mercoledì 12 febbraio 2020

Disseminazioni: Parole dette a certe ore o giorni – Libri delle ore, di Roberto Vacca – L’Orologio 190831

Parole dette a certe ore o giorni – Libri delle  ore, di Roberto Vacca – L’Orologio 190831


“Hai detto buonanotte a papà?”
“Oggi zio Giovanni compie 52 anni: vagli a dire “Cento di questi giorni!”
Ci sono parole e frasi che diciamo a certe ore o a certe date, senza riflettere. Miriamo a fare (un piccolo) piacere a chi ci ascolta. In effetti si tratta spesso di auguri – “spero che questa giornata – o quest’anno – vadano bene per te”. C’è dietro, dunque, una motivazione magica. Però non crediamo davvero che avranno giornate migliori i nostri familiari, i portieri, il giornalaio, i cassieri o i colleghi, perché li abbiamo salutati con “buon giorno”. I nostri saluti equivalgono a un sorriso, a “siamo amici”. Stringeremmo mani per salutare e, intanto, mostrare  che non siamo armati.
Dire “salute!” a chi starnuta, pare derivi da antiche  credenze: lo starnuto sarebbe  stato sintomo della peste. Ma augurare salute non è cattiva educazione. È sempre un segnale  positivo. L’imperativo  latino “salve” – “stai bene” – manifesta una speranza  amichevole. Equivale a “How are you today?”, che non richiede risposte dettagliate. Qualche anno fa si rispondeva  giocosamente:
Just hanging in there = continuo a stare appeso lì dentro.”
Quando i rapporti sono formali - con superiori o con sconosciuti – evitiamo le espressioni scherzose. Se una mattina diciamo “buon giorno” a un collega con cui ci eravamo già salutati, accade che risponda risentito:
“Ti avevo già salutato: non ci hai fatto caso?”
Certe persone religiose, invece,  ripetono molte volte i loro saluti o messaggi diretti alla divinità o personaggi incorporei (angeli) o defunti (patriarchi, santi, martiri). I buddisti hanno forme verbali  che ripetono  ad nauseam. I mussulmani pregano cinque volte al giorno seguendo standard stabiliti.
I cattolici seguono consuetudini diverse. Alcune sono molto  ripetitive. Le litanie in onore della Vergine Maria vengono recitate o cantate. Una persona declama 52 appellativi onorifici della Madonna [1] e dopo ciascuno, la congregazione intona:
“Ora  pro nobis!”
Anche  il rosario consiste nel ripetere l’Ave Maria per 50 volte. La ragione di queste ripetizioni non viene  data. Viene considerata irrispettosa l’idea che la ripetizione delle preghiere contribuisca a rendere più probabile l’esaudimento. 
Già  nei primi secoli della Chiesa si decise che le preghiere (richieste di grazie o espressioni di gratitudine  per grazie ricevute) erano troppo importanti  per essere lasciate a improvvisazioni. Furono, quindi, codificate e registrate in Libri delle Ore diffusi a partire dalla fine del XIII Secolo che specificavano testi, musiche  e  ora dei  servizi e contenevano calendari, passi dei vangeli, litanie, salmi. I contenuti erano simili a quelli dei breviari  dei preti, abbreviati per uso  da  parte dei laici.
Le copie fatte eseguire da regnanti o ricchi  personaggi venivano illustrate sempre più sfarzosamente da artisti  famosi. Fra questi in Italia: Simone Martini, Pollajolo, Mantegna. Il loro significato religioso divenne sempre meno rilevante  rispetto  al loro prestigio  e valore venale.
Il re Francesco I di Francia ne aveva una collezione ora conservata al Louvre. L’esemplare più famoso,  ornato con  turchesi e rubini, comprende 150 pagine  in folio e 15  miniature  a piena pagina. Vari editori d’arte ne  offrono buone riproduzioni  su carta o in .pdf  visibili  su  computer.

[1] fra questi: genitrice di Dio, madre inviolata, vergine prudentissima, vergine potente, sede della sapienza, torre d’avorio, torre davidica, domus aurea, vergine concepita senza macchia originale.




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Il Libro  delle Ore fatto eseguire da  artisti  fiorentini agli  inizi del XVI  secolo da  Lorenzo de Medici, il Magnifico, per sua figlia. Contiene  decine  di miniature. Fu acquistato  dai Rothschild  che lo vendettero  nel 2016  per  13 milioni  di dollari.



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