Parole dette a certe ore o giorni – Libri delle ore, di Roberto Vacca – L’Orologio 190831
“Hai detto buonanotte a papà?”
“Oggi zio Giovanni compie 52 anni: vagli a dire “Cento di questi giorni!”
Ci sono parole e frasi che diciamo a certe ore o a certe date, senza riflettere. Miriamo a fare (un piccolo) piacere a chi ci ascolta. In effetti si tratta spesso di auguri – “spero che questa giornata – o quest’anno – vadano bene per te”. C’è dietro, dunque, una motivazione magica. Però non crediamo davvero che avranno giornate migliori i nostri familiari, i portieri, il giornalaio, i cassieri o i colleghi, perché li abbiamo salutati con “buon giorno”. I nostri saluti equivalgono a un sorriso, a “siamo amici”. Stringeremmo mani per salutare e, intanto, mostrare che non siamo armati.
Dire “salute!” a chi starnuta, pare derivi da antiche credenze: lo starnuto sarebbe stato sintomo della peste. Ma augurare salute non è cattiva educazione. È sempre un segnale positivo. L’imperativo latino “salve” – “stai bene” – manifesta una speranza amichevole. Equivale a “How are you today?”, che non richiede risposte dettagliate. Qualche anno fa si rispondeva giocosamente:
”Just hanging in there = continuo a stare appeso lì dentro.”
Quando i rapporti sono formali - con superiori o con sconosciuti – evitiamo le espressioni scherzose. Se una mattina diciamo “buon giorno” a un collega con cui ci eravamo già salutati, accade che risponda risentito:
“Ti avevo già salutato: non ci hai fatto caso?”
Certe persone religiose, invece, ripetono molte volte i loro saluti o messaggi diretti alla divinità o personaggi incorporei (angeli) o defunti (patriarchi, santi, martiri). I buddisti hanno forme verbali che ripetono ad nauseam. I mussulmani pregano cinque volte al giorno seguendo standard stabiliti.
I cattolici seguono consuetudini diverse. Alcune sono molto ripetitive. Le litanie in onore della Vergine Maria vengono recitate o cantate. Una persona declama 52 appellativi onorifici della Madonna [1] e dopo ciascuno, la congregazione intona:
“Ora pro nobis!”
Anche il rosario consiste nel ripetere l’Ave Maria per 50 volte. La ragione di queste ripetizioni non viene data. Viene considerata irrispettosa l’idea che la ripetizione delle preghiere contribuisca a rendere più probabile l’esaudimento.
Già nei primi secoli della Chiesa si decise che le preghiere (richieste di grazie o espressioni di gratitudine per grazie ricevute) erano troppo importanti per essere lasciate a improvvisazioni. Furono, quindi, codificate e registrate in Libri delle Ore diffusi a partire dalla fine del XIII Secolo che specificavano testi, musiche e ora dei servizi e contenevano calendari, passi dei vangeli, litanie, salmi. I contenuti erano simili a quelli dei breviari dei preti, abbreviati per uso da parte dei laici.
Le copie fatte eseguire da regnanti o ricchi personaggi venivano illustrate sempre più sfarzosamente da artisti famosi. Fra questi in Italia: Simone Martini, Pollajolo, Mantegna. Il loro significato religioso divenne sempre meno rilevante rispetto al loro prestigio e valore venale.
Il re Francesco I di Francia ne aveva una collezione ora conservata al Louvre. L’esemplare più famoso, ornato con turchesi e rubini, comprende 150 pagine in folio e 15 miniature a piena pagina. Vari editori d’arte ne offrono buone riproduzioni su carta o in .pdf visibili su computer.
[1] fra questi: genitrice di Dio, madre inviolata, vergine prudentissima, vergine potente, sede della sapienza, torre d’avorio, torre davidica, domus aurea, vergine concepita senza macchia originale.
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Il Libro delle Ore fatto eseguire da artisti fiorentini agli inizi del XVI secolo da Lorenzo de Medici, il Magnifico, per sua figlia. Contiene decine di miniature. Fu acquistato dai Rothschild che lo vendettero nel 2016 per 13 milioni di dollari.
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