Ho avuto modo di osservare come una delle possibili cause, e non la sola, della crisi economica sia il mancato pagamento di beni e prestazioni da parte di chi ne fruisce.
E' abbastanza interessante notare come grandi gruppi industriali si ritrovino ora a svolgere attività di riscossione crediti in modo quasi concitato, con la pubblicazione addirittura sui quotidiani delle richieste e delle possibili azioni e conseguenze legali nei confronti dei debitori.
Ora, è chiaro che la responsabilità più pesante è a carico di chi è debitore, salvo le giuste cause e le forze maggiori, però i creditori sono anch'essi un po' colpevoli di questo perverso meccanismo debitorio, senza via d'uscita a breve termine.
Quali, quindi, le cause di tutto ciò?
E' trascorso ormai qualche anno da quando frequentai una sorta di corso di base sulla cosiddetta "leadership" con interessanti contributi di psicologia del lavoro, gestione ed economia aziendale. I docenti relatori dei vari argomenti furono ineccepibili per stile, modo e capacità; rimasi invece un po' perplesso dalle considerazioni fatte da un personaggio che aprì il corso con una serie di argomentazioni soprattutto sulla gestione economica delle aziende, tanto più rimasi perplesso perché la persona in questione risultò essere uno stratega economico e finanziario di alto livello di un importante gruppo multinazionale.
L'affermazione che mi fece sobbalzare fu la dichiarazione di quello che dovrebbe essere il paradigma di una azienda di successo, secondo lo stratega ovviamente:"Anticipare le perdite, posticipare i ricavi e non pagare le tasse": forse è opportuno spiegare ciò che si intende con tale frase.
Anticipare le perdite vuol dire scaricare sulle società in subappalto gli oneri di acquisto e immagazzinamento dei materiali per costruzione e installazione; posticipare i ricavi significa evitare di farsi pagare in tempo, diluendo la conclusione dei lavori o evitando di emettere richieste di pagamento: in tal modo si tenta di tenere vivo un credito per un tempo indeterminato e, intanto, si cerca di venderlo, il credito intendo, a qualche banca d'affari o qualche finanziaria se non a qualche altra azienda; non pagare le tasse è un intento che si autoesplica: i grossi gruppi industriali mettono in campo il meglio di legali e fiscalisti pur di pagare il minimo possibile di tasse cavillando sulle leggi e sulle norme ed entro certi limiti può anche essere lecito come qualsiasi contraddittorio.
Il primo punto ha distolto le aziende dal controllo della qualità degli approvvigionamenti ed alla fine dei cicli di produzione si è ottenuta spesso una pessima qualità delle opere finite presso i clienti finali; forse era voluto in quanto, secondo punto, non c'era l'interesse a chiudere veramente le attività e pervenire a collaudi definitivi e positivi, in modo da innescare un ciclo di compravendita di crediti da gonfiare ad ogni passaggio di mano; per il terzo punto non c'è molto da dire, la coscienza civica soprattutto delle grandi aziende è quasi sempre meno che scarsa, altrimenti non esisterebbero.
Ecco quindi che, col collasso della finanza intossicata, il gioco dei crediti vendibili qua e là non funziona più e si cerca di correre ai ripari.
Peccato che i soldi, quelli veri legati all'economia, non coprono quelli finti e velenosi della finanza "creativa" di cui sopra ho descritto un aspetto; non ultimo, i fruitori di servizi e beni ormai sono abituati a non pagare il dovuto ed a loro volta hanno sfruttato l'opportunità per fare "finanza creativa" (enti pubblici compresi).
Ed ora sono curioso di vedere come se ne esce.

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