Mentre scrivo si protrae tristemente la polemica politica sull’adeguamento dell’età pensionistica delle donne del pubblico impiego italiano che, per direttiva europea, dovrebbe essere innalzata al pari di quella degli uomini.
Si tratta di un’azione che è solo una delle sfaccettature di un generale progetto di innalzamento dell’età pensionistica, soprattutto nei Paesi occidentali, per far fronte ad una aumentata aspettativa di vita degli individui.
Il mio dubbio sui veri scopi di tale innalzamento di età e sull’adeguatezza di questa azione si basa sul fatto che non credo assolutamente che si possa pensare ad una aspettativa di vita in continua crescita, se non stabile: l’azione di governo, non solo italiana nella fattispecie, si dimostra nuovamente miope e non tiene conto di dati e informazioni sanitarie sullo stato della popolazione.
Non è possibile fare fare previsioni a medio e lungo termine, ma solo guardandosi intorno si intuisce che l’aspettativa di vita e soprattutto l’AVS, ovvero l’aspettativa di vita in salute, sono destinate a contrarsi per effetto del continuo peggioramento dello stile di vita e delle condizioni sociali; per confortare quanto detto segnalo questo collegamento ad un articolo di Le Scienze da cui si può approfondire ulteriormente l’argomento.
Altro eventuale scenario: ammesso che la medicina e la chimica farmaceutica riescano a mantenere ampio l’arco di vita dell’individuo, mi domando quale prestazione lavorativa possa fornire un lavoratore che è stato avviato verso una vecchiaia artificiosamente provocata e prolungata, senza contare l’effetto ostruzionistico verso la forza lavoro giovanile (quest’ultima è una scontata banalità).
Così chi è giovane, e non è solo un dato anagrafico, si ritrova a contrastare un mondo di vecchi.

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