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mercoledì 24 novembre 2021

Disseminazioni: Marketing potenziato con CRM (Customer Relationship Management . Gestione Rapporti con i clienti) – Roberto Vacca, CLASS, Novembre 2021

Marketing potenziato con CRM (Customer Relationship Management . Gestione Rapporti con i clienti) – Roberto Vacca, CLASS, Novembre 2021

Mezzo secolo fa dirigevo un’azienda che produceva sistemi elettronici di controllo. Notizie e cronache sui clienti acquisiti e prospettivi e sui loro funzionari erano conservate nei faldoni di archivi cartacei oltre che nelle nostre menti e nelle note dei venditori e dei manutentori. 

Oggi le aziende (e i loro stessi clienti) conseguono efficacia e rendimenti molto più alti nelle attività di marketing e di acquisizione clienti sfruttando sistemi integrati e interattivi di basi dati (commerciali, finanziari, tecnologici, narrativi) organizzati in procedure analitiche digitali semiautomatiche e automatiche per monitorare i successivi passi della loro attività. Questi sono classificati formalmente dal prospetto iniziale (lead), alla opportunità concreta, al contatto e alla configurazione dell’affare (deal) da negoziare. Così le aziende gestiscono i  rapporti con tutti i clienti, valutano l’efficacia del loro marketing che fanno crescere (riducendo i tempi e le spese operative) con l’aiuto di sistemi computerizzati. Lo hardware e il software necessari sono forniti da numerose aziende specializzate fra cui: Salesforce, Microsoft, IBM, AMAZON, SAP, Oracle, Gartner e molte altre. 

A queste metodologie, tecnologie e procedure di e-commerce si allude con il temine CRM = Customer Relationship Management [Gestione dei Rapporti con i Clienti]. I software CRM, sviluppati negli ultimi tre decenni, sfruttano numerose e massicce basi dati e ottimizzano (sia nei contenuti, sia nelle sequenze temporali – inviando agli operatori opportuni memento) le interazioni fra clienti e aziende. Queste coordinano tutte le loro comunicazioni interne (ricerca, progettazione, produzione, magazzino, trasporti, amministrazione, marketing, servizio clienti) e presentano al cliente messaggi e immagini unificate. Banche e assicurazioni sono stati i primi che hanno adottato procedure CRM, orientando tutta la loro gestione verso il cliente, più che verso i prodotti o i servizi offerti. .

Le aziende mettono a disposizione dei venditori, e anche dei clienti, software (su PC, tablet, smart phone, social media) CRM specializzati per il loro settore e i loro prodotti. Così gli stessi clienti svolgono un’importante parte del lavoro che parte dai loro bisogni e dalla conoscenza dei prodotti o servizi dell’azienda fino a definire un’offerta  di fornitura e a concludere contratti.

L’obiettivo del Customer Relationship Management è quello di permettere alle aziende di trattare informazioni relative alle vendite, in maniera ottimizzata e standardizzata invece di usare procedure empiriche improvvisate da venditori e dai livelli inferiori del management. Il CRM consente anche di controllare e incrementare l’efficienza con cui vengono svolte le attività di vendita, marketing e servizi. Lo fa misurando di continuo  indicatori come: i tempi di esecuzione e la percentuale completata di ciascuna attività elementare e la percentuale di indizi e opportunità misurate ed effettivamente caricate nel sistema. Il CRM costituisce, quindi, un importante fattore di supporto  alle decisioni aziendali mediante tecnologie descrittive (rapporti, monitoraggi), predittive (vedi sotto) e prescrittive (pianificazione).

I dati registrati nelle database CRM  includono richieste di informazioni e offerte, forniture, fatture e rapporti di venditori. Consentono, quindi, di riconoscere e intuire regolarità nel comportamento  di clienti o loro categorie e, di basare decisioni aziendali di marketing e di produzione su  previsioni formulate anche mediante sondaggi (tra clienti, venditori, consulenti), analisi di sequenze temporali, modelli di regressione o procedure elaborate in base a equazioni differenziali di Volterra, su cui ho lavorato parecchio.

Numerose rilevazioni indicano che negli Stati Uniti una netta maggioranza delle aziende, anche medio-piccole, utilizza CRM o ne considera l’adozione. Secondo la letteratura, una porzione rilevante delle iniziative intraprese ha incontrato difficoltà notevoli.


sabato 17 aprile 2021

Disseminazioni: Misure standard - e no, di Roberto Vacca, CLASS, 17/4/2021

 Misure standard - e no, di Roberto Vacca,  CLASS, 17/4/2021

Un ottimo annuario su produzione e consumo di tutte le forme di energia [BP Statistical Review of World Energy] è pubblicato fin dal 1951 dalla British Petroleum, che allora si chiamava Anglo Iranian Oil Company.  L’edizione 2020 per la prima volta esprime le quantità di energia in EJ (ExaJoule = 1018 Joule, miliardi di miliardi di Joule [Joule = Newton.metro]) invece che in MTOE (Million Tonne of Oil Equivalent – milioni di tonnellate equivalenti di petrolio). Questo opportuno adeguamento al Sistema Internazionale di misura è stato deciso con 60 anni di ritardo. Inoltre va precisato che il contenuto di energia di una tonnellata di petrolio era fissato in modo convenzionale e che con “Tonne” si intende una tonnellata metrica (1000 kg). Pare sia accaduto varie volte che la conversione sia stata fatta in modo errato da chi riteneva che si trattasse di una Long Ton (“tonnellata lunga” usata in Inghilterra fin dal 13° secolo che vale 160 stone = 2240 libbre = 1016,04 kg) o di una Short Ton (“tonnellata corta” usata in USA che vale 2000 libbre = 907,18 kg). In effetti non dovremmo mai usare “tonnellata”: la forma corretta è Megagrammo (un milione di grammi).

Gli anglo-americani stanno passando (lentamente) al Sistema Internazionale (SI) ma continuano a usare  m come multiplo che, premesso al simbolo di altra unità, la moltiplica per 106 (un milione), mentre nel SI la lettera  m indica un millesimo (0,001 = 10-3) [come suggerito nel 1794 dal chimico Lavoisier e poi confermato dal matematico Lagrange] e il multiplo 106  si indica con la maiuscola M. Le cifre della parte intera di un numero si separano dai decimali con una virgola. Nel 2003, però, la Conferenza Generale dei Pesi e Misure ammise che nei Paesi anglosassoni la separazione si indichi con un punto fermo (che in Italia usiamo per separare le migliaia – sebbene alcuni di noi dicano talora “punto cinque” per ½).

Queste precisazioni non sono fisime. Le confusioni fra unità di misura causano gravi guai. Nel 1628 a Stoccolma fu costruita la Vasa, galeone ammiraglio della flotta svedese (1000 tonnellate, 1000 m2 di vele, 64 cannoni). Il Re Gustavo Adolfo, sebbene inesperto, impose modifiche e aggiunte importanti che la squilibrarono. Inoltre pare che i carpentieri che lavoravano alla parte destra e quelli che lavoravano alla parte sinistra della nave misurassero le distanze con strumenti che differivano di un pollice per ogni piede; quindi un lato della nave era più massiccio dell’altro. Per queste ragioni la Vasa affondò poco dopo il varo e fu ripescata solo dopo tre secoli.

Più grave il disastro della sonda spaziale Mars Climate Orbiter lanciata nel dicembre 1998. Avrebbe dovuto entrare in orbita attorno a Marte a una quota di 140 kilometri per poi fornire coordinate e riferimenti all’altra sonda Mars Polar Lander al suo arrivo nel dicembre 1999. Invece le ultime correzioni della rotta effettuate vicino al pianeta nel settembre 1999 mediante l’accensione di propulsori furono erronee perché parte dei calcoli furono effettuati col sistema metrico e altri col sistema inglese. Così la sonda entrò in un’orbita alla quota di soli 57 km, fu frenata dall’atmosfera, dopo essere passata dietro Marte, non riemerse e dovette cadere sul pianeta. Andò perso l’investimento nella missione di 328 milioni di dollari.

La standardizzazione delle unità di misura continua. Però oltre alle tonnellate, molte unità desuete - come i quintali – sono ancora usate abbastanza spesso. Altre sono del tutto dimenticate. Ricordo che, quando ero ragazzo i vendemmiatori liguri trasportavano alle cantine e misuravano l’uva in “soggi” – barili troncoconici aperti in alto – ciascuno dei quali ne conteneva circa 50 kg. Misure approssimative usate fino a parecchi decenni fa per vino e olio erano fiaschi e barili. A metà del secolo scorso in Lunigiana si considerava che un barile (50 litri)  contenesse 30 fiaschi (da 1,66 litri) più un bicchiere (1/5 di litro).

sabato 21 novembre 2020

Disseminazioni: La ricostruzione, vista nel 1920 e nel 2020, di Roberto Vacca, Class 21/11/2020

La ricostruzione, vista nel 1920 e nel 2020, di Roberto Vacca, Class 21/11/2020

“Da noi può accadere che posti di responsabilità nel governo siano assegnati, per ragioni così dette politiche, a persone che sanno bene di non avere alcuna idea di quali siano i loro compiti. E questo mentre il Paese sta incespicando sull’orlo del precipizio... Può accadere che un intervento straniero mandi tutto per aria. Non dipende da noi. Può accadere che i nostri creditori ci costringano al fallimento in base  al nostro  smisurato debito pubblico. Può accadere che gli estremisti  di destra instaurino una dittatura. Dal popolo non possiamo attenderci niente. Non abbiamo imparato niente, nemmeno dalla guerra. Non abbiamo volontà e non sappiamo giudicare.”


Non ci sorprenderebbe leggere il testo che precede in un giornale italiano di oggi. Invece è tratto da un libretto di 100 anni fa: “Che cosa succederà” [Was wird werden, G. Fisher Verlag, Berlino, 1920] di  Walther Rathenau.

Rathenau (1867-1922) era un ingegnere tedesco; durante la I Guerra Mondiale dirigeva l’organizzazione per gli approvvigionamenti militari; dal 1915 Presidente della General Electric tedesca [AEG, Allgemeine Elektricitäts Gesellschaft]; dopo la guerra tra i fondatori del Partito Democratico; nel 1921 Ministro per la Ricostruzione; nel 1922 Ministro degli Esteri.

Nel libro citato propose sane politiche di innovazione industriale e di riforma del diritto penale. Non si attendeva di essere ascoltato. Concluse quel suo libro con la sentenza:


“La Germania è cieca.”


Non previde l’enorme, disastrosa inflazione del marco degli anni seguenti, Era a favore di una politica rispettosa del trattato di Versailles e della cooperazione internazionale. Nell’Aprile 1922 firmò con l’Unione Sovietica il trattato di Rapallo che annullava ogni riparazione e indennizzo fra Russia e Germania. Le sue posizioni moderate erano invise alla destra estrema. Fu assassinato il 24 Giugno 1922 da due ex-ufficiali aderenti ai FreiKorps -  Corpi della Libertà - precursori del nazismo. 


Nel 2020, si parla di ricostruzione dopo la crisi socio-economica mondiale provocata dall’epidemia del  Covid-19, che si aggrava specialmente nelle Americhe e che pare stia recedendo in Italia dopo aver causato circa 35.000 decessi. Sarebbe azzardata una similitudine  con la ricostruzione  tedesca di un secolo fa, che dopo due decenni condusse ai disastri del nazismo. Però leggere scritti di oggi suggerisce di echeggiare Rathenau con:


“L’Italia è cieca.”


Politologi, economisti, accademici, ricercatori italiani [ma anche stranieri] non avanzano analisi convincenti e documentate, né proposte concrete e credibili. 

Alcuni temi  sembrano condivisi in vari paesi. Se ne scrive in modo astratto, fornendo  pochi dati quantitativi e proponendo visioni poco convincenti. 

La ripresa – o ricostruzione -  dipenderà da molti fattori. Fra questi: le politiche socio-economiche nazionali e internazionali; la preminenza delle economie maggiori nel pilotare la globalizzazione (o la sua frenata) e le catene di produzione e distribuzione delle risorse. È, quindi, più arduo del solito prevedere i valori globali, continentali e nazionali di Prodotto Interno Lordo (PIL), disoccupazione e inflazione.

Nel 2019 i 10 Paesi della Comunità Europea: Belgio, Danimarca, Germania, Irlanda, Francia, Olanda, Austria, Finlandia, Svezia, Regno Unito - avevano un PIL pro capite annuo medio di 40,9 k€ e un tasso di disoccupazione del 5,2%. I 7 Paesi: Bulgaria, Grecia, Spagna, Italia, Portogallo, Romania, Slovacchia - avevano un PIL procapite di 17,22 k€ e una disoccupazione dell’8,9 %.

Gli investimenti in ricerca e sviluppo delle imprese private nel primo gruppo di 10 nazioni, erano 2,43  volte più alti di quelli provenienti dagli enti pubblici. Il 49% della popolazione in quei Paesi aveva conseguito un livello di educazione terziaria. Nel secondo gruppo di 7 nazioni, i privati investivano in ricerca e sviluppo solo il 30%  più del pubblico e l’educazione terziaria era conseguita dal 36% della popolazione [in Italia solo il 27,7%].

Nelle nazioni svantaggiate, dunque, gli imprenditori devono innovare il doppio di quanto hanno fatto finora e le scuole avanzate devono essere rafforzate e e diplomare il 50% in più di studenti. Solo così si potrà conseguire la ripresa.

Ovviamente dovremo anche evitare ogni  dittatura.

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I dati sono tratti da Innovation Scoreboard 2020  della  Commissione  Europea.

 

sabato 17 ottobre 2020

Disseminazioni: Previsioni – Qualità e strumenti 17/10/2020 – Roberto Vacca - CLASS

 Previsioni – Qualità e strumenti  17/10/2020 – Roberto Vacca - CLASS

Nel 1970 un’oncia d’oro [28,349 grammi] si comprava a 35 $: lo stesso prezzo del 1938. In quei 32  anni il dollaro si era svalutato di due o tre volte. Vari segni suggerivano a breve termine un’ulteriore inflazione. Alcuni di noi decisero di comprare sterline d’oro – a 5000 lire l’una: decisione intuitiva [che mi parve ovvia]. Negli anni seguenti quel valore crebbe decine di volte. Altalenò negli anni seguenti - mentre scrivo nel 2020, l


a sterlina d’oro sta a 400 Euro.

Che gli eventi storici tendano a ripetersi in modo ciclico, lo aveva asserito 3 secoli fa Giambattista Vico. Però i princìpi della sua Scienza Nuova non hanno aiutato pensatori e storici a formulare previsioni corrette di eventi rilevanti.

Nel 1970 J.W. Forrester (che all’MIT aveva realizzato memorie veloci di computer basate su matrici di nuclei magnetici) programmò su computer (Limiti dello Sviluppo - Club di Roma, 1971) un modello matematico empirico. Con 150 equazioni alle differenze finite mirava a calcolare per la Terra i valori futuri di popolazione, investimenti, agricoltura, minerali, industria, qualità della vita. Concluse che entro pochi decenni il mondo avrebbe subìto carestie ed esaurimento di petrolio, gas e metalli e si sarebbe accorciata la vita umana per l'inquinamento. Necessario, quindi, limitare la popolazione, evitare sprechi, riciclare. I fatti dimostrarono che quelle proiezioni erano ingenue e fallaci.

Nel 1970 anche Andrej Amalrik chiese: l’Unione Sovietica sopravvivrà fino al 1984?. Sopravvisse fino al 1991. Nel mio romanzo La Suprema Pokazukha (1980) immaginavo l’imminente fine dell’URSS (dovuta a una rivoluzione democratica scatenata su Internet). L’intuito dei narratori funziona, dunque, meglio delle equazioni differenziali? Difficile crederlo.

Taluno sostiene che le bolle di ipersviluppo e la crisi economica iniziata nel 2007 non fossero prevedibili. In effetti non sono state previste da analisti e certe agenzie di rating  che non guardavano i fatti: sopravvalutavano (coi loro AAA) la prosperità di aziende e Paesi che erano, invece, sull’orlo del fallimento. Sopravvalutavano anche i derivati di più generazioni [1] e le obbligazioni di debito garantite da fragili mutui immobiliari [CDO – Collateralized Debt Obligations]. L’entità e la probabilità dei rischi connessi alla bolla dei mutui erano enormi. Erano stati descritti chiaramente da R. Shiller (nel suo libro Irrational Exuberance) nel 2000, da D. Baker nel 2002 e dal Premio Nobel P. Krugman nell’Agosto 2005. Krugman commentò poi che quella crisi non era un “Cigno Nero” [cioè un disastro enorme estremamente improbabile – termine introdotto da N.N. Taleb], ma “un elefante in mezzo alla stanza”. Conviene, dunque, seguire in Rete i dati raccolti e le opinioni di autori, che si aggiornano e ragionano bene. Non sono i soli, ma – come sempre – anche i loro scritti vanno letti criticamente. L’errore è sempre in agguato ed è giusto discutere su eventi e tendenze future. Io  ho imparato e continuo a imparare molto da quanto scrive Krugman. Però disapprovo la sua convinzione che il riscaldamento globale del nostro pianeta sia causato dal fatto che bruciamo idrocarburi e carboni fossili e da altre attività umane. Mi convincono di più M. Milankovitch, H. Svensmark e altri bravi fisici dell’atmosfera contemporanei.

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[1] Secondo Warren Buffett  i derivati sono “armi finanziarie di distruzione di massa” e molti di essi sono i risultati di frodi su scala gigantesca.

Non abbiamo modi per prevedere con sicurezza l’avvenire. Continuiamo a provarci in modi razionali e non ci impressioniamo se qualcuno di noi riesce a immaginarlo: ogni tanto succede. Swift descrisse bene i due satelliti di Marte un secolo e mezzo prima che Hall li osservasse


venerdì 5 febbraio 2016

Disseminazione. Second guess – risparmiare secondi L’Orologio – 5/2/2016

Second guess – risparmiare   secondi   L’Orologio – 5/2/2016

“Tieni da conto i penny e le sterline si terranno da conto da sole” [Take care of the pence and the pounds will take care of themselves] diceva il finanziere William Lowndes nel 18° secolo.  È consiglio che sembra ragionevole, ma non lo è sempre. Se ti perdi nei dettagli, puoi trascurare le cose importanti – diventi “penny wise and pounds foolish” (saggio per i penny e stupido per le sterline). Si può fare un discorso simile per i tempi risparmiati e per le alte velocità dei computer. I personal computer che fanno miliardi di operazioni al secondo, servono a poco se li usiamo per scopi irrilevanti. Qualche volta il difetto “sta nel manico”: siamo noi a essere lenti. Le perdite di tempo più dannose sono perpetrate da chi è vago o disorganizzato. A questo non può rimediare chi produce  PC o sistemi operativi.
I tempi di accesso ai PC dipendono dallo hardware e dalla abilità dell’operatore. Sono davvero morte e seppellite le tastiere? Le icone, i touch screen e i computer che scrivono sotto dettatura le hanno sostituite per sempre? Taluno lo sostiene, ma non sono d’accordo: una buona tastiera (di cui riparlo più oltre) è deterministica, mentre le funzioni touch  talora lo sono meno.
Consideriamo, intanto, le velocità umane. Decenni fa nelle scuole americane si insegnava la dattilografia. Molte ragazze erano addestrate come segretarie. Stenografavano e scrivevano a macchina rapidamente. Quanto rapidamente? I campioni usano tutte e dieci le dita e non guardano nemmeno la tastiera. Questa abilità (in inglese touch typing = "scrittura a tocco", in italiano "tastiera cieca") si insegna anche in corsi per conseguire la Patente Europea di Computer. Secondo il Guinness dei Primati il dattilografo più veloce del mondo è Michael Shestov: 217 parole al minuto, equivalenti a 1.320 battute – una ogni 45 millesimi di secondo. E' una prestazione da virtuoso, simile a quella di certi chitarristi. Sono velocità che si raggiungono solo scrivendo parole che hanno senso. Il cervello le registra ed emette ordini fulminei alle dita che le scrivono. Nessuno saprebbe scrivere così velocemente lettere a caso o parole senza senso. Se vuoi misurare la velocità a cui digiti, il test, che trovi su www.typingtest.com, si fa in 2 minuti, misura le battute o le parole al minuto e conta anche gli errori che commetti. Per chi compone testi al computer (non solo letterari, ma anche lettere, studi, relazioni) la velocità è largamente irrilevante. Conviene scrivere lentamente, meditare le parole, fermarsi, tornare indietro, correggersi.
La velocità e il ritardo di ripetizione e l’intermittenza della tastiera di un PC moderno si possono modificare per adattarli ai tempi di reazione dell’utente. Così si  riesce meglio a evitare i refusi.
Certi siti mirano a farci risparmiare tempo ricorrendo al “second guessing” – significa: anticipare quello che un altro sta per dire, “mettergli le parole in bocca”, dare per scontata un’opinione che ancora non ha espresso ed enunciarla a voce o per iscritto prima che possa farlo personalmente. Se provi a second guess qualcuno e sbagli, puoi essere molto irritante.
Google lo fa per facilitare le tue ricerche e farti risparmiare tempo. Non funziona con le parole che cominciano come i nomi dei giorni della settimana o dei mesi. Se digito “dome …”, mi suggerisce subito “domenica”, mentre io volevo cercare “domestic product, gross”. Se digito “jan …”, propone “January”- e io volevo “janua coeli”. Se digito “sab …”, devo saltare avanti: non intendevo “sabato”, ma “sabotaggio”.
Invece Google è efficiente, inaspettato e micidiale, se cerchi citazioni anche in parecchie lingue diverse.
Scrivi “gallia est …“ e riconosce subito l’incipit di De Bello Gallico [Gallia est omnis divisa in partes tres].  
Scrivi “Nach Frankreich zogen …” e ti appare subito il link a  ”I due granatieri” del poeta Heinrich Heine. Vengono riconosciute rapidamente anche poche parole consecutive dal testo di altre liriche dello stesso autore.
Ho traslitterato malamente il testo russo “Ne slishni v sadu dazhe …..” [Non si sente nel giardino nemmeno un sussurro …. ]  e Google ha completato in cirillico i versi e il link al testo della canzone di mezzo secolo fa “Serate intorno a Mosca”.
Da “A modest proposal …” si risale subito al titolo della satira di Jonathan Swift “Una modesta proposta per evitare che i figli dei poveri in Irlanda …”.
In base a poche parole del titolo si ritrovano naturalmente anche lavori scientifici e tecnici, trattati, formule, teorie. Se digiti le prime cifre di costanti matematiche – pi greco, la base dei logaritmi naturali, la costante di Eulero e così via – Google le riconosce e ti dà le cifre seguenti.

I risparmi di tempo significativi, come accennavo, non si ottengono accumulando guadagni di secondi quà e là, ma con ricerche organizzate a integrare insiemi di conoscenze strutturati razionalmente – non in modo episodico o casuale.

sabato 23 gennaio 2016

Disseminazione. Il Foro Economico di Davos: speranze e timori, di Roberto Vacca, 23/1/2016

Il Foro Economico di Davos: speranze e timori, di Roberto Vacca, 23/1/2016

La tecnologia è uno dei temi centrali del World Economic Forum quest’anno. Come gestire i cambiamenti della quarta rivoluzione industriale? Taluno nega che la si possa definire. A posteriori definimmo la prima come meccanica e macchine a vapore; la seconda come: elettricità, motori a scoppio, e poi nel secolo scorso: aeroplani, aria condizionata e televisione; la terza come: computer, aerospaziale, nucleare, Internet. La quarta è: robot, nanotecnologie, duplicatori in  3D, biotecnologie e genomica, ma, più drammaticamente, invenzioni e innovazioni continue e non più per cicli pluridecennali. Già questo costituirebbe un fattore di crescita. Lo nega l’economista Robert J. Gordon [1]; sostiene che lo sviluppo economico degli ultimi due secoli e mezzo è uno spettacolo senza repliche. Non ne vedremo un altro. La sua tesi è che le 3 rivoluzioni industriali  hanno dato più di quel che potevamo desiderare. Non ce ne sarà un’altra. Disoccupazione tecnologica e speculazione finanziaria incontrollata hanno già prodotto 200 milioni di disoccupati. Metà della forza lavoro mondiale sopravvive con un paio di dollari al giorno ed è occupata nell’economia informale. 
Le invenzioni epocali (irripetibili) hanno portato benefici - e raggiunto limiti invalicabili: velocità dei trasporti, durata raddoppiata della vita, temperatura controllata nelle case, urbanizzazione, ubiquità e velocità delle comunicazioni, lavoro meno stressante. Non ci saranno invenzioni che apriranno settori nuovi. La produttività cresce meno della metà che all’inizio del secolo. La crescita è frenata anche da aumento del numero degli anziani, diminuzione dei livelli di istruzione superiore, ineguaglianza dei redditi, outsourcing, stringenti regole per la protezione ambientale, aumento del debito pubblico. Gordon vaticina: non ci sarà più crescita economica in USA, né altrove, tranne Canada e Svezia (più inventive e meglio gestite),  India e Cina  inarrestabili, malgrado i loro errori e incertezze.
Non sono anticipazioni convincenti. Le rivoluzioni industriali sono state alimentate da scoperte scientifiche e ora la scienza si sta sviluppando  con vigore  e  cooperazione internazionale a livelli mai visti prima.
Gordon esprime in cifre il suo pessimismo. Usa come parametro il PIL pro capite USA. Nota che raddoppiò in 28 anni, da 8 k$ nel 1929 a 16 k$ nel 1957 e in 31 anni fino ai 32 k$ del 1988. Visto il rallentamento attuale, conclude che un nuovo raddoppio si avrà solo fra un secolo arrivando a 87 k$ nel 2100. Io ho extrapolato i dati, calcolandone l’equazione di Volterra, e ritengo che fra 100 anni il PIL pro capite USA si fermerà a 83 k$ [v. grafico]. Sono cifre incerte. Questo rallentamento non sarebbe certo una tragedia, anzi segnerebbe ancora un aumento di prosperità.
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[1] Robert J. Gordon, The Rise and Fall of American Growth: The US Standard of Living since the Civil War, Princeton University Press, 2016.

PIL pro capite USA – proiezione fino al 2015 effettuata con equazione di Volterra. L’asintoto di 83.000 $/anno si raggiungerebbe al  2100

La tecnologia moderna offre progetti e produzione di risorse avanzate. Costi e tempi di produzione si riducono. L’economia se ne gioverà, ma con il progresso si creano complessità estreme. Occorrono sistemi di monitoraggio e controllo di vastità enorme. Oggi i sistemi computerizzati governano impianti chimici, centrali termoelettriche ed elettronucleari, reti di energia, sistemi militari  finanziari. La gestione non è sempre ottima, nè trasparente. Sarebbero necessari progressi decisivi nell’affidabilità e nella tempestività delle comunicazioni fra macchine e uomo. L’intelligenza artificiale non ce li ha ancora dati.

lunedì 15 dicembre 2014

Disseminazione. Il PIL non diminuisce --- Non si sa nemmeno quanto valga, di Roberto Vacca - 15 Dicembre 2014

L’economia è in crisi. Non ci sono soldi. L’ineguaglianza cresce: i ricchi diventano molto più ricchi e i poveri più poveri. Ci sono più disoccupati (specie giovani), aziende che perdono o riducono i profitti, negozi che chiudono, enti pubblici che non funzionano per mancanza di fondi. Non cresce la ricchezza che produciamo, ma la misuriamo male.
Fino a poche settimane fa sembrava che il PIL, il Prodotto Interno Lordo, dovesse diminuire nel 2014 di poco più di metà dell’1%. I giornali titolavano: “Italia in ginocchio”, “Siamo il fanalino di coda dell’Europa”. Quest’ultima conclusione era confermata dalle previsioni di crescita di alcuni punti percentuali del PIL di Svezia, Estonia, Lettonia, Lituania, Lussemburgo, Polonia, Romania, UK, Svizzera, Islanda. Ora sembra che il nostro PIL calerà forse solo dello 0,4% ma il pessimismo dilaga ancora. Per capire se sia giustificato, definiamo i termini e analizziamo i numeri.
Il prodotto interno lordo è la somma di: profitti di imprese e individui, interessi, affitti, stipendi e salari, tasse indirette [cioè: entrate]. Si definisce in modo equivalente come la somma di consumi, investimenti, spese governative, più esportazioni e meno le importazioni [cioè: spese]. Le spese devono essere identiche alle entrate – teoricamente. Il manuale di economia del Nobel Paul Samuelson (edizione 1980) le riporta per il 1978 con il valore (per gli USA) di 2.127,60 miliardi di dollari.
Domanda chiave: mentre ripetiamo che in Italia il PIL sta calando di circa metà dell’ 1%, con che precisione ne conosciamo il valore?
Finora non sapevamo rispondere. Ora, però, S.B. Aruoba (Università del Maryland), F.X. Diebold e collaboratori (Università di Pennsylvania) e J. Nalewaik (Federal Research Board) hanno pubblicato un’analisi profonda e originale. [1] Il PIL è una misura poco precisa: i dati che lo compongono vengono talora trasmessi con ritardo o sono affetti da errori. Gli autori citati hanno desunto separatamente dai dati federali USA la somma delle entrate e la somma delle spese e hanno visto che sono diverse! Hanno utilizzato i dati di questa discrepanza per una analisi probabilistica, che permette di stimare le entità degli errori da cui questo importante parametro può essere affetto.
In modo pragmatico altri economisti hanno determinato le incertezze da cui sono affetti i valori del PIL di vari paesi. Fra questi, il centro di Ricerche della Banca Federale tedesca ha valutato gli errori nella determinazione del PIL della Svizzera dal 1980 al 2002. Il diagramma che segue, mostra che l’incertezza è di + 3%. Non ho trovato dati per il PIL italiano. È improbabile che venga determinato in modo più accurato di quello svizzero. Quindi non ha senso discutere su variazioni del valore del parametro che abbiano entità inferiore a quella dell’errore probabile da cui è affetto. Anche una variazione di pochi percento non è un tragedia. Ben diverso il caso della GRANDE CRISI: il prodotto interno USA nel 1929 era di 95,2 miliardi di dollari - nel 1933 fu quasi dimezzato a 48,6 miliardi. Il PIL italiano diminuì dal 1929 al 1933 solo del 5%, dato che l’economia era in prevalenza agricola.









Misura degli errori nella determinazione del PIL trimestrale della Svizzera dal 1980 al 2002 - Fonte: Kugler et al. Measurement errors in GDP  [2]

La stessa definizione del PIL implica paradossi ben noti. Quando si verifica un ingorgo stradale e migliaia di macchine immobili con il motore acceso consumano benzina senza utilità per nessuno, il PIL cresce. In generale: ogni volta che qualcuno produce beni che vengono acquistati da altri per sprecarli, il prodotto interno lordo cresce e tutti sembrano artificialmente un po’ più ricchi, mentre solo alcuni commercianti ne traggono vantaggio.
Ben più importante del valore assoluto del PIL è l’analisi del suo contenuto, della qualità dei prodotti e dei servizi, del relativo valore aggiunto  e dei fattori da cui dipendono.
La Commissione Europea ha pubblicato la classifica al 2013 dei 27 paesi dell’Unione in base al livello di innovazione raggiunto, espresso da un indice (compreso fra 0 e 1) funzione di 25 indicatori (lauree, ricerca scientifica, investimenti pubblici e privati in ricerca e sviluppo, brevetti, etc.) L’istogramma seguente illustra la situazione.




In verde: 4 leader (Svezia, Danimarca, Germania, Finlandia) - in celeste,: 10 innovatori di seconda classe, 11 innovatori moderati in giallo e 3 innovatori scarsi in arancione. La Svezia sta a 0,75. La media dei 27 Paesi sta a 0,55. L'Italia sta fra gli innovatori moderati a 0,44 – al 15° posto su 27  - dopo Estonia, Slovenia, Cipro – tutti sotto la media.
In Italia gli investimenti pubblici in ricerca e sviluppo sono lo 0,53 del PIL (0,71 della media europea) e quelli privati sono lo 0,69 del PIL (0,52 della media europea). Questo divario dura da più di 30 anni. Non è solo questione di investimenti, ma di cultura media. La percentuale della popolazione che ha completato l’educazione terziaria è in Italia il 21,7%. La media europea è 35,8 %; Irlanda 51,1 %; Cipro, Lussemburgo, Lituania: 50%; UK 47,1%; Danimarca, Norvegia, Svezia, Finlandia, Francia, Belgio: 44%. A livello più basso dell’Italia c’è solo la Turchia.
L’Italia è, dunque, carente nei livelli di istruzione e negli investimenti in ricerca e sviluppo particolarmente nel settore privato. I 4 Paesi europei più innovatori (Svezia, Danimarca, Germania, Finlandia) hanno un PIL pro capite del 25% più alto del nostro e il loro PIL cresce ogni anno di 4 punti percentuali più del nostro. Se innovassimo come loro ogni anno il PIL crescerebbe di 60 miliardi di Euro, rispetto ai quali certi risparmi di cui si parla molto (pure opportuni) appaiono trascurabili.
Gli imprenditori, quindi, non hanno ragione di chiedere solo flessibilità negli adempimenti burocratici (che pure ci vuole). Devono raddoppiare gli investimenti in ricerca e sviluppo e assumere giovani eccellenti che producano invenzioni. Devono creare reti di collaborazione con industrie grandi e piccole, italiane e straniere. Lavoro e prosperità si creano studiando e inventando.

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[1]  Aruoba, S.B.; Diebold, F.X.; Nalewaik, J.; Schorfheide, F.; Song, D. – Improving GDP Measurement: A Measurement-Error Perspective, Paper No.18954, Dec.5, 2014, National Bureau of Economic Research.
[2] Kugler, P.; Jordan. T.J.; Lenz, C.; Savioz, M.R. -  Measurement errors in GDP and forward-looking monetary policy: The Swiss case. –Studies of the Economic Research Centre, No 31/2004, Deutsche Bundesbank.


venerdì 4 luglio 2014

Disseminazione. INEGUAGLIANZA ECCESSIVA – “Il Capitale nel XXI Secolo” di T.Piketty - di Roberto Vacca, Il Caffè, Locarno - 29/6/2014

INEGUAGLIANZA ECCESSIVA  – “Il Capitale nel XXI Secolo” di T.Piketty - di Roberto Vacca, Il Caffè, Locarno - 29/6/2014



Abraham Lincoln contro le mire territoriali verso il Messico del Presidente Polk (1846) citò un mitico farmer: “Non sono avido di terra, voglio solo quella che confina con la mia!”

Era un ovvio progetto di arricchimento senza limiti. È un processo in atto? Il Prof Thomas Piketty nel suo libro “Il capitale nel XXI Secolo” analizza grandi moli di dati raccolte in un decennio.. Vede il rischio che l’ineguaglianza eccessiva porti a instabilità politica e a reazioni turbolente.

In USA fino al 1940 il 10% della popolazione riceveva il 45% dei redditi totali; poi per 40 anni sceso al 33% e dal 1980 risalito al 48%. In Europa e in USA fino al 1930 il 10% della popolazione deteneva oltre l’80% della ricchezza. Poi a causa di tasse, inflazione, fallimenti, avvento del welfare state, la percentuale scese al 60%. Negli ultimi 40 anni sta risalendo.

Dò qui una rapida idea del contenuto del libro. Sarà inadeguata: le 700 pagine del libro vanno meditate. Riferirò sulle accese polemiche che ha scatenato. Oltre che culturale, l’interesse è politico.

Sappiamo bene che i redditi da lavoro, come la ricchezza, sono distribuiti in modo da seguire la legge di Pareto, dunque, con differenziali marcati ai livelli più alti. Questi, però, da anni crescono oltre ogni limite per i grandi capi azienda che fissano i propri livelli di retribuzione e i paracadute d’oro previsti per il trattamento di fine rapporto.

Piketty nota che anche la ricerca e lo sviluppo implicano la formazione e l’addestramento di esperti abili nell’uso di sofisticati strumenti di alta tecnologia. Queste alte prestazioni sono compensate a livelli più alti il che contribuisce alla ineguaglianza. Qui bisogna aggiungere, però, che i Paesi e le industrie che investono di più in ricerca scientifica, sviluppo tecnologico e istruzione avanzata, generano più brevetti e prodotti ad alto valore aggiunto. In conseguenza contribuiscono a far crescere il prodotto interno lordo e a ridurre l’ineguaglianza.

Appare ovvio alla luce del senso comune (Piketty lo documenta in base a dati storici abbondanti) che un tasso di rendita del capitale molto più alto di quello della crescita economica causa ineguaglianza crescente. Questa si manifesta con la concentrazione fra pochi cittadini della ricchezza e dei redditi da capitale. Il processo è tanto più veloce quanto più il tasso di rendita supera quello della crescita del reddito nazionale. Il fenomeno potrebbe essere frenato da una forte crescita demografica ed economica – oggi improbabile. L’alternativa proposta da Piketty è la adozione di consistenti tasse patrimoniali globali.

Sono processi economici complicati. Le statistiche sono spesso incomplete e contraddittorie specie sui redditi più alti. Tutti i commentatori riconoscono che Piketty ha fatto un lavoro enorme per migliorarle. Si usano, però, strumenti e procedure di analisi di tipi diversi. Quindi è normale che su “Capital” ci sia molto da discutere. La citata conclusione dell’autore che sia opportuno intervenire con imposte ai più ricchi e ai lavoratori con retribuzioni più alte non è gradita ai plutocrati, né agli economisti di destra.. La discussione diventa politica.

Chris Giles (su Financial Times del 23/5/14) ha negato che dopo il 1980 l’ineguaglianza economica sia cresciuta e che negli USA sia più marcata che in Europa. In particolare ha sostenuto che nel Regno Unito nel 2010 il 10% dei cittadini deteneva il 44% della ricchezza totale e non il 70% come scritto da Piketty. Paul Krugman (Nobel per l’Economia) documenta da decenni che i ricchi USA diventano più ricchi anche per i tagli alle lro tasse dall’era Reagan. Osserva ora che il 44% di Giles è desunto da sondaggi e non da dati pubblicati dal fisco britannico. Io ho trovato lo studio “UK Personal Wealth Statistics” pubblicato il 28/9/2012 da HM Revenue & Customs, che riporta in 60% del totale la ricchezza del 10% degli inglesi top (1). Il valore vero appare incerto, ma la stima di Piketty è più vicina a quella ufficiale.

Concludo:
  • Capitale e reddito si concentrano da decenni nelle mani di pochi 
  • L’ineguaglianza cresce: lo provano i prezzi di case e oggetti di lusso 
  • L’economista francese best seller non è un pericoloso comunista
  • “Il capitale nel XXI secolo” è libro che va studiato attentamente

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(1)  20% a 7°+ 8° decile; 12% a 5°+ 6°; 7% a 3°+ 4°; 1% dei più poveri.

lunedì 14 aprile 2014

Disseminazione: articolo segnalato da Roberto Vacca - 14/4/2014 - Three Expensive Milliseconds - Krugman - NYT

Oggi non scrivo un pezzo ma allego quello che ha scritto Krugman sul New York Times e che sperabilmente Repubblica riprenderà domani.
Parla di quanto speso per creare un tunnel per far risparmiare 3 millisecondi nella trasmissione dati da Futures Market di Chicago e New York Stock Exchange. Non ho controllato i fatti - ma l'opinione di Krugman che la finanza undermines [mina o distrugge] l'economia mi pare sensata. Roberto Vacca. 

Three Expensive Milliseconds APRIL 13, 2014
Four years ago Chris Christie, the governor of New Jersey, abruptlycanceled America’s biggest and arguably most important infrastructure project, a desperately needed new rail tunnel under the Hudson River. Count me among those who blame his presidential ambitions, and believe that he was trying to curry favor with the government- and public-transit-hating Republican base.
Even as one tunnel was being canceled, however, another was nearing completion, as Spread Networks finished boring its way through the Allegheny Mountains of Pennsylvania. Spread’s tunnel was not, however, intended to carry passengers, or even freight; it was for a fiber-optic cable that would shave three milliseconds — three-thousandths of a second — off communication time between the futures markets of Chicago and the stock markets of New York. And the fact that this tunnel was built while the rail tunnel wasn’t tells you a lot about what’s wrong with America today.
Who cares about three milliseconds? The answer is, high-frequency traders, who make money by buying or selling stock a tiny fraction of a second faster than other players. Not surprisingly, Michael Lewis starts his best-selling new book “Flash Boys,” a polemic against high-frequency trading, with the story of the Spread Networks tunnel. But the real moral of the tunnel tale is independent of Mr. Lewis’s polemic.
Think about it. You may or may not buy Mr. Lewis’s depiction of the high-frequency types as villains and those trying to thwart them as heroes. (If you ask me, there are no good guys in this story.) But either way, spending hundreds of millions of dollars to save three milliseconds looks like a huge waste. And that’s part of a much broader picture, in which society is devoting an ever-growing share of its resources to financial wheeling and dealing, while getting little or nothing in return.
How much waste are we talking about? A paper by Thomas Philipponof New York University puts it at several hundred billion dollars a year.
Mr. Philippon starts with the familiar observation that finance has grown much faster than the economy as a whole. Specifically, the share of G.D.P. accruing to bankers, traders, and so on has nearly doubled since 1980, when we started dismantling the system of financial regulation created as a response to the Great Depression.
What are we getting in return for all that money? Not much, as far as anyone can tell. Mr. Philippon shows that the financial industry has grown much faster than either the flow of savings it channels or the assets it manages. Defenders of modern finance like to argue that it does the economy a great service by allocating capital to its most productive uses — but that’s a hard argument to sustain after a decade in which Wall Street’s crowning achievement involved directing hundreds of billions of dollars into subprime mortgages.
Wall Street’s friends also used to claim that the proliferation of complex financial instruments was reducing risk and increasing the system’s stability, so that financial crises were a thing of the past. No, really.
But if our supersized financial sector isn’t making us either safer or more productive, what is it doing? One answer is that it’s playing small investors for suckers, causing them to waste huge sums in a vain effort to beat the market. Don’t take my word for it — that’s what the president of the American Finance Association declared in 2008. Another answer is that a lot of money is going to speculative activities that are privately profitable but socially unproductive.
You may object that this can’t be right, that the invisible hand of the market ensures that private returns and social returns coincide. Economists have, however, known for a long time that when it comes to speculation, that proposition just isn’t true. Back in 1815 Baron Rothschild made a killing because he knew the outcome of the Battle of Waterloo a few hours before everyone else; it’s hard to see how that knowledge made Britain as a whole richer. It’s even harder to see how the three-millisecond advantage conveyed by the Spread Networks tunnel makes modern America richer; yet that advantage was clearly worth it to the speculators.
In short, we’re giving huge sums to the financial industry while receiving little or nothing — maybe less than nothing — in return. Mr. Philippon puts the waste at 2 percent of G.D.P. Yet even that figure, I’d argue, understates the true cost of our bloated financial industry. For there is a clear correlation between the rise of modern finance and America’s return to Gilded Age levels of inequality.

So never mind the debate about exactly how much damage high-frequency trading does. It’s the whole financial industry, not just that piece, that’s undermining our economy and our society

domenica 10 marzo 2013

Disseminazione: finanziamenti, olocausto nucleare: i numeri – di Roberto Vacca, 10/3/2013

Finanziamenti, olocausto nucleare: i numeri  – di Roberto Vacca, 10/3/2013

È giusto che lo Stato finanzi i partiti? Certo che no. Infatti nel 1993 il 90% degli italiani votò a favore del referendum (promosso dal Partito Radicale) che abrogava il finanziamento pubblico ai partiti. Però già nel dicembre 1993 il Parlamento approvò un’altra legge per il rimborso delle spese elettorali ai partiti Questo veniva calcolato in 5 €  per voto ricevuto, ma le spese da rimborsare (non rendicontate) sono state molto inferiori ai rimborsi.
Oggi si dibatte fra partiti, e dentro i partiti, se vadano aboliti questi rimborsi. Il 90% dei votanti molto probabilmente è ancora a favore dell’abrogazione. Le discussioni sono inani.
Ma guardiamo i numeri. Di che cosa si sta discutendo? Cito a memoria, a sbagliare di poco: gli ordini di grandezza sono questi. 

  • Prodotto interno lordo (PIL) italiano 1.600 miliardi di €
  • Bilancio dello Stato           500 miliardi di €
  • Rimborsi elettorali             200  milioni di €


Dunque i rimborsi elettorali da abolire equivalgono a un centesimo dell’1% [cioè a un decimillesimo] del PIL – e a 3 centesimi dell’1% del Bilancio dello Stato. È una somma grossa, ma non sconvolgente. Inopportuna, ma non rovinosa. Non è quella che taglia le gambe al Paese.
Passo ad argomento ben più (cento volte più) vitale. Gli investimenti totali (pubblico + privato) in ricerca e sviluppo sono di circa 20 miliardi di € annui – percentualmente sono 2 ordini di grandezza più grandi. Si tratta di poco più di 1 centesimo del PIL (non di decimillesimi). Questi investimenti dovrebbero essere triplicati: dando forza alla nostra industria e alla nostra economia. Contribuirebbero a innalzare il livello professionale e culturale della nostra forza lavoro – e della popolazione. Le prime pagine dei giornali, le televisioni, i dibattiti pubblici non ne parlano. È segno grave di degrado culturale.
C’è un altro segno grave di cui non si parla affatto. Tre giorni fa il governo della Corea del Nord dichiara che la tregua delle guerra coreana dopo 60 anni è scaduta. La Nord Corea ritiene di esser minacciata di annientamento da parte di Sud Corea e USA e afferma il suo diritto di attaccare con missili nucleari sia la Corea del Sud, sia gli Stati Uniti. I pochi che ne hanno scritto, asseriscono che il dittatore Nord Coreano non lo farà mai. Non ci riuscirebbe. Verrebbe annientato. Dovremmo esserne ben più sicuri, parlarne, cercare rimedi, assicurazioni. Dovremmo propugnare il disarmo nucleare totale. Qui non si tratta di minime percentuali della nostra ricchezza. Se proliferasse una guerra nucleare, distruggerebbe le nostre risorse e le nostre vite. 

Si sveglia nessuno?