Non avevo mai considerato di osservare meglio il modo di apparire di alcuni mendicanti incontrati in queste ultime settimane: profili di persone strane, dalla psicologia assurda. Ne ho visti un paio che sono veramente esemplificativi. Il primo che ho osservato era un cinquantenne seduto sul marciapiede con la schiena appoggiata contro la parete di un palazzo e che ostentava le gambe apparentemente intaccate da una incipiente cancrena. Che la malattia fosse un’opera d’arte o meno cambia solo il modo e la misura di essere profondamente disonesto: in caso di artefatto si tratta di inganno principalmente verso gli altri, in caso di un vero problema di salute si tratta di un inganno verso se stessi. La seconda ipotesi sarebbe anche più grave, col compiacimento del proprio male in quanto fonte di sostentamento; il tipico esempio di persona che non vorrebbe mai rinunciare alla propria malattia, non baratterebbe il miserabile reddito in cambio di una salute piena.
Altro caso emblematico, più diffuso di quel che sembra, è l’accattone quarantenne che ho visto chiedere soldi agli automobilisti fermi al semaforo rosso qualche giorno addietro, caratterizzato da corporatura robusta (decisamente sovrappeso), passo pesante ed espressione tronfia. Ho fatto un passaggio logico, banale e veloce: un vero bisognoso, realmente vessato dalle disgrazie e dall’accanimento del mondo, dovrebbe essere umile, affamato ed emaciato suo malgrado. Ma nel caso visto, che dire, se mangiare non è un problema, darsi un tono dignitoso e “tirarsi fuori” è di nuovo una questione di rispetto e onestà verso se stessi e gli altri.
Concludendo, ho visto due miserabili, non trovo definizione migliore. Essere misero è invece un’altra cosa, non necessariamente negativa: il mendicante misero chiede cibo, il mendicante miserabile chiede soldi.
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