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venerdì 15 luglio 2022

Disseminazioni: In spiaggia – senza orologio – di Roberto Vacca, L’OROLOGIO 15/7/22

 In spiaggia – senza orologio – di Roberto Vacca, L’OROLOGIO 15/7/22


Una leggenda greca dice che all’inizio della primavera il mare si calma. Piacevole, dunque, stare sdraiati sulla spiaggia senza pensieri e senza contare nemmeno le ore che passano. Nuotiamo solo se stiamo in una regione calda – e se ne abbiamo voglia. 

Ecco l’origine della leggenda.  Alcione, figlia di Eolo, perse il marito Ceice in un naufragio. Disperata si buttò in mare anche lei e morì. Poseidone, il dio del mare, commosso   trasformò la coppia in alcioni (martin pescatori) che fecero il nido sulla spiaggia. Per proteggerli dalle onde, Poseidone rese calmi i sette giorni di Alcione  -  intorno al solstizio di inverno.

Questo mito ispirò nel 1935  una poesia, leggera, a Ogden Nash, popolare autore di versi rilassanti e spiritosi. Ecco il testo e la mia traduzione.



Pretty Halcyon Days             Giorni calmi da Alcione  

    Ogden Nash, 1935                         Traduzione di Roberto Vacca, 

How pleasant to sit on the beach,                 Mi piace stare qui al mare

On the beach, on the sand, in the sun         al sole, sulla spiaggia,  sulla sdraia

With ocean galore within reach,                 guardo ogni tanto la baia

And nothing at all to be done!                 E non ho niente da fare.

No letters to answer,                         No lettere da scrivere,

No bills to be burned,                 no fatture da buttare,

No work to be shirked,                 niente lavoro da rimandare,

No cash to be earned.                 niente soldi da guadagnare.

It is pleasant to sit on the beach         Mi piace stare qui al mare

With nothing at all to be done.         con senza niente da fare.

How pleasant to look at the ocean,         Mi piace stare qui al mare

Democratic and damp; indiscriminate; fra onde bagnate, ma buone.

To think I am able to swim in it.                 Mi riempie una nobile emozione

It fills me with noble emotion                 se penso che ci so nuotare.

To lave in the wave,                         L’onda quando mi circonda,

Majestic and chilly,                         è maestosa e detergente

Tomorrow I crave;                         immergersi non è urgente:

But today it is silly.                         Oggi resto qui alla fonda.

It is pleasant to look at the ocean;                 Mi piace stare qui al mare

Tomorrow, perhaps, I shall swim in it.         E domani, chissà, vado a nuotare

How pleasant to gaze at the sailors,         Guardare il marinaio va benone:

As their sailboats they manfully sail         Cazza cime e governa il timone

With the vigor of vikings and whalers            forte come un vichingo o un baleniere

In the days of the viking and whale.         Ai tempi dei vichinghi e dell’arpione

They sport on the brink                         gareggia  con gli squali e non ha torto

Of the shad and the shark;                 se c’è tempesta affonda,

If it’s windy they sink;                 se non c’è,  torna in porto.

If it isn’t, they park.                         Il mio punto di vista è convincente:

It is pleasant to gaze at the sailors,         guardare i navigatori: 

To gaze without having to sail.         li guardo, ma non navigo per niente.

How pleasant the salt anaesthetic                 Il sale è un buon anestetico

Of the air and the sand and the sun;         con l’aria,  col sole, col mare

Leave the earth to the strong & athletic,        la terra la lascio all’atletico

And the sea to adventure upon.         che se la vada a esplorare.

But the sun and the sand                         A me bastano il sole e la sabbia

No contractor can copy;                         e me ne dia di più, chi più ne  abbia.

We lie in the land                         Io mi rilasso – non sarà tanto etico   -

Of the lotus and poppy;                         come mangiassi il loto e la papaia

We vegetate, calm and aesthetic,                 io vegeto, calmo ed estetico

On the beach, on the sand, in the sun.         al sole, sulla spiaggia,  sulla sdraia.


mercoledì 16 marzo 2022

Disseminazioni: Il tempo e l’intelligenza per gazzelle, leoni e altri, di Roberto Vacca, L’OROLOGIO, 16/3/2022

 Il tempo e l’intelligenza  per gazzelle, leoni e altri, di Roberto Vacca, L’OROLOGIO, 16/3/2022


Il tempo trascorre in modi diversi per gli uomini e per gli animali a seconda delle condizioni del corpo e della mente, dell’addestramento e dell’età. Ce ne rendiamo conto confrontando le velocità di spostamento nello spazio e quelle a cui si eseguono certe azioni. Spesso la nostra percezione, però, è poco accurata e ci porta a conclusioni errate. Da parecchio tempo sentiamo ripetere da consiglieri efficientisti l’apologo della gazzella e del leone.

“Ogni giorno in Africa un leone si sveglia e sa bene che dovrà prepararsi a correre molto veloce, altrimenti non riuscirà ad acchiappare una gazzella e prima o poi morirà di fame. Anche la gazzella deve prepararsi a correre molto veloce, per non essere divorata dal leone. Dunque: che tu sia leone o gazzella, preparati a correre il più veloce che puoi.”

Il testo è  diventato proverbiale e, come tanti proverbi, non è giusto. Infatti il leone raggiunge una velocità massima di 16 metri al secondo (57 km/h), ma la gazzella ne fa 22 al secondo (80 km/h). Dunque il leone non la raggiunge o ci riesce raramente. La storiella dovrebbe parlare del ghepardo che corre a 28 metri al secondo (101 km/h). Con quei 6 metri al secondo di vantaggio, se il ghepardo riuscisse ad avvicinarsi a 60 metri dalla gazzella, le sarebbe addosso in soli 10 secondi.

Non conviene fidarsi della sola velocità. Occorre considerare anche l’accelerazione – il tasso a cui cresce la velocità. Se il leone accelera più della gazzella, la può raggiungere prima che sia arrivata alla sua velocità massima. Avrà bisogno di  fiuto e furbizia. Dovrà appostarsi immobile, nascosto fra la vegetazione sopra la strada che la gazzella percorre per andare a bere al fiume. Quando passa, il leone fa un solo balzo (aiutato dall’accelerazione di gravità) e la ghermisce subito. La gazzella deve sempre guardarsi intorno con prudenza, ma deve soprattutto individuare i territori frequentati dai ghepardi ed evitarli. Pare, poi, che i ghepardi  raggiungano le più alte accelerazioni fra i quadrupedi.

Situazione analoga: lo squalo che nuota a 16 metri al secondo può raggiungere il delfino che nuota a 14 m/s. Ne azzanna il ventre e lo sbrana. Però il delfino ha buona vista ed è intelligente: individua la posizione delle branchie del pescecane, cambia direzione, si avventa ad angolo retto rispetto alla traiettoria dello squalo e lo colpisce col rostro in quell’area – l’unica vulnerabile. Lo squalo si dà alla fuga.

Gli strateghi abili riuscivano a vincere battaglie anche se le loro forze erano meno numerose e peggio armate di quelle del nemico. L’intelligenza dei generali poteva surrogare il numero e la gittata dei cannoni. Oggi varie nazioni stanno creando armi nucleari sempre più micidiali e veloci, atte a raggiungere i bersagli con maggiore probabilità. L’intelligenza dovrebbe suggerire, invece, il disarmo nucleare totale, non essere usata per inventare armi sempre più micidiali.

 Sebbene non esista una definizione dell’intelligenza che sia significativa e generalmente accettata, sono state definite scale di intelligenza degli adulti (come WAIS, Wechsler Adult Intelligence Scale [1955]) che presentano una certa utilità. Il loro impiego presenta difficoltà, dato che le abilità mentali dipendono da oltre un centinaio di fattori. L’intelligenza è fatta di percezione, memoria, analisi, apprezzamento di relazioni e strutture, elaborazione linguistica in entrata e in uscita, capacità di risolvere velocemente problemi, gestione di rapporti interpersonali. Le carenze, anche di velocità, possono essere rimediate con la persistenza nell’affrontare le situazioni.

In tutto questo un fattore importante è costituito dai disturbi specifici dell’apprendimento, come  dislessia, disgrafia, discalculia, che sono aggravati da sordità e disturbi della vista. Nella tarda età queste menomazioni si possono aggravare  e vanno usati prontamente  ausili, anche informatici, e protesi.


lunedì 28 giugno 2021

Disseminazioni: Il vecchio Hausmann evoca ricordi - di Roberto Vacca, L’Orologio, 28/6/2021

Il vecchio Hausmann evoca ricordi -  di Roberto Vacca, L’Orologio, 28/6/2021


Avevo 14 anni. Mia madre mi disse di andarle a prendere il suo orologio, Corsi a cercarlo, lo trovai e lo feci cadere a terra. Non funzionava più. Lei ne aveva bisogno perché organizzava certi programmi radio per il Medio Oriente. Mi disse:

“Ne prenderò uno nuovo da Hausmann  al Corso. Fra due settimane mi daranno il mio riparato e darò a te quello nuovo che compro subito.”

Lo pagò 500 lire. Mi pareva molto bello. Quando lo ebbi al polso, lo guardavo per non fare tardi a scuola. La mattina quando mi svegliavo e in varie occasioni non lo guardavo molto a lungo, poi controllavo quanto fossi capace di   stimare che ora fosse. È un buon esercizio. Lo portavo sempre e, da ragazzo, misuravo il tempo in cui riuscivo a stare senza respirare: sempre sotto i 2 minuti.

Lo tenevo sul tavolo quando studiavo. Credo che l’esame più noioso che io abbia mai preparato fu quello di Tecnologie Speciali Meccaniche del Professor Oberziner a Ingegneria. I testi relativi erano lunghi parecchie migliaia di pagine. Ogni pagina delle dispense era scritta a mano in corsivo e riprodotta mimeograficamente. I margini erano ampi e venivano riempiti di note e richiami. Quando compravo testi già usati, rileggevo qualche nota presa da proprietari precedenti. Tendevo ad accelerare i tempi di lettura – in particolare per un volumone sulla metallurgia delle leghe metalliche ferrose e non ferrose. Guardavo il mio Hausmann e registravo quanti minuti mi ci volessero per leggere una pagina – e per scriverne un riassunto stilato a mano o battuto a macchina su una Lettera 22. Rileggevo solo quello  per il ripasso della materia. Lo Hausmann era strumento indispensabile per aiutarmi a sfidare me stesso e a ridurre quei tempi dedicati a formarmi una accettabile competenza in tecnologie poco entusiasmanti.

Nel quinto decennio del secolo scorso, la mia famiglia era poco danarosa. Mio padre era in pensione e l’Università spesso ritardava i pagamenti. Mia madre lavorava al Ministero per la Costituente. Mia sorella faceva lavoretti vari. Io avevo imparato il tedesco abbastanza bene ed incontrai il Prof. Luigi Gedda. Oltre che presidente dell’Azione Cattolica, faceva studi di genetica. Non sapeva il tedesco e nell’arco di vari anni mi diede da tradurre migliaia di pagine di articoli scientifici sulle malattie ereditarie e non ereditarie di gemelli uni-ovulari e bi-ovulari. Per capire quel che dovevo tradurre, studiai sulla Treccani decine di articoli di biologia, medicina e genetica. Anni dopo ebbi problemi medici a Zurigo e sorpresi quei dottori con la mia competenza

Inizialmente guadagnavo poche decine di lire a pagina tradotta, poi arrivai a poche centinaia. Avevo poco tempo, perché continuavo a studiare. Il vecchio Hausmann mi era di continuo aiuto per misurare e aumentare la mia produttività. [è un concetto rilevante nell’industria e in economia). Anche trasformare  rapidamente strutture sintattiche tedesche  in quelle italiane è un buon esercizio. Serve a evocare un vocabolario vasto e a produrre rapidamente testi italiani: note, rapporti, articoli, utili  in ogni mestiere.

A quei tempi i cinturini erano di cuoio. Quando quello dello Hausmann defunse, ne comprai a La Spezia uno costituito da una lamina di acciaio inossidabile con una serie di fori e da una seconda lamina recante un dentino stampato che si impegna nel foro corrispondente alle dimensioni del polso. È un sistema sicuro e indistruttibile. Dopo più di sette decenni, funziona perfettamente. In caso di emergenza quelle lamine si possono usare per serrare viti o per svitarle o per raschiare superfici.

Anni dopo facevo il manutentore del primo grande computer usato in Italia al CNR. Portavo un camice bianco. Feci a pugni amichevolmente con un collega che, contro il mio cinturino, si procurò parecchie piccole  ferite alle mani. A ogni colpo che mi dava, lasciava una traccia di sangue sul mio camice. Poco dopo capitò un visitatore che mi chiese:

“Ma lei che fa? L’ingegnere o il macellaio?”. 

mercoledì 12 febbraio 2020

Disseminazioni: Parole dette a certe ore o giorni – Libri delle ore, di Roberto Vacca – L’Orologio 190831

Parole dette a certe ore o giorni – Libri delle  ore, di Roberto Vacca – L’Orologio 190831


“Hai detto buonanotte a papà?”
“Oggi zio Giovanni compie 52 anni: vagli a dire “Cento di questi giorni!”
Ci sono parole e frasi che diciamo a certe ore o a certe date, senza riflettere. Miriamo a fare (un piccolo) piacere a chi ci ascolta. In effetti si tratta spesso di auguri – “spero che questa giornata – o quest’anno – vadano bene per te”. C’è dietro, dunque, una motivazione magica. Però non crediamo davvero che avranno giornate migliori i nostri familiari, i portieri, il giornalaio, i cassieri o i colleghi, perché li abbiamo salutati con “buon giorno”. I nostri saluti equivalgono a un sorriso, a “siamo amici”. Stringeremmo mani per salutare e, intanto, mostrare  che non siamo armati.
Dire “salute!” a chi starnuta, pare derivi da antiche  credenze: lo starnuto sarebbe  stato sintomo della peste. Ma augurare salute non è cattiva educazione. È sempre un segnale  positivo. L’imperativo  latino “salve” – “stai bene” – manifesta una speranza  amichevole. Equivale a “How are you today?”, che non richiede risposte dettagliate. Qualche anno fa si rispondeva  giocosamente:
”Just hanging in there = continuo a stare appeso lì dentro.”
Quando i rapporti sono formali - con superiori o con sconosciuti – evitiamo le espressioni scherzose. Se una mattina diciamo “buon giorno” a un collega con cui ci eravamo già salutati, accade che risponda risentito:
“Ti avevo già salutato: non ci hai fatto caso?”
Certe persone religiose, invece,  ripetono molte volte i loro saluti o messaggi diretti alla divinità o personaggi incorporei (angeli) o defunti (patriarchi, santi, martiri). I buddisti hanno forme verbali  che ripetono  ad nauseam. I mussulmani pregano cinque volte al giorno seguendo standard stabiliti.
I cattolici seguono consuetudini diverse. Alcune sono molto  ripetitive. Le litanie in onore della Vergine Maria vengono recitate o cantate. Una persona declama 52 appellativi onorifici della Madonna [1] e dopo ciascuno, la congregazione intona:
“Ora  pro nobis!”
Anche  il rosario consiste nel ripetere l’Ave Maria per 50 volte. La ragione di queste ripetizioni non viene  data. Viene considerata irrispettosa l’idea che la ripetizione delle preghiere contribuisca a rendere più probabile l’esaudimento. 
Già  nei primi secoli della Chiesa si decise che le preghiere (richieste di grazie o espressioni di gratitudine  per grazie ricevute) erano troppo importanti  per essere lasciate a improvvisazioni. Furono, quindi, codificate e registrate in Libri delle Ore diffusi a partire dalla fine del XIII Secolo che specificavano testi, musiche  e  ora dei  servizi e contenevano calendari, passi dei vangeli, litanie, salmi. I contenuti erano simili a quelli dei breviari  dei preti, abbreviati per uso  da  parte dei laici.
Le copie fatte eseguire da regnanti o ricchi  personaggi venivano illustrate sempre più sfarzosamente da artisti  famosi. Fra questi in Italia: Simone Martini, Pollajolo, Mantegna. Il loro significato religioso divenne sempre meno rilevante  rispetto  al loro prestigio  e valore venale.
Il re Francesco I di Francia ne aveva una collezione ora conservata al Louvre. L’esemplare più famoso,  ornato con  turchesi e rubini, comprende 150 pagine  in folio e 15  miniature  a piena pagina. Vari editori d’arte ne  offrono buone riproduzioni  su carta o in .pdf  visibili  su  computer.

[1] fra questi: genitrice di Dio, madre inviolata, vergine prudentissima, vergine potente, sede della sapienza, torre d’avorio, torre davidica, domus aurea, vergine concepita senza macchia originale.




__________________________________________________________.
Il Libro  delle Ore fatto eseguire da  artisti  fiorentini agli  inizi del XVI  secolo da  Lorenzo de Medici, il Magnifico, per sua figlia. Contiene  decine  di miniature. Fu acquistato  dai Rothschild  che lo vendettero  nel 2016  per  13 milioni  di dollari.



mercoledì 18 dicembre 2019

Disseminazione: Lettere mancanti per troppo tempo e psicosomatosi – di Roberto Vacca, L’Orologio, 18/12/2019

L’articolo di oggi – pubblicato da L’OROLOGIO – contiene un raccontino su eventi  forse accaduti  circa  un secolo fa – 
o forse inventati. Ho tratto i nomi  dei protagonisti da una triste storia d’amore di Angelo  Gatti che lessi più di 70 anni fa.
Gatti era stato ufficiale di Stato Maggiore dell’Esercito. Il suo Alberto  amava molto la moglie  Ilia. Lui era ateo - Ilia muore di bronchite.
Lui si dispera, ma poi si consola tornando alla religione della sua infanzia, meditando sull’immortalità dell’anima e convincendosi 
che l’anima di lei goda le gioie del paradiso.   Ricordo che Gatti scriveva bene, però la conclusione  del racconto non mi piacque.
Io avevo  seguito il  cammino opposto di Alberto: avevo abbandonato la religione parecchianni prima che mi capitasse quel romanzo.
Il mio racconto è leggero – quasi uno scherzetto.  
Come faccio quasi  sempre, concludo con  un pensiero didascalico su come sia opportuno tenere distinti gli eventi  periodici da quelli
casuali.
Enjoy 
Roberto

Lettere mancanti per troppo tempo e psicosomatosi – di  Roberto Vacca, L’Orologio, 18/12/2019
La storia  che racconto oggi deve risalire  al primo quarto del secolo scorso. A quel tempo i viaggi erano lenti e si comunicava male. I telefoni esistevano, ma erano poco affidabili. Le telefonate interurbane si facevano solo in casi gravi e urgenti. I destinatari si raggiungevano dopo attese di ore e giorni. La  teleselezione era un miraggio ancora lontano mezzo secolo.

*      *      *
Alberto aveva sempre amato Ilia – la ragazza della porta accanto – fin da  quando  erano  bambini. Si erano sposati dopo un lungo  fidanzamento. Erano molto uniti. Ilia era insegnante  di lettere. Parlava e scriveva molto bene. Alberto era ragioniere. Era impiegato presso una piccola azienda. Gli accadeva di viaggiare per lavoro solo una o due volte l’anno. In quelle occasioni, mandava a Ilia qualche cartolina illustrata. Ilia, invece, anche se lui era assente per pochi giorni, sapeva di fargli piacere, se gli mandava almeno un bella lettera. Anche se non c’erano novità, gli raccontava gli intrecci dei romanzi che leggeva e i discorsi che faceva con amici e parenti.
Poi Alberto fece carriera, Trovò lavoro con una società più grande. Gli affidarono la supervisione di un territorio sempre  più vasto. Viaggiava sempre più spesso. Era “di casa”  in treno. Per seguire da vicino la contabilità delle filiali del Nord, decise  di restare a lungo a Milano. Ilia aveva avuto un bambino e non poteva seguirlo.
Risiedeva in un ottimo albergo e non gli mancava niente. Lavorava sodo. Dopo qualche  giorno si rese conto di sentire la mancanza della moglie  ben più del solito. Aveva ricevuto da lei un paio di lettere, che teneva da parte e rileggeva – poi non più. La sottile carta azzurrina di quei primi messaggi era ormai tutta spiegazzata. 
Alberto non aveva un carattere apprensivo. Però non era mai successo  che Ilia lo lasciasse senza notizie  per una settimana. Era a disagio. Poi si rese conto  che gli facevano male i piedi. Non gli era mai successo. Aveva poco più di quarant’anni,  era in buona forma  ed era abituato a calzare  comodo. Si accorse che da vari giorni non faceva più la sua solita passeggiatina di un paio di chilometri subito dopo la prima colazione.
Non aveva stretto amicizie personali con i colleghi milanesi. Non aveva nessuno con cui confidarsi. Sebbene si vantasse di essere una persona  perfettamente razionale,  cominciò ad avere idee strane. Perchè Ilia non scriveva? Forse stava male e glielo taceva? Forse anche lei aveva male  ai piedi e lui ne soffriva per “simpatia”  a  distanza? Ma, no! Non esistono effetti magici a  distanza! Però gli pareva  di aver  sentito dire che un austriaco, un certo Dottor  Freud, aveva scoperto che  i disturbi psichici possono causare dolori fisici e malattie vere e proprie. Forse ci poteva essere 99un nesso ….
Poi una mattina in ufficio Alberto  zoppicava tanto che l’ingegner Brambilla notò una sua smorfia  di dolore e gli chiese:
“Che succede, ragiunatt?  Si è fatto male?”
Alberto minimizzava, ma l’ingegnere fu tanto insistente che gli fissò un appuntamento col suo medico per la sera stessa:
“Vedrai. Il dottor Fumagalli è bravissimo. Ti metterà a posto subito. Ha l’occhio  clinico.”
Fumagalli guardò  con attenzione i piedi di Alberto attraverso i suoi leggerissimi occhiali con la montatura d’acciaio.  Annuì:
“Si, si. Abbiamo una chiara infiammazione e  anche alcune leggere deformazioni.”
Guardò con approvazione le scarpe nere di Alberto:
“Scarpe nuove, vedo.”
Le raccolse:
“Calzaturificio  di Varese.  Numero 44.”
Le accarezzò e ne esaminò  l‘interno con le dita.
“Che  abbiamo qui?  Tamponi?  Le stavano larghe?  Che ci ha messo?”
Cominciò a estrarre  piccoli malloppi  celesti di carta leggera, sei  a destra  e quattro  a sinistra:
“Svelato l’arcano! È lei il carnefice di sé stesso, come  diceva  quel greco. Cosa sono  questi  mucchietti? Lettere dolci? La fidanzata? Ah, no – la signora! Si sarà preoccupato che non riceveva più posta! Ovviamente vive in albergo ed è invalso, sembra, il costume di lustrare le scarpe dei clienti  e di metterci dentro la posta che ricevono.  Non lo sapeva, eh?”
Il tempo fluisce senza posa. Facciamo bene  a misurarlo con i calendari e con gli orologi. Invece non ci dobbiamo abituare a considerare come  periodici eventi che dipendono da decisioni umane o dal caso. Chi lo faccia, rischia di commettere  errori  seri.


lunedì 28 gennaio 2019

Disseminazione: L’errore sempre in agguato, di Roberto Vacca – 28/12/2018

L’errore sempre in agguato,  di Roberto Vacca – 28/12/2018

Quando avevo 16 anni, il professore di chimica disse in classe:
“Gli errori vanno sempre corretti e non vanno disseminati – non tengo nella mia libreria nemmeno un libro che contenga un errore!”
Lo raccontai a Ernesta, la mia sorella maggiore che studiava Fisica. Rispose:
“Allora nella sua  libreria ci terrà  solo la Bibbia!”
Aveva ragione. L’errore è sempre in agguato. Diciamo e scriviamo proposizioni e numeri erronei per ignoranza, per fiducia mal riposta, per mancanza dati, per distrazione. Se prestiamo  attenzione, troviamo  ovunque  errori nostri e altrui. Fa effetto trovare in scritti famosi qualche assurdità o inconsistenza. Se sono occasionali, comprendiamo e perdoniamo. Se un’opera è permeata  di falsità e frasi astratte, prive di senso, dovremmo condannare l’autore all’oblio.
 Ci ho riflettuto rileggendo il Fedone di Platone. Non mi sono meravigliato. Molti anni fa un amico gesuita, che ci aveva studiato a lungo, mi disse che nessun dialogo di Platone dimostra le tesi proposte. Il Fedone non fa eccezione. Socrate chiede a Simmia e Cebete:
“Non si accosta a capire l’essenza della verità chi lo faccia col puro intelletto, usando il pensiero in sé e per sé, estraniandosi da vista, udito e da tutto il suo corpo – cose che turbano l’anima e non lasciano che attinga la verità? E non saremo più vicini al sapere se non ci frammischieremo col corpo, salvo che per le necessità naturali? Non siamo quindi più puri se teniamo l’anima separata dal corpo? E con la morte l’anima non si separa del tutto dal corpo? Quindi chi è innamorato della sapienza, non avrà fede di poterla conseguire in maniera degna da morto -  nell’Ade?”
I discepoli rispondono si a tutte le domande: la discussione non è accesa.  Socrate li forza a partorire altre presunte verità, come quella che tutte le cose che hanno un contrario, vengono  generate dal loro contrario. Così essere morti è il contrario di essere vivi. Quindi la morte genera la vita, nel senso che le anime dei morti dall’Ade rivivono – e dimostra così l’immortalità dell’anima e la metempsicosi.
Questa sapienza è, dunque, una meditazione sulla morte e prescinde dall’osservazione del mondo. L’anima prescinde da quello che vedono gli occhi, che sentono le orecchie, che toccano le mani, ma pensa al bello e al vero. Ricorda la storia  dell’intellettuale che a Napoli in una conferenza si vantò:
“Io sono un libero pensatore!” – e un ascoltatore chiese:
“E a che pienz’ ?”
Solo due millenni dopo si cominciò a pensare meglio. Galileo sostenne che ciò che esperienza e sensi ci dimostrano va anteposto a ogni discorso, anche se sembra serio. Spinoza  “dimostrò” che la sapienza dell’uomo libero (che vive seguendo solo  la ragione) è meditazione di vita.
Platone fa parlare Socrate anche di matematica – e diventa ancora più astratto e insensato:
“Non eviteresti di dire che aggiungendo uno a uno, sia l’addizione la causa che uno diventi due? Non proclameresti che non c’è altro motivo del formarsi del due, se non la partecipazione alla dualità?”
“Dici proprio il vero!” – fanno  Simmia e Cebete  in coro. 
Continuando a ragionare per analogie e somiglianze, Platone attribuisce  a Socrate conclusioni avventate: avremmo idee innate che ci vengono alla mente in modo graduale. Troviamo la verità delle cose e ne capiamo la vera essenza ragionando sui concetti e non sulle osservazioni. Sappiamo già cosa siano il Bello e il Buono  e li riconosciamo in ogni campo, anche quando contempliamo belle strutture geometriche. Perde tempo, invece, chi ci ragiona prolungando rette, aggiungendo o togliendo quantità. È, quindi, azzardato asserire che  Platone influenzò il pensiero di Euclide. I postulati, le definizioni e le dimostrazioni del Geometra sono una disciplina nuova, costruita perfettamente. Niente a che fare con il pressapochismo di Platone. Da un’analogia all’altra Socrate/Platone considera ottima la dittatura  del saggio che, da autocrate, può bene mentire e asserire falsità per il bene della città. Il discorso è lungo: viene analizzato in modo convincente da Karl Popper nel primo volume della sua opera “La società aperta e i suoi nemici”. Il primo nemico era Platone; i due seguenti: Hegel e Marx.
Platone  fece di peggio. I suoi discepoli vennero a sapere che, non  solo :
 32 + 42  = 52  (vedi Pitagora), ma anche  33 + 43  + 53  = 63  = 216.
Contemplò quella bella relazione, ma non avrebbe saputo dimostrare che sia valida solo per quei 4 interi consecutivi. Poi moltiplicò   216 per 60.000 e ottenne
12.960.000 [che è anche uguale a 604]  e lo chiamò “numero nuziale”. Ci faceva sopra operazioni con i nomi o le date di nascita di fidanzati e vaticinava se le loro nozze sarebbero state fauste o no.  Questa è numerologia – un brutto peccato. Chi la usa non è certo un buon matematico, né un buon filosofo.

martedì 27 febbraio 2018

Disseminazione: Tastiera - è indispensabile o sorpassata? Di Roberto Vacca, Skorpio, 27/2/2018

Tastiera - è indispensabile o sorpassata? Di Roberto Vacca, Skorpio, 27/2/2018


Sono davvero morte e seppellite le tastiere dei computer e delle macchine da scrivere? Le icone e i computer che scrivono sotto dettatura (pronunciata velocemente) le hanno sostituite per sempre? Lo sostengono vari pedagoghi e informatici americani. Qualche decennio fa nelle scuole americane era diffuso l'insegnamento della dattilografia. Molte ragazze venivano addestrate per diventare segretarie. Imparavano a stenografare quel che dettavano i loro principali o, almeno, a scrivere a macchina rapidamente. Negli ultimi 20 anni, invece, i corsi di dattilografia nelle scuole si fanno rari.
Quanto rapidamente? I campioni di dattilografia superano le 1000 battute al minuto - più veloci di una telescrivente. Usano tutte e dieci le dita e non hanno bisogno nemmeno di guardare la tastiera. Questa abilità in italiano si chiama "tastiera cieca" e viene insegnata anche in corsi mirati a conseguire la Patente Europea di Computer. In inglese si chiama touch typing = "scrittura a tocco". Secondo il Guinness dei Primati la dattilografa più veloce del mondo è Barbara Blackman che usa, però, la tastiera speciale Dvorak con le vocali raggruppate a sinistra e le consonanti a destra. La campionessa scrive 200 parole al minuto, equivalenti a 1.200 battute, cioè 20 al secondo. È una prestazione da virtuosa, credo simile a quella di certi chitarristi. Sono velocità che si raggiungono solo scrivendo parole che hanno senso. Il cervello le registra ed emette ordini fulminei alle dita che le scrivono. Nessuno sa scrivere così velocemente lettere a caso o parole senza senso.
In USA 25 anni fa chi aspirava a un impiego come assistente amministrativo doveva saper scrivere almeno 300 battute al minuto. Se volete misurare la velocità a cui digitate, il test, che trovate su www.typingtest.com, si fa in 2 minuti, misura le battute o le parole al minuto e vi dice anche che percentuale di parole avete scritto male. Il testo da copiare è in inglese. Su Internet ne vengono offerti molti altri - tutti da aziende che offrono in vendita a qualche decina di dollari un sistema per imparare la tastiera cieca. Se ne trovano anche in italiano, ma non ho trovato siti che offrano  il test di velocità in italiano.
Secondo altri insegnanti e informatici saper scrivere a tastiera cieca è essenziale per lavorare in un ufficio moderno, per accedere a Internet e per scrivere i temi di scuola. Chi ha ragione? Posso suggerire risposte sensate in base alla mia esperienza personale.
Le macchine da scrivere hanno punteggiato la mia infanzia. Mi addormentavo nella culla al suono della Underwood con cui mia madre, giornalista, scriveva i suoi articoli. Alle elementari avevo una brutta calligrafia e appena potevo, scrivevo a macchina lettere e poesie. I maestri, però, esigevano compiti scritti a mano. Poi, per molti decenni, scrivevo a macchina progetti di ingegneria, studi e relazioni industriali e, più tardi, articoli di giornale e libri. Ho sempre digitato i testi usando solo un dito per mano (il medio), ma arrivavo a 200 battute/minuto - e non commettevo più di un paio di errori per pagina. Li individuavo prima di togliere il foglio e battevo più volte il carattere giusto sopra quello sbagliato: tecnica rozza, ma efficace. Ora da decenni scrivo al computer - e commetto molti più errori di battitura. Una delle ragioni è che la tastiera dei computer ha tasti più piccoli e vicini fra loro: dunque sbagliare è più probabile. Le cose vanno peggio con portatili e palmari. Tempo fa avevo inventato ditali a punta con cui mirare meglio al centro dei tasti e sbagliare meno, ma non funzionavano bene. C'è un'altra ragione per cui sbaglio di più se scrivo al computer. So bene che correggere è così facile. Mi conviene scrivere molto rapidamente e poi eliminare gli sbagli. Mentre lo faccio, rileggo il testo appena composto e lo miglioro. Tolgo parole inutili, cambio ove opportuno l'ordine delle frasi e così via. L'importante è scrivere le cose giuste: per questo ci vuole riflessione, non la velocità del fulmine.
Bisogna anche scrivere correttamente. L'ortografia inglese è più difficile di quella italiana e si trovano manager americani e inglesi che fanno sbagli tremendi nello scrivere anche parole facili. In italiano sono rari quelli che non conoscono l'ortografia - meno rari quelli che pensano in modi vaghi approssimativi.
Se usiamo il computer non dobbiamo dimenticare come si scrive a mano. Scrivere a mano in modo leggibile è una necessità assoluta, specialmente in condizioni di emergenza. È bene scrivere in stampatello (a grandi caratteri) i cartelli che recano messaggi importanti. La nostra scrittura corsiva dobbiamo capirla almeno noi stessi. Non è grave se è brutta e sciatta. Alcuni miei amici colti e geniali scrivono in modo indecifrabile.
Il corsivo che si insegna ancora nelle nostre scuole elementari è antiquato, soprattutto per quanto riguarda le maiuscole. Sarebbe meglio scriverle in stampatello: più chiaro e più facile da imparare. Lo si fa già con la grafia "script", usuale in Inghilterra e da anni entrata anche in Italia.

mercoledì 30 settembre 2015

Acqua su Marte

La NASA ci dice che c'è anche acqua su Marte, una bella facilitazione per visitare o abitare il pianeta. Ebbene si, dopo i "Fascisti su Marte" di Guzzanti, presto colonizzeremo il pianeta rosso anche senza essere fascisti (ricordate? Non c'è atmosfera ma essi, ispirati dal duce, respirano).
La NASA afferma che due dei principali problemi per vivere su Marte sono la mancanza di uno schermo atmosferico (effetto serra) e di una vera e propria atmosfera. Bene, abbiamo ciò che ci serve: con un Brandy di un famoso marchio creiamo l'atmosfera, proprio come dice la pubblicità e per l'effetto serra, nessun problema, le emissioni fumose di 11 milioni di vetture VW Turbodiesel, accompagnate da vetture di altri marchi (è solo questione di tempo e soffiate) dovrebbero avere un discreto effetto. Tolto qualche piccolo problema logistico, tutto perfetto!

domenica 6 settembre 2015

Disseminazione. Il tempo vola? Riempilo, non meditare – Roberto Vacca, 1 settembre 2015.

Il tempo vola? Riempilo, non meditare – Roberto Vacca, 1 settembre 2015.

Se di un bene prezioso che hai forti ragioni di spendere, te ne resta poco – diventi avaro. Non è vero solo per i soldi. È vero anche per il tempo. Ai vecchi di tempo ne resta poco. Diventano spilorci: badano a non sprecare le ore. Sebbene abbiano avuto molti anni per prepararsi, alcuni di loro ci si angosciano e si lamentano con tutti dello stress che soffrono. Descrivono le loro notti insonni o disastrate da sogni opprimenti. Ci stanno male.
Stanno male anche certi lavoratori alla fine dei loro periodi di vacanza. Considerano i giorni di ferie tanto più gradevoli e preziosi di quelli di lavoro che soffrono quando glie ne restano pochi. Alcuni ci soffrono tanto che se li rovinano con le lagne e i rimpianti anticipati. È come se uccidessero le ore migliori – quelle che amano di più. Comportandosi così tendono a dare ragione a Oscar Wilde che scrisse: “Ogni uomo uccide la cosa che ama”. Per fortuna l’asserzione del poeta non è proprio vera in generale.
Come si fa a evitare questi spiacevoli frangenti di fine ferie? Certi psicologi ne attribuiscono le cause e gli sviluppi allo stress. In linguaggio corrente si traduce con tensione, affaticamento, nervosismo. Da quando Hans Selye introdusse il termine, la psichiatria ha studiato a fondo sintomi, cause e rimedi di questa sindrome di adattamento a pesanti sollecitazioni esterne. La parola viene usata anche troppo spesso da chi giustifica il proprio scarso rendimento  sul lavoro o le prolungate inadeguatezze nel fornire prestazioni promesse. 
Su come non rovinare le code delle ferie, gli psicologi danno consigli talora sensati, tal’altra improvvisati e inefficaci. Fra i primi c’è il suggerimento di dedicare un tempo sufficiente al sonno e di dormire rilassati e senza incubi. Però non proprio tutti riescono a organizzare il proprio sonno a comando. Taluno suggerisce che il sonno si può evocare  respirando molto profondamente. In questo modo si riuscirebbe a modificare la funzionalità dei circuiti neuronali attraverso i quali stimoli intensi possono menomare la nostra resilienza fisica e mentale. Infine taluno propone di ricorrere alla meditazione nei modi insegnati da certi maestri  indiani, fino a raggiungere stati di crescente consapevolezza. Queste ultime non mi sembrano vie che possano condurre a un rapporto più sano e soddisfacente con il tempo che passa.
Io ho lavorato nell’industria a pianificare tempi e metodi e ho insegnato  a progettisti e tecnici come usare al meglio i tempi di lavoro. Già  che c‘ero ho imparato anche a gestire il tempo mio in modo soddisfacente. Raccolgo e imparo dati e teorie su come è fatto il mondo e su come sta cambiando: da un paio di secoli si evolve  sempre più velocemente. Gli scienziati hanno raggiunto livelli di conoscenza e di analisi tanto alti e complicati che per capirne almeno un po’ ci vogliono anni di studio. Però molti fenomeni interessanti sono stati descritti e misurati, ma non spiegati. Se si vanno  a guardare i dati, ampiamente pubblicati (e disponibili in rete) e ci si ragiona sopra, si capisce di più e talora si scopre qualcosa che nessuno ancora sa.
Quando racconto queste mie attività, qualcuno mi obietta: 
“Sarà bello, ma non è uno hobby per tutti. Tu hai una formazione scientifica. Noi no.” 
Non è proprio così. Ho una laurea in ingegneria vecchia di 64 anni, ma da allora, ho tenuto gli occhi aperti e ho imparato diverse cose. È più di un hobby. Se impari a costruire oggetti anche gradevoli da vedere o usare oppure a fare lavori elettrici o meccanici, dopo un po’ puoi annoiartene. Invece no, se ti ricordi almeno un po’ di algebra, prova a ragionare sull’economia, l’industria, l’agricoltura, la letteratura, la ricerca, la scienza. Sono argomenti di cui radio, TV e giornali parlano poco e male. Studia qualche testo elementare e poi guarda i numeri. Lo sai bene: su Internet trovi tutto. Ragionaci sopra. Vedrai che i discorsi astratti che non riesci a capire sui giornali o alla radio diventano chiari – oppure ti accorgi che erano irrilevanti. Il mondo ti comincia ad apparire diverso: non dico scontato e prevedibile, ma più trasparente, connesso, quasi comprensibile.
Gli hobby  fatti di attività  semplici, come dicevo, sono cose da ragazzi. Il super-hobby da adulti che descrivo  non potrà mai annoiare perché l’universo delle cose da scoprire, da capire, da seguire man mano che se ne trovano e se ne inventano di nuove è senza fine. Se riesci a cascarci dentro, non hai più problemi di come riempire i tuoi giorni e le tue ore.
Non è necessario occuparsi di scienza, socio-economia o tecnologia. Puoi anche imparare le letterature, le storie politiche e civili, quelle delle follie che gli uomini hanno inventato, disseminato o imposto. Il tempo non ti vola più via fra le mani:  non ti basta mai se ti dedichi a guardare bene dentro il mondo.  Ce n’è tanto. Basta per tutti.

mercoledì 25 febbraio 2015

Disseminazione. Articolo diverso – e modesto (n.d.r.) – di Roberto Vacca - 24/2/2015

Articolo diverso – e modesto (n.d.r.) – di Roberto Vacca -  24/2/2015

Anche in questa pagina racconterò qualche cosa che probabilmente non sai. Si può dire, rozzamente, che i testi improbabili sono più informativi. Oggi, però, scrivo cose poco rilevanti: cancella pure la pagina senza leggerla. 
Però spiego perché continuo a scrivere anche quando non mi pubblicano. Alcuni giornali non pubblicano miei pezzi neanche quando tra questioni di tecnica, scienza o economia su cui ho indagato e ragionato trovando qualcosa di interessante e poco noto. Scrivo, dunque, per voi (siete circa 6.000 – oltre quelli a cui li inoltrate): mi avete indicato che i miei scritti non vi dispiacciono. Vi sono grato perché sto meglio quando riesco a comunicare con chi ascolta. Apprezzo anche il garbo con cui mi rispondete solo se, a vostra volta, avete qualche cosa da dirmi. Credo che il Paese starebbe meglio se si studiassero  e si discutessero i temi che conoscete.
Oggi, invece, sono egoista. Scrivo e dissemino per scaricarmi. Di impegni ne ho presi parecchi, fra cui quello di espletare varie incombenze noiose. Poi imparo più cose (lo predico e lo faccio). Ripasso la statistica (per non sfigurare col mio figlio minore che prepara un esame). Vado a parlare con amici ancora più vecchi di me. Fra questi oggi ho visto Julian Zimet, scrittore di cinema hollywoodiano, che vive a Roma e mi ha insegnato parecchie cose negli ultimi decenni. Ha 95 anni – è costretto a letto, sordo e ipovedente. Lo visito spesso.
Oggi mi ha raccontato della sua amicizia con John Wayne. Julian aveva scritto i copioni di vari film di Wayne, fra cui Circus World e Big Jake. Dopo le riprese, la sera andavano a bere insieme. Wayne finiva un bottiglia di brandy ogni volta e fumava 6 pacchetti di sigarette al giorno. Però non era affatto un rozzo incolto e violento. Julian gli diede da leggere “Down and Out in Paris and London” di George Orwell – il saggio su poveri, diseredati, clochard nelle due capitali. Wayne lo lesse tutto e lo discusse in modo intelligente e acuto. Una sera parecchi avventori del bar chiesero un autografo all’attore. Julian gli domandò se non fosse annoiato dalla loro insistenza. Wayne rispose: “I love it.” – a chi vende entertainment, la popolarità non dispiace affatto.
Poi il mio amico si è distratto e mi ha scambiato per qualcun altro. Mi ha chiesto se mi ricordavo di Yael, che era stata fidanzata di un regista americano. Non sapevo chi fosse e mi ha raccontato di questa persona interessante. È stata corrispondente di guerra e deputata al Parlamento israeliano. È figlia del famoso generale Dayan, che comandava l’esercito israeliano nella Guerra dei Sei Giorni e in quella del Kippur.
I contenuti di queste mie chiacchiere di oggi sono di scarso interesse quasi per chiunque. Chiedo scusa. Però, come accennavo, raccontare mi ha fatto bene. Fare qualcosa di neutro (e di non spregevole) è una cura. Si chiama “terapia occupazionale” (ne parlo nel mio ultimo libro su come non invecchiare). Riflettici: scrivere non è faticoso. È meglio che annoiarsi. Fa bene – e se nessuno ti legge, non è grave.

venerdì 27 dicembre 2013

Disseminazione: poesiola anti-consumistica di Roberto Vacca

L'eccessiva pubblicità che ci ha invaso nel periodo delle feste - ancor peggio che di solito - mi ha richiamato alla mente una poesiola di Ogden Nash [cercatelo: era considerato un poeta umoristico -scriveva sul New Yorker - ma alcuni pezzi suoi sono profondi, divertenti, illuminanti] degli
anni Quaranta. Ho cominciato a tradurla liberamente e alcuni benevoli amici
hanno detto che non era male. Così ho continuato e ve la allego.

Esprime in certa misura uno stato d'animo un po' misantropico e, ovviamente, non è affatto vero che io rifiuti Google ed e-mail. 
È vero, invece, che apprezzo poco tante raffinatezze (gastronomiche, cosmetiche, etc.) di cui altri parlano parecchio. [Quando avevo 25 anni scoprii che, invece delle creme e schiume da barba, si ottiene lo stesso risultato con la schiuma di una buona saponetta. Lo dissi al mio maestro, il
matematico Wolf Gross, e lui minimizzò: "Lo so da anni. Ho anche scoperto
che mi posso lavare i calzini tenendoli addosso quando faccio la doccia."
Ci ascoltò il programmatore Ceccarini - un amico - e commentò: "Senti questi
cervelloni di che cavolate parlano!"].


Forse ci vuole ogni tanto un pezzo più leggero

Tenetevi forte per il 2014

I Will Arise And Go Now   by Ogden Nash
In far Tibet  there live a lama,
He got no poppa, he got no momma,
He got no wife, he got no chillun,
Got no use for penicillun,
He got no soap, he got no opera,
He don’t know Irium  from copra,
He got no songs, he got no banter,
He don’t know Hope, he don’t know Cantor,
He got no teeth, he got no gums,
Don’t eat no Spam, don’t need no Tums.
He love to nick him  when he shave;
He also got no hair to save.
Got no distinction, no clear head,
Don’t call for Calvert;  drink milk instead.
He use no lotions  for allurance,
He got no car and no insurance,
No Alsop warnings,  no Pearson rumor
For this self-centered nonconsumer.
Indeed, the Ignorant Have-Not
Don’t even know   what he don’t got.
If you will mind  the Philco, comma,
I think I’ll go  and join that lama

Nel lontano Tibet ci vive un lama Niente tacchino e niente panettone.
Non conosce papà, nemmeno mama E non distingue il CO2 da un drone
Mai avuto un bambino o una bambina Non ha mai visto Vespa, né Santoro
E non gli serve la penicillina Né American Express – né Carta Oro
Non usa creme, olii, ammorbidenti Non c’ha macchina, né assicurazione
Sa niente di Mendeleev ---- elementi? Fatta la barba poi: niente lozione
Lui: niente spot – niente televisione A Rolex e aeroplani dice: NO
Non sa nemmeno i nomi delle dive; Beve latte: non tocca Veuve Cliquot
non ha denti e non cura le gengive; ‘Sto lama ignorantone manco sa
non ha AZ e nemmeno Colgate. qual è la roba nuova che non c’ha
No vino, no Glen Grant, no cioccolate. Google, E-mail: levateli di torno
Niente champagne e niente Toblerone. Io vado da quel lama e non ritorno.



Traduzione di Roberto Vacca – 25 dicembre 2013.

mercoledì 10 luglio 2013

Disseminazione: Il dimenticato Roberto Vacca (1876-1924)

Il dimenticato Roberto Vacca   (1876-1924)

I tribunali collegiali sono confrontati dal così detto paradosso  dottrinale se devono raggiungere decisioni collettive. Se le premesse e le conclusioni degli argomenti addotti dai membri della corte hanno un certo profilo, il risultato maggioritario è diverso a seconda che si considerino le premesse o le conclusioni. Il paradosso è simile a quello di Condorcet. Era generalmente accettato che Lewis Kornhauser e Larry Sager lo avessero scoperto in un lavoro molto citato del 1986, sebbene non ne avessero mai preteso la paternità. Geoff Brennan e Philip Pettit lo hanno chiamato dilemma discorsivo e lo hanno esteso a ogni sorta di aggregazione di giudizi 1).  
Nel 2008 leggevo un libro del filosofo del diritto argentino Carlos Cossio, El Derecho en el Derecho Judicial. Fui sorpreso a trovare in questo libro una presentazione dettagliata del paradosso dottrinale, quasi identica alle formulazioni correnti 2). Come era possibile? Era già noto nel 1945?  Pensai fosse stato Cossio a scoprire il paradosso, poi lessi la nota in cui l’autore attribuiva il credito a tale Roberto Vacca. Nel 1921 Roberto Vacca aveva discusso una chiara versione del paradosso nel suo saggio “Opinioni individuali e Deliberazioni collettive”, pubblicato nel primo numero della Rivista Internazionale di Filosofia del Diritto, con diagrammi solo graficamente diversi da quelli in uso oggi 3). (In un libro recente Jon Elster dice che il paradosso fu scoperto nel 1837 dal matematico francese Siméon Denis Poisson, ma l’esempio di Poisson differisce dalle formulazioni correnti. 4)  

Chi era Roberto Vacca?  Era un avvocato italiano con interessi filosofici. Nacque a Genova nel 1876 e vi morì nel 1924. Il suo nipote e omonimo è un ingegnere e scrittore, riferisce che suo zio non ebbe mai incarichi universitari. Conosceva il tedesco e il russo e pubblicò prim delle Prima Guerra Mondiale due lavori sulla psicologia e le decisioni dei giudici.
Durante la Guerra, prigioniero in Austria scrisse il suo libro 5),il saggio pionieristico di Roberto Vacca cadde in oblio. Ne ho informato gli studiosi: L. Kornhauser, C. List, P. Pettit, J. Elster, B. Chapman, etc.). Non importa se egli abbia scoperto il paradosso o lo abbia riscoperto dopo Poisson: gli si dato oggi il credito che merita.
Horacio Spector
Dean School of Law,  Universidad Torcuato Di Tella, Buenos Aires, Argentina

 1) P Pettit, “Deliberative Democracy and the Discursive Dilemma", (2001) 11 Philosophical Issues, 268; G Brennan, "Collective Coherence?" (2001) 21 International Review of Law and Economics 197-211. 

 2) Carlos Cossio, El Derecho en el Derecho Judicial (Buenos Aires, Guillermo Kraft, 1945), 160-64. 

  3) R Vacca, “Opinioni individuali e Deliberazioni collettive” (1921) 1 Rivista Internazionale di
Filosofia del Diritto 52.

 4) Jon Elster, Securities against Misrule, Juries, Assemblies, Elections (Cambridge: Cambridge University Press, 2013), 63.

 5) Il Diritto Sperimentale, Torino: Fratelli Bocca Editori, 1923, 253 pages.