Orologio al polso, o no? di Roberto Vacca, L’Orologio – 14/3/2017
I Bigendians erano lillipuziani che credevano che il modo giusto di rompere (cracking nel testo originale) un uovo fosse dalla parte più grossa. Erano odiati dagli Smallendians che rompevano le uova dalla parte più piccola (a punta). Fra le due fazioni scoppiò una guerra civile in cui molti furono uccisi, compreso un imperatore (1).
Potremmo considerare l’analogia di questa controversia con quella fra chi porta l’orologio al polso e quelli che guardano l’ora sullo smartphone dopo averlo tirato fuori dalla tasca. Pare che questi siano la maggioranza – secondo alcuni 4 a 1, ma i campioni osservati non sono molto rappresentativi. Abbiamo l’impressione che fra i millenniali (nati negli ultimi anni del secolo scorso) gli orologi da polso siano particolarmente rari. Se provi a chiedere perché non li amino, rispondono ad esempio:
“Mi dà noia sentire il cinturino che mi stringe.”
“È un oggetto antiquato – sia analogico, sia digitale.”
“E’ un di più. È sopranumerario. Tanto ormai lo smartphone lo abbiamo tutti perché ti connette alla posta elettronica e a Google. Poi ti dice anche l’ora esatta – e, allora, perché avere un altro oggettino che ti offre una funzione che hai già?”
Sono argomenti ragionevoli, soprattutto per chi si muove parecchio e ritiene che ogni strumento mobile sia da preferire in ogni caso.
Da parecchi decenni ho il personal computer connesso in rete. Uso ogni giorno posta elettronica, connessione a Google, ma uso anche i miei programmi di calcolo. Elaboro dati che raccolgo. Produco diagrammi. Li mando in giro ad amici e collaboratori. Li stampo e li spedisco per posta tradizionale ad altri vecchiacci che non si sono modernizzati. Dato che viaggio meno di prima, non sento la necessità di servizi mobili. Invece apprezzo molto la possibilità di leggere i testi con caratteri grandi. Normalmente uso il corpo 13, ma la sera, se sono un po’ stanco trovo più confortevole il corpo 16 – o anche 18.
Per i diagrammi e per immagini dettagliate (o artistiche), poi, lo smartphone è proprio da evitare. Ammetto che è comodo accedere a Google o anche a Wikipedia se uno sta in giro, o fa un discorso in pubblico, e dimentica un nome o un data. Ti ricordo, però, che se hai fatto in tempo (anni fa) un buon addestramento della tua memoria, di queste stampelle hai meno bisogno.
Io porto l’orologio al polso da 80 anni e continuo a farlo. Numeri delle ore e lancette sono fosforescenti, perciò vedo l’ora senza disturbare chi dorme con me. Quando sto con altre persone, posso guardare l’ora in modo più o meno ostentato – così me ne rendo conto oppure trasmetto un tacito messaggio per
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[1] Jonathan Swift con questa controversia satirizzava i contrasti fra protestanti e cattolici inglesi. Lasciava al lettore la riflessione che le uova non si rompono certo dagli estremi (a meno che uno mangi a cucchiaiate un orrido uovo “da bere”), ma battendo la parte centrale contro il bordo di una scodella o di una tazza per fare una frittata o un uovo fritto. Gli esperti sanno evitare che frammenti del guscio si frammischino al tuorlo e all’albume.
indurre agli altri ad accelerare i tempi. Tirare fuori lo smartphone per guardare l’ora richiama di più l’attenzione degli astanti. Può anche far sorgere il dubbio che stai chattando con altri, il che è proprio maleducato.
Taluno preferisce gli orologi da polso di alta eleganza e di artistica fattura – e di prezzo enorme: veri e propri gioielli. Non ho niente contro di essi, ma io sono un asceta e, quindi, non dico niente al proposito.
Gli orologi analogici offrono anche qualche altra facilitazione. Anni fa, quando andavo spesso a New York, la differenza di fuso orario con l’Italia era quasi sempre di sei ore. Allora per brevi soggiorni, non spostavo l’ora sul mio orologio. Mi sfilavo il cinturino e lo mettevo girato di 180° - così la lancetta piccola indicava correttamente l’ora americana e quella lunga indicava i minuti con una differenza di 30 -- bastava leggere non i minuti indicati, ma quelli corrispondenti alla posizione diametralmente opposta.
Quando apparvero i primi orologi digitali ce n’erano alcuni che incorporavano anche una calcolatrice (di impiego assai disagevole) che mostrava i numeri scritti in .txt. Certe persone scrivevano allora
01134
Poi giravano l’orologio di 180° e mostravano la parola
hello
Era un tentativo modesto di attaccare discorso. Deplorevole. Il primo che mi mostrò questa curiosità (nel 1977) fu l’astronauta Wally Schirra. Eravamo stati invitati dalla Radio Televisione della Svizzera Italiana a partecipare alla commemorazione del ventennale dello Sputnik. A parte i suoi scherzetti, Schirra era molto colto e spiritoso. Un giornalista gli chiese se credeva che gli UFO fossero di origine extraterrestre. Rispose di no. IL giornalista disse:
“Ma il Presidente Carter ci crede.”
Schirra rispose:
“Va bene, ma io non credo alle noccioline americane. [1]:”
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[1] la famiglia di Carter possedeva una grossa azienda che commerciava in noccioline
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