspettative e peggio ancora di sogni.
Già, il lavoro "onesto": per far crescere il PIL, per giustificare libri contabili gonfi di denaro creato sul denaro, per riempire il mondo di prodotti e servizi che spesso non migliorano veramente la dignità e la qualità della vita, per dare un senso falso alla vita altrimenti vuota di tanti soggetti (ed approfittarne da parte di altri), per creare dipendenze e bloccare qualsiasi moto di autosufficienza. Non intendo dire che il lavoro sia una attività criminosa, voglio solo affermare che deve essere ridimensionato e riportato alla giusta ed equilibrata funzione di garantire il funzionamento di una società complessa; tale funzionamento ha un costo, un prezzo che ognuno dovrebbe pagare secondo le proprie possibilità e intenzioni, al meglio, senza sovrastrutture. Credo che una corretta interpretazione del concetto e del valore di lavoro potrebbe farne qualcosa di più interessante, creativo e adeguato per tutti: e con questo ho scritto un'ovvietà.
Una bella lezione sul falso valore attribuito al lavoro viene da un passo del capolavoro letterario di Varlam Salamov intitolato "I racconti di Kolyma": mentre lo leggevo ho avuto un sobbalzo, stupito dalla lucidità con cui un condannato ai lavori forzati liquida la questione. Riporto di seguito parte di un breve dialogo tra forzati, che si può trovare a pagina 51 del Volume primo, episodio "A razione secca", edito da Einaudi (ISBN 978-88-06-17734-8):
"-E l'onestà del lavoro?-dissi.
-Da chi vengono nel lager le esortazioni a lavorare onestamente? Dai peggiori mascalzoni, da quelli che ci bastonano, ci storpiano, mangiano il nostro cibo e costringono degli scheletri viventi a lavorare fino all'ultimo. E' a loro che conviene questa storia del lavoro "onesto". Quanto a crederci davvero, ci credono ancor meno di noi."
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